DIEGO ZANDOMENEGHI
Libreria dell'usato, tra scartoffie e vecchi manoscritti, libri strappati, pagine ingiallite, i miei occhi arrossati per le lenti a contatto e la polvere, scruto, cerco... poi il richiamo e lo vedo. Nero, copertina buia, due figure come se cadessero in un abisso senza fine, il nome, mai conosciuto. Il libro come un quaderno delle elementari, lo apro, lo sfoglio, leggo qualche frase ed è fatta...è mio. Il libro di poesie di Diego.
Brandendo
tra i manti
di efèbi i morbidi seni
le natiche implumi
lo sperma di lusso
s'avvinghia alla carne
In
distesa sul piano di burnùs
edulcorata l'ora infiacchita
è sterile l'apice verso il grido l'ansimo
l'ègida con mio si frantuma
qui il tempo oleoso vibratile
Turgori
molli d'amore
sull'isteresi del tempo
si plana la noiassenza
l'attimo per attimo
su fradicie membra di pianto
Su
stretti vaginali il pitico afflato!
Il demone porge
l'orcio soporoso del salivamento
edulcora l'epidermide
tra lignee ali variopinte
Solamente
resta
"nei tuoi demoni"
quando racconti
grossi impagliatori di maiali e
raggiunta la galassia in carro
(scritto al cartelo NCG3034 [M82])
ORSA MAGGIORE
la prova inconfutabile
della tua follia
Dalla
spiaggia sale
all'albore al biancheggiare
folle uragano oltre fil di ferro
lenti rotte
limite massimo
accettando la brezza
UN LAMENTO DI DIVA
Sapete
chi sono?
Il canto di gloria diventato furore e confusione
non afferro assorbo
anche le ultime spiagge non vogliono incontrare
masserizie e oggetti scenici
sono maldestre
ma sanno ciò che vogliono
come io voglio
una quantità illimitata di persuasori
Rubinetti
perdono entro lumi sparsi
orge ecclesiastiche
clericali barbuti neri
papa ipnotico
che balla una ciarlatano tango
della pia evangelizzazione possiede
una VAGINA laica
senza pudore plastificata
nella santa croce di tutti i santi
beatificati cornuti demoni
Questi
ultimi anni
colto come in uno strapiombo
FEDORA carica di tensione
padre cinghiale trafitto
COME STESO SU CHIODI (?)
fatti pochi metri in cento anni
visto solo un traghetto MA
migliaia di efèbi delicati
Luce
violenta di parole
sconvolge il buio teatro
dalla platea un solo fischio
quest'anno sarà un grosso SUCCESSO
Solo
ora preso dalle mani la vita
molto morto nella sua sfrontatezza
MAE WEST
nella parlata d'orgoglio
scivolata per strada con secchi spermatozoi
tra le mani e foglie secche secche secche di
BELLA BAMBOLA BLU
Pietrificata
la foresta
tutte le cose ridotte come sassi inebetiti
s'aggira la luce approfitta di un vasto buio
accoccolato in fondo dentro antiche fosse
innumerevoli vermi arroventano la loro fame
Al
limite (pseudo termine)
di ogni faccia
di ogni cubo
di ogni più grende cubo
di ogni ammasso di più grandi cubi
uno spigolo cambia-rotta
in esso s'aggira lo spazio
Scurrile
mondo d'incubi travolge qualsiasi spazio sociale
urla lamenti crepitano osceni
(IGNORARE fischiare alti palcoscenici)
Ibride congiunture nella scialba luce
deformano perfette sfere
tutti i turbamenti si ripercuotono
dal mare vocale incombente minaccia
deformati microcosmi nel riverbero degli incendi
GROSSI MOSTRI INFESTANO LA STANZA
Se
da vento si gonfia
corrosivo tra onde di canto
gonfiarsi è scoppiare
di reti intrecci furtivi
che ci scoppi tremendo
sulla faccia muscolare pus
L'ombra
radente slanciata
in corpo neve di maggio
la parola d'ordine è volare
scheggiare l'osso d'acciaio
incorporate le unghie di porco
sensibilità
l'ombra radente sfrenata
E
dal buio fiumane globose
escrescenze palpabili di caos
ingabbiate meteoriti ostili
l'essere ciechi da ombratile folla
iper-centrismo universale dilaga
verso un mare di stelle vere
Viso
da vento sciolto
da berciana cadenza muliébre
lignee tinte di voce
urlamato frammento di sogno
tra uragano sopito e maree
su docile scheggia bruciata
da dolore consumate cellule
Tra
sanguini oculari
l'ovulo da cieca visione
moltiplica filamenti focati
giostra d'assestamento rituale
s'infiamma tra vene tensive
deflagrazione da ninfosi gestuale
verso uno scontro d'anime
Escrescenze
da slabbrati suoni!
Globi incorporei pulsano
tra crepate labbra dorate!
Midolli impellicciati di visone
crepitano filamenti gelatinosi!
Ritmico gesto visanale
squarcia branchi di balene!
Da vocale afflato
immondezzai d'algide virtù!
ALDA MERINI
Quasi invisibile...Tenere in mano il libro di poesie di Alda è come non avere in mano nulla, ma si possiede una tal infinità di emozioni che è difficile ora spiegarlo. Non conoscevo il suo nome e non m'importava affatto. Volevo possedere questo libro e leggerlo, senza sosta. Le sue poesie sono come il titolo scelto: SUPERBE.
(da "superba è la notte")
Sulla
noce di un'albicocca
sul primo pensiero che mi salta in mente
fondo l'alluce della ragione
per toccare i tuoi piedi eterni
Lasciami
andare contro la parete
tu che hai un fucile carico d'inganni
e che vuoi farmi morta con la vita.
Non moritò ché la tua donna è eterna
solo perchè ti ha guardato negli occhi
dentro il gran giorno della primavera
Viene
quindi la stanca permissione che ci dà
il caldo di queste frontiere di luce dove
il poeta milita per se stesso
assurdo e in compagnia di nessuno, con solo
le sue vele al vento e la sua parola nel cuore,
esso domanda agli altri che lo ripaghino
di un ascolto o di un'onta che faccia di lui
il portatore della follia magica,
degli orizzonti-finestra chiusi sul mondo
e aperti a tutti i domini possibili.
Lusinghiera forza del creato
il poeta interroga il mondo intero
e le sue incertezze, come se la frontiera
della sua storia stesse al di là dei fiori,
biondi cunicoli dell'esultanza, e pago
di un mondo ormai spento dalla fortuna
crea cose che il tempo non è riuscito
a polverizzare sotto le unghie delle fate
C'era
una fontana che dava albe ed ero io.
Al mattino appena svegliata
avevo vento di fuoco
e cercavo di capire da che parte
volasse la poesia.
Adesso ahimè tutti vogliono
strapparmi la veste,
ahimè come ero felice
quando inseguivo i delitti
di questa porta dalle mille paure.
Adesso tutto è deserto e solo,
gemono ventiquattro cancelli
su cardini ormai spenti
Per
ciò che non dissi
per ciò che non so compitare
per le anime spente dei fanciulli
per quella Lesbo infinita
io cantai una compagna
ardente nell'amore
e festosa nei riti eleusini.
Per quella compagna che cominciò
il mio canto e che parla di morte nell'amore
continuerò a dire che la vita è una festa
e che la festa brucia gli impostori
Lampeggiano
i delitti qui nella zona.
Parlartene è per te perdere tempo
ma spero che qualcuno mi scriva
magari dall'inferno
Nascono
a volte muse furibonde
musi tribali intorno ad un banchetto
che lava nel mattino i suoi pensieri.
Anfitrione sei tu, strano duce
che mi porti lontano oltre le coltri
di cartapesta di questi balconi,
strane bugie dentro la parete
dove adagio si perderà la chiave
di quel vecchio infinito manicomio
che è l'ospedale della gente ignuda
Anima,
solamente la parola
tace e si affranca il sentimento
il segrto che turpe mi appassiona
sulla scoperta che non feci mai
del cadavere vecchio di una donna
che aveva mille mani, dissepolta
dalla calunnia, quell'andare stordito
sopra i barconi della vedovanza.
Ricordami il pensiero della vita
tu che ti sei calato nelle pietre
credendole il mio fango musicale
Piange
la follia nel mio letto
assurda memoria di altri momenti.
In me tutti amano la follia e io la venero,
straordinario balcone di canto
ma nessuno ama la donna che si brucia allo specchio.
Nessuno sa cosa sia il piacere
di reggere il lume della pazienza
attraverso strade infeconde
liberando momenti di solitudine.
Paiono orrende torture
ma intanto mangi bevi e vai avanti
dopo aver conosciuto l'embrione
che ti ha dimenticato
O
anima che scavi la terra
adesso giustamente perduta
resta in noi il tuo modesto cammino,
anima di sempre: ascolta
ora il nostro babelico linguaggio
colmato di silenzio,
tu che ora sei ormai santa parola
o forse parola imperfetta
ma che certo cammini sull'acqua
col piede di un amante
Abbiamo
lenzuola fredde come lapidi
scoscese come i pendii dei monti.
Manca l'erba che si meraviglia troppo
e il sole che altissimo nuoce
alle speranze coperte che non volano
e non colpiscono il segno
di un amore rupestre, coperte che gemono
purtroppo amaramente
C'è
gente che va al manicomo soltanto per morire
o perchè una vedova bruciata dal freddo
ha regalato un anello falso al principe delle onde
e così questa gente si vendica di tanti predoni
e dei doni che Dio ha dato loro
con assenze private, con comodi irreversibili.
Fanno un fascio dei loro tormenti
e li bruciano al fuoco della morte facendo strane fatture
e strani scongiuri agli dei.
C'è gente che vuole il veleno dei farmaci
e trova chi li accontenta o coltelli di sguardo puro
per uccidere i santi e i trovatori.
E' la legge di chi divora la carne degli altri,
che hanno usato la loro pazienza per non soffrire
CESARE VIVIANI
Forse è stata l'immagine in copertina, o forse l'edizione ordinata ed elegante ad attirare la mia attenzione. Come al solito cercavo un poeta a me sconosciuto, moderno. Non potevo non rimanere incantata dal titolo...era come me: una passante. E come tale ho raccolto la pietra.
(da "passanti")
Il
grido attraversò il buio
fino all'altra sponda
o nemmeno sfiorò
lo spessore della notte, né l'invocazione
né la divinità poterono fare nulla
con l'aria impenetrabile, tanto sfiorì
una vita,
tanto chi doveva sentire
non sentì
Il
pensiero del tanto incompiuto,
tra mosse di viventi e smottamenti,
tra getto di speranza e inesorabile
abbandono, è ignoto, tace, non si esprime
se non in qualche tenue, lontanissimo coro
Quella
minima traccia rimasta,
ora ricoperta dai segni dei nuovi nati,
sparta, e anche le nuove destinate
a sparire in tempi brevi, la nuova vita
non risparmiando segni anteriori
Materie
filtrate, lasciate cadere
lungo piani reclinati a condensare
rappresentazioni, scritture, usate, non si può
dire il tempo, poi abbandonate, ridiventate
semplici tavole
Il
volo nell'universo, rallentato
dal manto d'erba delle più fluttuanti colline,
e il percorso, la distanza non vogliono apparire,
lo spostamento finisce, appena accaduto,
il cambiamento è eterno, non esiste
Le
lance che ogni volta gli ospiti infliggono
visitando per tentare affondi, aperture
a quell'oscuro, nero che non si fa dire,
o per ferire, colpire sempre lo stesso punto
di dolore non dichiarato, nascosto,
poi la narrazione stessa,
libera dai ricordi, dagli episodi,
chissà se diretta a salvezza o a perdizione,
ogni episodio, la voce stessa
rivolta a cercare amicizia, amore,
fanno un giro comune pieno
di comuni palpiti
Vederla
fiorare l'uno poi l'altro,
ritrarsi da chi vuole afferrarla,
in ogni luogo scorre la vita, e così l'Annunciazione
è quella dell'Angelo, come è quella del clamore,
dell'odore, del colore...
Imperdonabili
non furono esseri,
e così restarono sempre,
sospesi, infissi, impagliati
nell'unica possibile rete
Colori
persi e di perdita
definita irreversibile stato:
la cosa indominabile ha preso il posto
dell'ultima sfumatura percepibile.
Non il mistero o l'assoluto incomprensibile,
ma la cosa che non c'è
Questo
vuoto, pieno di armigeri
filati, tessuti, senza sponda
s'infiamma, si distrugge e la parete emergente,
la sua storia comune sconosciuta
e l'angolo con la sua luce che inonda
veemente, non sono occhi aperti o chiusi,
non sono pensieri, è l'unica
forma di possesso possibile,
strazio inavvertibile
Invocare
te, unione degli spiriti,
comunità inverificabile, puro nome,
chiederti aiuto, mole di pietra anonima,
solo voi potete soccorrere, e così l'essere
umano e visibile come un maestoso concilio
di silenziosi invitati, di eletti
La
sostanza è visibile, è invisibile?
Estrema costruzione del pensiero
o punto in cui la natura
si perde e si ritrova continuamente?
Luogo di verità e di accostamenti,
o adorabile vuota illusione?
Uccelli neri volano nel vento,
calano verso terra sopra bambini contenti
che schiamazzano all'evento, impossibile capire
o anche solo nominare
l'allegria e l'agonia
E
nasce proprio là il tempo,
celeste, prossimo e lontano,
della terra chiamata madre,
dove caterve di corpi umani si spengono,
esistenze sbiadite, ammassate, affondate
nella quantità, nella lentezza,
senza nome e senza età,
condizione non detta
Sentivano
loro, i senti, l'attitudine
del terreno ad assorbire, a trattenere,
a rendersi improvvisamente impermeabile,
impervio, a mancare. Non c'erano
registrazioni o perenni inviti a trasferire
i dati, a comunicare, a connettere.
Spirava come brezza insinuante
la solitudine, spezzava contenuti,
intese, unioni, piccole e grandi società,
riapriva il caos
Non
differente dal bene il male va a scalfirsi,
adagiarsi guastato nel suo opposto.
Chi lo riporta a compattezza, a luminosa trasparenza,
chi lo risana e lo restituisce ogni volta
alla sua incorrotta origine?
La strada che percorriamo è stata un giorno
terra di guerra, conquistata, persa,
sudata palmo a palmo col sangue, e prima
sentiero di bosco,
ignoto di ignoti, battuto da immemorabili moti
Sono
luci e ombre, nient'altro,
che governano il globo:
niente di gaio o ferale, niente di umano.
Così non è la fine quella da espiare
o da superare con la supremazia dell'anima.
La materia non si riconosce, si adagia,
poi si combina, si fonde
senza nessun bisogno di fonditore
Passano
nell'ariale vite, tutte,
nella sua fluidità e inconsistenza,
vanno e vengono le forze, gli impulsi,
è l'alimento di ogni istante,
il punto massimo di rarefazione e assistenza.
L'aria non ha l'impensabile eternità
Il
tempo volta nel tempo le sue pagine,
niente da fare per questa immagine
riferita al vedente o immaginata
autonoma dall'immaginante,
né per quella, pensata come originale,
di avere un corpo trasparente all'interno,
dove nessuno vede,
e in superficie, all'esterno, opaco
GHIANNIS RITSOS
Ruvida al tatto la copertina, morbide le parole sotto il titolo. Le sfiori con i polpastrelli e senti già il sapore della sensaulità. Non potevo resistere alla tentazione di avere questo libro di poesie. Mi eccitava il solo sfogliare le pagine.
(da "erotica")
Anche
le parole
vene sono
dentro di esse
sangue scorre
quando le parole si uniscono
la pelle della carta
s'accende di rosso
come
nell'ora dell'amore
la pelle dell'uomo
e della donna
La
poesia
ah la poesia, diceva,
un coito infinito
segni d'interpunizione niente
nessun punto e a capo
profumo della terra
letame e fiore di limone
e sperma
la zappa e il badile
sopra il marmo
doppio lavoro
altro non dire
l'amore uno
Imperscrutabile,
dice,
inesauribile
il corpo umano
cielo rappreso
cielo rosso
vi sprofondi
non hai un ramo a cui tenerti
terra su cui poggiare
cielo rappreso,
perchè ti si schiudano le ali
devi uscirne
Congiunsero
le labbra
le lingue
la saliva
la loro saliva si rapprese
così plasmarono
un dio
piccole margherite
sul suo villoso petto
un pane sulle sue ginocchia
e il compasso confitto
al centro della carta geografica
il mondo è un cerchio
Due
corpi immobili
nel loro movimento
pagliuzze tra i capelli
lampadina rossa
alito rosso
uccelli della notte
porte specchi
segreto ascolto
e dopo
grosse pietre
rotolano dal monte
cadono in mare
fragore liquido
e accanto l'intermittente
rumore del frigorifero
Hanno
fame gli occhi
hanno fame le orecchie le narici
la bocca la lingua
ha fame il corpo
annusa tende l'orecchio fruga
le ginocchia gli abiti le tasche
il volto l'altro corpo
le ciglia a una a una
statue corrono di notte
persone con bandiere
lampioni
il corpo ostinato fruga
le articolazioni di un gesto
sopra la morte fruga
dentro la morte
sente le gocce del rubinetto
nel bagno di marmo
coi grandi asciugamani rossi fradici
Chi
grida tutta la notte?
Gende dura d'orecchio
anche gli specchi duri d'orecchio
accendo la lampada
spengo il fiammifero
nell'altra stanza
ti spogli tu
sento il rumore del tuo corpo
reclinano i tuoi capelli
l'ombra della bicicletta si disegna
sull'umido muro
le ombre dei chiodi crescono
sulla porta chiusa a chiave
Il
tuo corpo sulla spiaggia sabbiosa
la sabbia attaccata alla tua carne
la sabbia sulle mie mani
sulla mia lingua
perch'io ti scopra
dietro l'esilissimo ostacolo
e la sabbia che ci cade dai capelli
che si deposita sul fondo del silenzio
e noi
belli appena lavati
emersi dalle nostre acque
alla luce e al corpo
di questa terra
Rosso
rossissimo
il rosso
cancellalo col nero
sì col nero
fà un foro nel foglio
getta dentro
i chiodi il coltello nero
ah rosso ucciso
la musica profonda
Amore,
la profonda incisione
ciò che sognammo
metà nell'ignoranza,
metà nell'assoluto, qui
Mese
promesso.
Giorno promesso.
Verrò, dicesti.
Aspetto sulla porta.
La porta
è piena di sigilli
Il
tuo corpo invisibile.
Tangibile.
Due uccelli nelle tue ascelle.
Una croce sui tuoi seni.
Morte niente
I
corpi
rifiutano le parole.
Nudi e silenziosi
s'intendono.
Le due Sfingi di pietra
si guardano.
Dalle loro labbra scorre
l'acqua azzurra
ROBERTO LONGHI
Bancarella in Duomo a Milano. Alla ricerca del solito libro pressochè sconosciuto, un pò per andare sull'alternativo. Piccolo, minuto, quasi non tangibile...era lì. Mi guardava e l'ho preso. Soddisfatta.
(da "lo zero di una storia")
Il
cuscino si sbilanciava sempre
dalla parte di un dubbio
sulla seggiola più antica
fedele a sepolture di sorrisi
e ancora una voce rompeva l'oscurità
dei giorni brevissimi sul filo del rasoio
il tormento delle maschere più amate
Sò
consumato lo sguardo
nella corsa delle primavere
un'altra stanza da uccidere
un'altra nuvola da scorgere
prima che un ciglio baci
la sua scogliera azzurra
la cava degli inchiostri
fidda di anime di rondini
di nevi dilavate e troppo bianche
delle valigie che non ci attendono
come il sorriso d'inteneriva
delle minuscole figure
sedute in fondo
stanche di musiche in fuga
Un
pianoforte a coda custodiva
l'infinito silenzio della musica
del nostro amore strano sul
balcone del primo maggio
come se qualcuno soffiasse
allo spiraglio della porta
venti più dolci a rischiare
gli intonaci invernali
piantati fra le ali del cuore
libero di gridare tutti i lampi dei fiori
Anime
sapevano degli esili venti
da luci di sguardi
rotte le superfici d'amore
per non sapere gli alberi
del paradiso
trattenere
le ciliegie di maggio
Occhi
di una storia
da gridare sui
ricordi gravidi
dei neri incanti
allora era buio il mattino invernale
ora
la primavera brucia
una periferia
A
denudare giorni
cadono macchie
sulla purezza del nulla
la carne a decidere quale
maschera
da insanguinare d'arido amore
L'alone
di rivederti
allontanerà i corvi
inverni compatti
su fredde zolle
tempi per morti
sempre immature
quando comincerà
ad agitarsi
il nitore di azzurri
per santi di ghiaie
saprò cercarti di musica
di acqua sorgente
di sangue di sogni
per sinfonie di ricordi
litorali di voce
Nulla
che ci guardava
ma la corrente inquinava
il ricordo del ponte
e le mani più grandi
sopra gli inverni dei sassi,
a lisciarsi fra le alghe
l'ingenuità della morte
Un
tempo le bambole impagliate
sorridevano felici alle bambine,
per rincorrere aquiloni
sui cavalli a dondolo,
carezzavano il disordine felice delle stanze.
L'incenso dei fuochi nei campi
aleggiava fino alle soglie
delle case di pietra,
dove i raccolti e i sortilegi dei bisnonni
giocavano a carte
Filamenti
azzurri di menzogna
abbarbicati al cielo estraneo
vengono a illuderci finzioni
all'alba dei colori dei silenzi
senza amore ancora senza amore
freddi quei coltelli per uccidere
col sole alle tue spalle
Con
la tua maschera invisibile
e piena di piaghe
hai tenuto il tuo sorriso
sopra un attimo di porte
di strani addii da dirsi
come commiati candidi
attorcigliati del dolore
di non riuscire a piangere
per colorare il male
il secco delle spoglie
lo zero di una storia
.
notturno
. isabella
santacroce
. ann
beccamorti
. angela
buccella
. echi
. sussurri
. sepolcro
. letteratura
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