Come ho "conosciuto" Angela? Attraverso la fitta rete, questa indomabile ragnatela che è il web. Sono precipitata nella sua tana oscura e ne sono rimasta affascinata. Senti a pelle che individui sconosciuti possono donarti sensazioni primordiali. Dal caos alla pace interiore. E ho seguito il richiamo di questa ragazza e delle sue parole senza tempo. Ho letto e fatto mio questo suo mondo di cristallo. Non ho resistito però a mostrarlo a chi, ancora, non ha avuto modo di imbattersi in lei.

I testi qui raccolti sono di proprietà di Angela Buccella ©

Una sessantina di pagine, l'ultima uscita di Coniglio Editore, intitolata "Nel paese delle ragazze suicide". Sessanta pagine rigurgitanti di malessere e sesso post2k - urlate a doppia voce da due (giovani) nomi noti della letteratura erotica italiana, ovvero Eliselle e Angela Buccella. Due autrici con un grande seguito, che non potrebbero avere un approccio più diverso alla scrittura, ma che in questa opera - a tratti assolutamente lisergica - si sono "fuse" sapientemente fino a diventare uno stream di immagini e suoni, indistinguibile per energia, ma riconoscibile (anche se solo a tratti) per tonalità. Se, infatti, la lunga notte milanese dalla musica vissuta corpo e mente è una (la stessa), se il punto (vuoto) all'infinito a cui tutto tende alla fine non cambia, non tutti gli attori (anzi, principalmente le attrici) che si muovono come galvanizzati dall'elettricità del posto (o della vita?) hanno la stessa motivazione, nel vibrare. Nel perdersi. O nel provare a combattere. L'ambiente in cui tutto accade, che per i più puritani potrà ricordare un moderno inferno "cinese", è solo la dilatazione di un percorso estremamente attuale, e la contrapposizione tra le due autrici sembra riversarsi, negli estremi, tra due modelli differenti di "perduti". Due modelli in cui la rabbia da una direzione alla lotta spesso perpendicolare. In cui si intravede un desiderio di riscatto - o ("o", nel senso netto di "oppure") in cui si vede il fiume nero della passione che altera la prospettiva borghese cambiando, come nel romanzo di Lewis citato nel primo titoletto, ogni punto di riferimento, e di conseguenza il senso, anche morale, della situazione. E quindi diventa impossibile giudicare il Bianconiglio, il Dj, le cubiste, la ragazza bulimica, o anche i "mostri"-uomini più o meno indefiniti le cui storie si intrecciano (spesso, senza una compenetrazione consapevole) a meno di contaminarsi, scegliendo una strada - che non è l'unica all'interno della narrazione - e perdendo di vista l'insieme. Ma non è impossibile invece lasciarsi andare, farsi catturare, come in un videoclip, dallo scorrere rapido delle immagini, e arrivare all'ultimo lungo silenzio finale, turbati ma sazi dal rumore di fondo saturo che esce dalla pagine. Un libro che è come un pezzo di P.J.Harvey - se l'avesse scritto Tricky.

B A R B I E

Sono autolesionista.
Ho bisogno di farmi squartare per sentirmi bene.
Di sentire il mio corpo piangere e lamentarsi.
Fino all’endorfina.
Che mi da solo sensazioni di freddo. Nient’altro.

Ho goduto. Mi sentivo bagnata tra le cosce mentre guardavo il bisturi tagliare.
Prima la linea bianca. Strato di grasso. Poi il rosso.
Fausto colore per i miei porno sogni.

Due rondini prendevano forma sull’addome. Forse un giorno avrebbero preso il volo.
Se le tatuavano marinai.
Ricordo dei “Sii paziente.”.
Fanculo.
Conosco a memoria la merda.
Conosco a memoria la merda.

Tenevo stesa la pelle. Perché linee venissero precise.
Il disegno tracciato con matita copiativa stava cancellandosi.
Free Style.
Pelle stesa ed orgasmi.
Danza di lama tagliente a ripetermi ossessionata “Tu esisti”.
Un dermal punch a tracciare occhi di uccelli.
Pinza a sollevare pezzetti di carne.
Tagli netti.

Memorie di me da mettere sotto spirito.
Memorie di me da masticare sbattendomi.

L’acciaio faceva rumori incidendo. Come cuoio.
Ripasso di lato tagliente dove i contorni di arte manuale erano troppo sottili.
Le cicatrici sarebbero state ben evidenti.
Come tatuaggi bianchi.

Sensuali ornamenti a decorare corpo malato.

Avrei voluto essere presa e cullata da braccia di madre.
Come bambola senza occhi sarei rimasta immobile.
Nuovi segni indelebili nel medesimo inferno.

Lo guardavo intensamente. Una volta uscita di casa, lasciate colpe non mie alle spalle fingevo respiri diversi.
Fingevo di essere la perfezione.
Maschera nuova indossata.
Quella della felicità. Ma non rimanevano più parole.
Solo silenzio ad interromperci e vergini sospiri a travolgerci.

Barbie da mettere in mostra.
Quando camminavo sentivo commenti. Solo per lui restavo alito di vento. Valevo quanto il vuoto. Leggera e trasparente come aria.
Comprata in saldo in un grande magazzino. Scelta perché il viso era qualcosa di fiabesco. Di straordinario. Di una bellezza inaudita.
Vederlo rovinato da lacrime e disperazione sarebbe stata esperienza unica. Da circo. Si sarebbe potuto fare pagare il biglietto per venirmi a vedere.

Ma la bambola ormai si è piegata. Deformata. Braccia e gambe si sono staccate.
E’ rimasto solo il busto.
Parte di un corpo che cammina per le strade di San Babila nella totale indifferenza. Nelle minacce che la perseguitano.
Nei marchi a fuoco che le hanno inciso perennemente il cervello.

Semplicemente dannata. Di nero vestita. La vita ha sbiadito la mia pelle. Ora barbie morta che sorride. Appendimi come poster al muro bianco dietro il tuo letto.
Appendimi e lecca le mie ferite.
Getto lontano il cellulare.
Speranza frantumata come cocci di vetro.
Mi innamoro di voci per disperata voglia di essere considerata.
Mi innamoro d voci sconosciute che si volatilizzano così come sono apparse.

“Ed ora come stai?”. Ipocrisia di domande di chi pensa di capire.
“Come nei migliori incubi. Come nei miei migliori incubi”.

Pelle di gomma che entra in doccia.
Acqua che lava mostruose sensazioni.
Pelle di gomma imperlata di sudore.
Finta serenità vomitata come inchiostro su questa carta.

Desiderio di farmi. Di non capire. Unghie. Non riesco a tenerle ferme.
Devastano. Lasciano linee brucianti.
Limone a strofinarci sopra.

Pazza.
Impazzita da dolore di testa.
Impazzita da accuse che mi sono estranee.
Impazzita da voglia di amore negata.

Aspiro infantili fantasie di scienziati che possano cancellare memorie e sofferenze.
Che possano cancellare tutto.
Buttarmi tra la folla e soffocare in abbracci.
Addormentarmi.
Finalmente addormentarmi.
Capovolta.
Io in te. Tu in me.

Io. Così complicata. Ridotta a barbie rosa usa e getta.

M I A M A D R E

Quando mi hai tirato da dietro non ho capito.
Ho sentito un artiglio prendermi la maglia.
Mi sono girata. Pronta a mandare a fanculo chi mi stesse tenendo.
Ed eri tu.
Mia madre.
Eri tu.
Con quegli occhi cattivi che farebbero paura a chiunque.
Con quegli occhi cattivi ed inquisitori che mi hanno fatto male tante volte.
Si è ripetuta la stessa scena.
Quella uguale al film.
Quella de “La Pianista”. Non ti potrebbe mai piacere questa pellicola.
E’ troppo vera e cruda per gli ipocriti.
Soprattutto se fa male e deteriora gli animi quando ti accorgi che racconta la tua vita.
Che la finzione è andata a farsi fottere.
Soprattutto se ti accorgi che guardandola scendono le lacrime.
E quelle lacrime sono dolore.

Mi hai stretto un braccio. Hai detto “ora vieni a casa con me”.
“Ho un appuntamento mamma”.
“Vengo anche io”.
Siamo salite da Cadorna. Con la scala mobile.
Non volevo usassimo le scale.
Non volevo vedessi quei ragazzi che mi salutano.
Quelli seduti sui gradini che fanno colletta per una pera come facevo io.
Non lo volevo.
Non perché avessi deciso di farmi ancora.
Non per quello.
Perché mi avresti accusata. Avresti gridato.
Come hai fatto.

Io che ora sono regina di sorrisi.
Io che vomito i miei pensieri.
Io che ingenua fantastico di pubblicare inchiostro che è la mia vita.
Ma le persone lo ignorano.
Immaginano finzione.
Le persone non sanno di me.
Ed io non dovrei darmi loro.
Non dovrei darmi.
Tanto non capiscono.
La gente è stupida. Me lo ha detto Tomaso.
L’unica persona di cui ho fiducia cieca.
L’unico in grado di amarmi per quella che sono.
L’unico che mi fa sentire le fiabe ogni notte con un solo sms.
L’unico.

Hai visto che nel bar non mi aspettava nessuno.
In quel bar di Pattini e Marinoni dove il lunedì faccio l’aperitivo con il mio amico.
Lui non c’era.
Ma avrebbe dovuto essere lì a bere con me.
Prendermi in giro e ridere.
Invece proprio ieri non c’era.
L’ho chiamato.
Tu cercavi di rubarmi il cellulare di mano.
Mi hai urlato che ero una tossica.
Che dovevo andare via.
Ho ancora il rimbombo.
Sei una tossica.
Tossica.

Avrei voluto dirti “Mamma guarda le mie braccia”.
Mamma ti prego fammi scappare dal mondo.
Invece hai urlato.

Le persone girate mi guardavano.

Ti ho tirato uno schiaffo sulla mano.
Avevi preso la mia borsa.
Frugavi insospettita.

Neanche il cancro ti ferma mamma?
Neanche il cancro ti dà pace?
Neanche il cancro ti fa capire che la vita non si consuma in questo modo?
Neanche lui c’è riuscito?

Sei entrata in un taxi fermo davanti alla stazione Nord.
Mi hai strattonata.
Io debole volevo piangere ed accovacciarmi.

Mamma salviamo quei ragazzi.
Sono come ero io.
Mamma . Ti prego mamma.
C’è Sara tra di loro. C’è la sorella di Lavinia.
Ci sono mille Lavinia che hanno solo voglia di parlare Mamma.

Il taxista ci guardava stranito.
Hai tirato fuori la mia agenda.
Hai sfogliato ogni pagina.
Hai letto i miei appunti.
Hai letto i miei stracci di racconti.
Hai letto il mio vomito per la gente.

Hai controllato le pagine che prima di laurearmi studiavo.
Il modo in cui le suddividevo.

Hai trovato della polvere.
Marrone.
Credo fossero briciole di biscotti.
L’hai annusata.
L’eroina è anche rosa mamma lo sai?
L’eroina è zucchero marrone.
Ma può anche essere bianca lo sai?

Ti ho detto: “Vaffanculo sei una stronza”.

Mi hai guardata di nuovo. Tenendomi gli occhi addosso.
“Rispondi male perché sei in astinenza?”

Hai domandato al taxista “Cosa ci fanno tutti quei marocchini?C’è un giro di spaccio?”

Mi veniva da ridere. Con tutta quella polizia.
Lì si fa solo colletta.
Si vende dietro casa nostra.
Dietro “Scarpe Italiane”. Dove mi porti quando usciamo.
Lì dietro. Dove c’è il boschetto.
Dove ci sono le fabbriche. Proprio lì.

Ho chiuso gli occhi. Ho pregato Dio di venirmi a prendere.
Ho pregato Dio di salvarmi.
Hai continuato.
Tutta la notte.
Mi addormentavo ma venivi a svegliarmi.
L’ultima volta alle quattro.
“Sei malata Angela. Hai bisogno d’aiuto”.
Lasciami in pace.
Ora. Ti prego. Voglio dormire.
Ora ti prego ho bisogno di stare tranquilla.
Ho urlato.
Pianto.
Mi sono fatta male.
Ma quello non è importante.

Non ha importanza se mi graffio la pelle.
Né se mi spengo le sigarette addosso.
Non ha importanza nulla.

“Chiamo il tuo fidanzato stamattina e racconto tutto a lui. Lui saprà lo schifo che sei.”
“No. Mamma. Io e lui non stiamo insieme da due mesi. Non rovinare quello che è rimasto.
Non farlo senza motivo. Non rovinarmi la vita”.

Poi di nuovo gli psicofarmaci. Perché la pazza ha bisogno di cure.
Perché la pazza sono io. E vado lentamente distrutta.

B I A N C O N I G L I O

“Vorrei fottere quel dannato bianconiglio”.
Mi hai guardata.
Le mascelle contratte.
Ti ho accarezzato la guancia.
Negli occhi ho visto stelle. Io ho sempre amato le stelle.
Le dita con le unghie mangiucchiate sono andate a spostare la tendina di capelli neri che avevi davanti agli occhi.
Ho preso il tuo viso tra le mani. L’ho inclinato leggermente.
Hai reclinato il collo.
Hai sospirato.
Ho guardato il fiore che hai tatuato sopra la pelle bianca.
Ne ho leccato i contorni. L’ho ridisegnato.
Ti ho lasciato colla di saliva trasparente a luccicare.
Con il polso ti sei asciugata il naso. La mano ha sbattuto contro il piercing del setto nasale.
Ti ho sentita dire “Bianconiglio del cazzo”.
Hai serrato i pugni.
Ti ho dato un Chupa Chups alla fragola.
Hai tirato fuori la lingua.
Era appuntita come quella dei serpenti. Mi hai raccontato che due anni prima eri stata a Londra.
Sei un amante della body art. Ti sei fatta dividere la lingua in due.
Adoravi mostrarla ai bambini.
Immaginavi di essere il loro incubo incarnato.
Io ridevo. Ti chiamavo fata.
“Qui sembra tutto più sterile”.
“Non ci sono colori” mi hai risposto. “Il grigio si è sciolto. Ha lasciato solo alcune ombre. Nient’altro.”
Ho una felpa azzurra. Te hai capelli rosa.
“Oggi in metropolitana mi hanno chiesto se vengo dallo spazio”.
Il nostro spazio è solo Milano. Cemento e vomito di sangue solidificato.
Vorrei esistesse un grosso utero di plastica a contenerci. Come culla in cui far danzare i pensieri.
Per proteggerti dal mondo.
Per tenerti al riparo da ulteriore roba chimica.
Perché nessuno più pensi che ci sei rimasta.
Prendi dallo zaino il lettore cd. Mi metti un auricolare nelle orecchie.
Sento le tue dita infilarsi sotto la mia maglia. Le passi di continuo sulla mia pelle.
Ho muscoli tesi ed eccitati.
Vorrei fiondare la mia bocca sulla tua. Assaporare la tua carne.
Le tue labbra mi ricordano il succo di ciliegia.
Prendo dalla tasca un sacchettino. Pesco zuccherini colorati.
Coriandoli come caramelle a sciogliersi sul palato.
Ti vorrei tenere tra le mie labbra.
Come statua da curare. Per arginare le intemperie.
L’aria è verde e freschissima qui.
Inspiri.
Vorrei avere un corpo lobotomizzato. Per non eccitarmi nel sentirti su di me.
Sei bella da star male.
Mi bagno a guardarti mentre ti chini.
Vedo il perizoma a righe fucsia e nero che hai sotto. Vorrei strappartelo.
Lo sai. I jeans sembrano caderti tanto li tieni bassi.
Incrocio le gambe. Te ti giri e dandomi le spalle mi stai addosso. Poi inizi a muoverti lenta.
Tiri l’elastico dei miei slip.
Con l’indice ti insinui dentro.
Giochi a penetrarmi. Sono bagnata. Lo senti.
Continui per un po’. Poi ti giri di scatto.
“Voglio decapitare quel bianconiglio”.

Entriamo nel locale.
Tengo le dita strette attorcigliate alle tua mano.
Ti guardo. Tu sorridi.
Penso a Leso il mio cane di peluche. Il nostro cane di peluche.
Forse sta abbaiando.
Forse.
La musica è alta. Mi assorbe veloce.
Sento lingua anestetizzata. Sento le tue labbra rosse chiedere un martini con ghiaccio.
Vedo ragazze immagine vestite anni venti muoversi sexy.
“Le voglio” mi dici. Io rido.
Mi spingi verso corpi. Corpi che si muovono sudati. Corpi che mi calpestano idee. Corpi che schiacciano realtà.
Cartone animato dove ci sono troppi manga.
Nessuno qui è nero come noi.
Siamo disegnati e sfumati con il carboncino.
Ho i capezzoli duri. Si intravedono dalla maglia leggera. Me li strizzi ridendo.
Io ho lo sguardo vuoto.
Devo volare. Volare.
Come piste di polvere d’angelo all’interno delle mie narici.
“Ho ali. Le vedi Angela?” mi apostrofi. “Vedi le mie ali?” e mi tiri. Ti muovi come pony rosa all’interno di un recinto.
C’è la nostra canzone come nuvola nell’aria. La mordo. Zucchero filato si appiccica alle dita.
Prendo il mio indice e lo infilo nella tua bocca.
“Sei dea”.
Si sono dea da essere fottuta.
Vorrei piovessero euro dal cielo.
Vorrei arrampicarmi su bicchieri di vetro.
Ho stivali con il pelo. Me li accarezzi.
Ti strusci ballando. La gente ci guarda.
Qualcuno allunga la mano a toccare il culo di un dio ancora minorenne che mi sta accanto.
Vedo gocce d’acqua sulla pelle.
Forse piove nel locale ora.
E’ rugiada.
Noi apriamo le bocche.
Sento “ti amo”.

L’odore di gocce di sudore arriva forte e prepotente alla testa.
La bocca di chi balla è a forma di pistola. E’ una pistola che eiacula proiettili.
Continui a ripeterlo mentre scuoti la testa ascoltando Gwen Stefani.
Loro non se ne accorgono.
“La vostra bocca è come una pistola”.
“La vostra bocca è come una pistola”.
“La vostra bocca è come una pistola”.
“Sto su di voi.Come schizzi arancio fluo su cessi di ceramica bianca.”

Porti sulle spalle la tua casa. La chiami così.
Una bara nera. Piccola come te.
La apri e ti chiudi dentro. Poi riapri la cerniera per vedere se il mondo respira.
Ho sparso petali di fiori tra i tuoi capelli.
Mi giro.
Vai al cesso. Sculetti più del dovuto per farli sbavare.
Sei unico desiderio concesso.
Sei unico desiderio dovuto.
Sei statua da dipingere d’oro.
Sei vittima da immolare questa notte.

Qualcuno a porte chiuse sta masturbandosi.
Bussi alla porta urlando. Fingi di godere e mimi gesti da porca.
Sguardi eccitati e perplessi, poi ti vengo a prendere.
Sbatti legno.
Inghiotti capsule da puffo.
Mandi giù.
“Sono colore del cielo adesso”.
“Sei colore dell’infinito”.
“Un azzurro glitterato da sballo”.
Vedo le persone inginocchiarsi a te. Un pensare-nicotina da mal di testa.
Flash-back.
Vortici di occhi. Vortici di facce. Vortici di voci.
Flash-back un po’ blade runner di cose installate nella memoria.
Di cose conosciute e poi subito gettate nel cesso.
Voglio avere plastica rosa fluo a separarmi dal mondo.
Come crisalide.
Uno strato di plastica a renderci sicure.
Ad imbalsamare espressioni di gloria.
Un nonmenefregauncazzo a tatuarmi la lingua.
Un nonmenefregauncazzo a restare inciso in ogni mio singolo gesto.


Dio sta baciando un altro uomo.
Lo vedo. Mi unisco a loro. Ti lascio sola a osservare.
Dio lo fa a tre con me. Diolofaatreconme. Ridendo.
Poi solo cemento. Aria fredda. Le luci si spengono.

Sembri una madonna mentre piangi. Le lacrime hanno qualcosa di sacro sulle tue guance.
Sembrano decorazione da meraviglia.

“Salvami” mi urli.
Ti abbraccio.
Ti inginocchi a terra ed urlando mi ripeti “Salvami.”
Passo il palmo sulle tue palpebre per fartele chiudere.
“E’ solo un brutto sogno” ti dico piano all’orecchio.
“E’ solo un brutto sogno.”

S H I N A

I morsi della padrona sono inconfondibili.
Lasciano segni bluastri nelle vicinanze delle vene.

Sono seduta qua. Sulle ginocchia. Ho i seni di fuori.
Sul petto lunghe striate rosse. Dovute alla frusta.
Stavo col capo riverso mentre ricevevo sottili strisce di cuoio a solcare la bianca pelle.

Un collare. In onore di O. Largo. Di gomma nera.
Un piercing circolare di metallo al suo centro.

Caschetto di capelli corvino a coprire gli spasmi del mio volto.
A nascondere il lago dei miei profondi occhi neri.

Vicino ad un palo. Dall'altro lato Lei.
La mia dolce Signora. Il mio amaro incubo.

Mi sono prostrata. Tutto in un religioso silenzio.
Non le vedevo il viso.
Maschera di latex a coprirlo. Un lungo abito a riprodurre le sue forme.
Io.
Io.
A guardarla.
Ad osservarla.

Ho proiettato la lingua di fuori. Ho toccato il freddo acciaio del palo.
Ho simulato un sentimentale bacio.

Si è seduta. Io ai suoi piedi.
Li ho leccati. Ho assaporato ogni minima parte della sua carne.
Poi l'ho rifatto. Ancora. Di nuovo ancora.

Tutto in un religioso silenzio.


… fino al calcio.
Ammutolita mi sono accovacciata. Sotto di lei.
Una delle mia mani faceva da portacenere.

L'amabile Signora fumava sigarette lunghe e bianche scrollando la cenere sul mio palmo.


Io la guardavo.

Insistentemente.
Ringraziando di quel piccolo gesto.

Poi l'ha spenta.
Sfrigolio. Pelle che tornava ad essere viva. A sentirsi viva.

Mi ha fatto un cenno. Solo uno. Uno soltanto.
Mi sono sdraiata a pancia in giù.
Ha preso il ferro messo a scaldare ed ora bollente.
La lastra di acciaio mi ha penetrata.
La lastra d'acciaio mi ha violentata.

Nero.
Perdita dei sensi.


Sasha si era messa a giocare con il mio fremente corpo.
Mi ero ripresa con lei sopra. Tremando.
Sottili aghi sulla fronte.
Cadeva fluido della vita nei miei occhi.
Costretta a serrare le palpebre.

"Sei una dea". L'ho sentita affermare.

Altri aghi a perforarmi i capezzoli.
Ha preso del nastro isolante nero e ha disegnato lunghi lacci intorno ai polsi ed alle mie caviglie.

La Padrona lucidandosi gli stivali prima di infilarseli ci lasciava fare.

Tutto in un religioso silenzio.

Ha preso i guinzagli. Ci ha separate con uno strattone. Tirando.
Poi ha unito nuovamente i due collari. Ci ha riavvicinate.
Abbiamo passato le dita sulle sue gambe, godendo di quel gesto.
Una di fronte all'altra, così, ci siamo leccate le ferite baciandoci.
Saliva a colare sul collo.

La padrona ora ci ha fatto distendere.
Il mio corpo nudo steso accanto a quello di Sasha.
Prende la mia testa.
Tira i capelli con forza.
Collo reclinato.
Mordo il labbro inferiore fino a farlo sanguinare.
Fino a farlo sanguinare.

Sasha si alza. Si mette sopra di me.
Gambe divaricate.
Orina.
Sul mio viso.
Nella mia bocca.
Poi si inchina, si piega in avanti. Si sistema a quattro zampe.
I suoi occhi cercano disperatamente i miei.
So cosa vuole.
Ma la padrona mi fa cenno di aspettare.
Non ora.
Non è ancora il momento di saziarla.
Sasha deve morire dalla voglia.
Sasha deve morire dal desiderio.
Sasha deve morire e basta.
Deve morire e basta.
Morire e basta.
Basta.
Ripeto basta.


Vedo la mia signora sollevare una gamba fasciata di nero e posare con la forza del suo corpo il tacco a spillo sulla sua schiena.
Gemiti.
Dolore e piacere a mischiarsi diventando sovrani.
Invidiosa di tanta attenzione mi prostro a lei.
Inutilmente.
Il tacco si insinua nella carne.
Vedo affiorare rosso.
La schiena di Sasha a piegarsi.
Si incurva.
Mi avvicino.
Sospiro.
Mugolio di frasi senza troppo senso.
Godo.

"Padrona…"
Si volta. Mi guarda.
I suoi occhi freddi. Di ghiaccio.
Faccio per allungarmi a toccarla.
Sento un rumore. Forte.
Sasha stremata a terra.
La padrona ha uno scatto.
Per la prima volta vedo nei suoi occhi un bagliore.
Un interrogativo.
Guardandola mi sento ancora più eccitata.
Allargo le cosce.
Bagnata. Vogliosa.
Giro la testa per seguire il suo sguardo.
Vedo il volto di un ragazzo alla finestra.
Vedo un movimento strano.
Non capisco.
Flash nella testa.
Così immobile. Completamente aperta.
In attesa.
Mi sento raggelare.

Vetri a terra.
Rumori ed isteriche grida.
Resto stupita. Occhi sbarrati. Attonita.
Uno mi viene davanti.
Mi dice che sono troia sferrandomi una manata.
"Lurida puttana cristiana".
Lo sento dire con rabbia.
Sono atea. Penso.


Vedo la padrona in un angolo della stanza.
Sasha è sempre a terra.
Ci sono altri dentro.
Dentro ci sono altri.

Mi allarga le gambe.
Si struscia su di me. Lo sento duro.
Non so cosa stia accadendo.
Sembra una lama. E' un attimo. Subito dopo non c'è.

Strillare. Sento strillare. Voci di donne.
Non vedo.
Non vedo. Più.
Nero.
Ho lui davanti. Solo lui.

Si avvicina un altro ragazzo.
Gli porge una ciotola.
Lo vedo immergere le dita. Le tira fuori rosse. Impregnate di rosso. Disegna sulla mia pelle.

Sempre più bagnata tra le cosce.

Pentagoni a cinque stelle.
666.
666.
Pentagoni a cinque stelle ornano i miei capezzoli.
666.

"Tienila più aperta" sussurra eccitato l'amico. Ha degli occhi da folle.
Lo squadro con incertezza.
Mi infila due dita dentro. Mi fa male. A fondo.
Mormora insulti.

L'amico inveisce contro il mio pube rasato.

Muove veloce le dita. Mi morde il collo.
Spasmi di terrore. Sento colare tra le cosce.
Mi scuoto con violenza.
"Fottimi" gli dico. Non mi ascolta.
"Fottimi!!" …

Si guardano.

Ho un annebbiamento.
Mi sento piena.
Sono appagata.

Sbreghi sull'addome.
Ho sbreghi sull'addome.
Carne lacerata.
Il sangue mi manda in fusione la vista.

Tocco i tagli. Profondi.
Succhio le dita sporche.
Faccio per sporgermi verso il tipo che mi sta davanti.
Lo voglio dentro.
Ora. Subito.
Tutto.

Avvinghio le cosce intorno alla sua vita.
Le unghie sulla schiena.
Strappo la pelle. Con forza.
Conficcate a fondo nella carne.
Voglio che si ricordi.
Allucinato.
Voglio che mi possieda.
Che mi punisca.
Che si incazzi perché ho espresso desideri invece di prostrarmi.
Esemplare slave.
“Puttana mi fai male!”
“Ripetilo” lo apostrofo, sperando in un qualche schiaffo.
Allucinato.
Alienato.
Vorrei averne dentro anche un altro.
Ormai siamo solo noi.
L'amico non si decide a prendermi da dietro.
Voglio essere sottomessa.
“Coglione” penso.
Sento una fitta. Dovuta ai tagli.
Li guardo bene.
Vengo. Orgasmo.

Distrutta mi acquieto.

Sento la presa.
Sento la morsa alla gola.
Ora che ho calmato l'istinto. Apro gli occhi di scatto.
Così.
Sbarrati.
Lo vedo fissarmi. Ha quel ghigno.
Inizio a tossire.
Confusione.
Labirinto che disperde i miei pensieri.
Sensazioni a svanire.
Preda dei sensi.
Corpo disteso a cercare un ultimo alito di piacere.
Lo vorrei mio.
Ora. Ancora una volta.
Spasimi.
Immagini offuscate.
Voglia.
Rabbia.
Impotenza ad esplodere con prepotenza.
Cerco di urlare.
Ficco un' unghia nella mia pelle.
Non emetto suono.
Nessun fottuto suono.
Nessuno.
Solo il silenzio.


Il silenzio.
Totale.
Regna sovrano. Adesso.
Pace.
Non sento grida laceranti. Non sento sospiri.
Alcuna sensazione.
Io distesa.
Sfondo omogeneo di nero. Tenebre ad accogliermi.
Le gambe rilassate ad attendere.
Il silenzio.
Re della mia anima.
Maestà del mio corpo.
Il silenzio.
Sono tornata regina.
Ora cammino nuda sull’asfalto.
Non c’è più nessuno.
Solo dolore ad incoronare il mio capo.

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