DANIELE GRASSI
Smarrita tra gli scaffali di libri usati. Una copertina rossa, dura. La sfiorai. Sfilai il libro e lessi il titolo:affascinante. insolito tracciato di se stessi, così lo percepì, così lo acquistai.
(da "circuito chiuso")
Sempre
eretto, sempre bagnata. Metti
il profumo al limone. A sfinimento
poi morderò. Tu l'arco
del tuo corpo tendendo, antica musica
trarrai dal mio e pendolo
sarai all'ora fugace e assalto d'onda
allo sprone di roccia che ti penetra.
Ogni amante è guerriero. Avversi l'armi
tentiamo e simili. Cavalchi: il vomere
la terra attende capovolta e, menre
ondeggi, doloroso i seni a grappolo
ti stringo ed i capezzoli
tormento finchè sgorga
l'aforoso liquore
che al grido salutiam d'angoscia vinti
Boccavulva
mirabile! Indistinto
il piacere fluisce. Policentrica.
In abissi tentacoli
d'ignote specie pronte a metamorfosi.
Arse stagioni, dolci e malinconiche
l'ora al colmo mi versa. In più millenni
forme hai rapito, suoni e tinte, oscura
alla natura mescolando regni.
Dolcezze tenerissime
e strazi forza germina
e porta disumana a precipizio
Reggere
allo strazio
dei crolli di sonnambulo. Sargassi
cateratte alimentano
e crestemani in baratri vaneggiano.
Contorni più non reggono.
Le ossa si dislocano in silenzio.
O vulva incontenibile
negli occhi e in bocca, ti amo. Di rimbalzo
colpisce il grido. Crollano i sonnambuli
La
vipera gira al largo,
non la toccare, ha vita difficile.
Costretta al suolo, tra i sassi
il corpo allunga, penetra interstizi:
versuta forza nella testa accentra.
Basilischi, ceraste, anfesibene,
verdi d'invidia e neri
di solitudine, morte
seminano. Se perderti
o imbestiarti preferisci, lasciati
tra i seni palpitare serpe: al collo
si attorcigli e ti succhi avida l'anima.
Sono spesso in natura itercambiabili
le parti e il predatore è preda. Docile
balli se canto o in incantesimo
mi fissi ed a volute ognor più rapide
scendo nelle tue fauci.
E mi divori e ti divoro. Amen
Addentro
nei meandri
fingo sortite e sbocchi.
Sorrido scaltro quando par che tocchi
la molla che lo scatto
imprime al meccanismo che s'inceppa.
Aggiungo altre misure ed altri tempi
al tempo che mi sfugge.
Quinta posticcia, si dilata e affloscia
il corpo. Ad ogni soffio che mi porti
esercito il cervello vecchio stolto
e la testa è una zucca
che il mulo imbizzarrito a calci spacca.
Ma se dall'antro luce
veder potessi e rami
movesse il vento contro specchio d'acque
e alla luna silenzio risalisse,
leviterei congiunto e chi mi porta
non più saprei e se la terra o gli astri
I
sentimenti
come orpello dismettere potresti
se maschera ti fossero di un giorno;
oppure, goccia a goccia
la linfa ritirando, ricoprirti
di affetti morti come di sterpi arsi.
Carni, però, della tua carne e sangue
del tuo sangue, memoria, desiderio,
trasalimento e solo la tua letizia
cerusico non vale
a staccare da te. Dimenticato
dimenticare non potresti. Amen
Cagna
resta cagna
e l'amore è un orificio.
Dal lupanare venisti
e al lupanare ritorni
di anelli, coibenti ed artefici.
Avere qui e subito, senza
possibilità di scelta.
Come ogni animale.
Come ogni animale chi desse
alimenti con povera malizia
una vita attendesti.
Ha fiato corto la menzogna, i conti
di speziale non tornano.
L'amore è morto
Le
carni mie, le carni tue di Dea
che di pesco fiorivano e gli eroi
nutrivano di ambrosia,
ora in pasto le dai alla libidine
di amplessi flaccidi e laidi.
Del calice amarissimo la feccia
dai pori ti trabocca.
E tu, cuor mio, subisci
di essere attrita e insudiciata e l'anima
non ti scoppia e non chiami
a soccorso? Più non ti riconosco.
La luce che negli occhi ci splendeva
è spenta. Sul diadema della fronte
grufolano i porci
Decifra
i segni nella carne impressi,
gli anelli di tortura, i denti stretti
a macinar lo strazio, il sesso avulso
gettato ai cani e l'anima di serpe
schiacciato sul sentiero a sassi spessi.
Preda dell'amarezza non trafiggere
le mani. Poco resta
al naufrago: quanto basti
la ruggine a salvar di brando in mostra
e il portamento altero della testa
Uniformi,
monotone apparenze
l'anima mi assuefanno.
Scorre pagina a pagina l'assenza.
Ed ecco un lacerio
di fischi, sistri e sibili mi squassa
i timpani, baleni
abbacinando figgono
crudelissime lame: è in me la bocca
di lei, l'ascella, il sesso,
il grido rauco. O in altri
Il
baratro che si apre, il tonfo al cuore.
E cado e mi sollevo
e cado sempre e ancora. Non mi dite
di succedanei. Il sangue
alle mani sarebbe nulla. E' dentro
la frana, non c'è appiglio
che tenga, non c'è voce
che il grido di sventrato
soffochi. Carne a brani
il tempo a morte adduce e non c'è fine
Sullo
slip della bambola in segreto
scrissi "mia" e il richiamo
sotto merletti e trine
furbesco agiva, aprendo bizantini
spiragli tra consunte
maglie di giorni. Aveva
segnali avventurosi
la folle mente. "Tua
è rimasta la bambola". Tormenta
la voce ancora e adesca. Or pubblicato
il segreto più nostro, se troneggia
imperterrita, spezzala la bambola
Consunte
brame in paesaggi triti
ridisponendo, ebbi allegria di luci
e fu dolcezza dire
parole comprensibili e segrete.
Il male che persiste fu la mano
fatta cadere a notte
su strade torte in terra sconosciuta.
Spazio multiplo l'eco
polifonica irride e avanzo a scatti
come se ancor potessi
comprendere, parlare,
sentire. Frasi fatte con risposte
obbligate. In me stesso
meno la tresca solitaria matta.
Mi prendesti per mano e mi adducesti
nella camera degli specchi
SYLVIA PLATH
Mi raccontarono la sua storia. Macabro lo so, ma mi affascinò! Il suo suicidio, la sua ultima poesia. Fino alla fine regina delle parole e del pensiero stupendo.
(da "Lady Lazarus e altre poesie")
Stasi
nel buio. Poi
l'insostanziale azzurro
versarsi di vette e distanze.
Leonessa di DIo,
come in una ci evolviamo,
perno di calcagni e ginocchi!
La ruga s'incinde e si cancella, sorella
al bruno arco del collo che
non posso serrare, bacche
occhidimoro oscuri lanciano ami
boccate di un nero dolce sangue,
ombre. Qualcos'altro mi tira su
nell'aria, coscie, capelli;
dai miei calcagni si squama.
Bianca godiva, mi spoglio
morte mani, morte stringenze.
E adesso io spumeggio al grano,
scintillio di mari.
Il pianto del bambino nel muro si liquefà.
E io sono la freccia, la rugiada che vola
suicida, in una con la spinta
dentro il rosso
occhio, cratere del mattino
Colore
inonda la macchia, porpora cupo.
Tutto slavato è il resto del corpo,
ha colore di perla.
In un anfratto di rupe
risucchia il mare ossessivamente,
un solo vuoto è perno di tutto il mare.
Non più grande che una mosca
il marchio funesto
striscia giù per il muro.
Il cuore si chiude,
il mare cala,
gli specchi sono schermati
La
donna è perfezione.
Il suo morto corpo ha il sorriso
del compimento, un'illusione
di greca necessità scorre lungo
i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente
a una delle due piccole tazze di latte,
ora vuote. lei li ha riavvolti
dentro il suo corpo come petali
di una rosa rischiusa quando il giardino
s'intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole
del fiore della notte.
Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d'osso.
A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tenfono le sue macchie nere.
L'utero
fa tinnire i suoi semi, la luna
si scarica della pianta che non ha meta.
Mio paesaggio è una mano senza linee,
le strade ammucchiate in un nodo,
e un nodo io stessa, io stessa la rosa
che tu adempi, questo corpo, questo avorio
sacro come strillo di bambino.
Simile a un ragno, io tesso
specchi fedeli alla mia immagine,
null'altro esprimenti che sangue
assaggialo, è rossocupo!
E la mia foresta mio funerale,
e questa collina e questo luccichio
da bocche di cadaveri
O
mezza luna, mezzo cervello, luminosità
negro, mascherato da bianco,
le tue buie amputazioni brulicano e spaventano ragnose, infide.
Quale guanto quale coriacità
ha protetto me da quell'ombra,
gli indelebili bocci,
giunture delle scapole, le facce che
si fanno largo all'essere, tirando
via con sé il penzolante amnio-sangue
delle assenze. Tutta la notte fabbrico
uno spazio alla cosa che mi è data,
un amore di due occhi umidi e uno strillo.
Un bianco sputo d'indiffernza!
I frutti oscuri volvono e periscono.
Il cristallo s'incrina, l'immagine scompare
e abortisce come mercurio in mille gocce
Le
colline sconfinano in bianchezza.
Persone o stelle mi guardano
con tristezza, le deludo.
Il treno lascia una linea di respiro.
O lento cavallo colore della ruggine,
zoccoli, dolenti campane
per tutta la mattina la mattina
si è andata annerando.
Un fiore trascurato. Le mie ossa
hanno requie, i campi
lontani mi sciolgono il cuore.
Minacciano di assumermi fino a un cielo
senza stelle né padre, acqua buia
Nemmeno
le nubi assolate possono
fare stamane gonne così. Né la donna
in ambulanza, il cui rosso cuore sboccia
prodigoco dal mantello
dono, dono d'amore
del tutto non sollecitato da un cielo
che in un pallore di fiamma accende i suoi
ossidi di carbonio, da occhi
sbigottiti e sbarrati sotto cappelli
a bombetta. O Dio, chi sono mai
io da far spalancare in un grido
queste tarde bocche in una
fortesta di gelo, in un'alba di fiordalisi
Per
le radici dei capelli mi afferrò
un qualche dio. Ai suoi azzurri volt
mi rattrappii come un profeta del deserto
le notti sgusciarono via come palpebre
di lucerola: un mondo di vani giorni bianchi
in una buca senz'ombra.
Una noia d'avvoltoio mi appuntava
a quest'albero.
Farebbe anche lui come me, se lui fossi io
PAOLO RUFFILLI
Non c'è una vera spiegazione per questo. Amo le poesie corte, concise, decise. Adoro leggerle in una stanza in penombra...
(da "camera oscura")
L'oggetto
che si è
offerto all'obiettivo,
premuto e distaccato.
Messo a morte,
eppure lì sospeso
a tempo indefinito
disegnato, per assurdo,
nel suo essere proteso.
L'atto mancato
I
piccoli pezzi di carta,
smossi su dal cono spento,
prendono contorno
ridanno tono e mete
chiamano nessi tra di loro
assumono il colore del pensiero
si fanno luoghi e tempi sempre più
distinti, in cui ritrovano spessore
le figure, spandono odore le virtù
segrete, le atmosfere,
le assenze di un silenzio succulento
rete scorta magazzino
di immagini e sapore
La
presenza cancellata:
l'idea di una cosa inanimata
portata al punto di farsi assenza
definita, eppure intanto
volto opaco e senza vita.
Segno evidente dello squarcio
sul quadro decoroso
dell'invalicabile distanza
del salto e del trapasso
nella scandita finzione
del presente
La
parola, per me,
veniva da distante.
Un a priori, quasi, l'avvertivo.
Un eccitante.
In un processo in qualche modo diverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più sfuggiva
inconsistente ai cinque sensi.
Con l'effetto di essere lanciata
contro un corpo pronunciato e,
nel suo dirlo, di colpo riafferrato
...
un reale ricomposto,
reso logico e ordinato sottratto
al flusso incontrollato della vita,
atteso al passo e scivolato nel lungo
e stretto corridoio,
nel collo dell'imbuto che l'ha raccolto
frantumato e reso per incanto
in un suo essere compiuto e,
nello spazio di un istante,
intatto e ritrovato
E',
forse, morto quel passato?
O si nasconde fuori del suo campo,
in un oggetto fermo e distaccato...
Il pezzo di focaccia inzuppato nella tazza,
quel sapore ritrovato all'improvviso,
tenuto e trasalito fermato e ridisceso
in ciò che a caso può essere evocato
da un'immagine che per riflesso
lo rende immaginato, appena percepito
nel turbinio di segni
smossi sul tracciato
Il
colmo, la radice, si, delle persone:
la dimensione complessiva,
un'estensione dell'oggetto
a simbolo e funzione di tenuta, di durata.
Il punto pieno che senza termini
contiene il senso illimitato in cui
per convinzione coincidono slancio
e ricaduta dell'azione
Mi
aveva preso un senso un pò
smarrito di disdetta e di stupore
alla scoperta che uno non trovi mai il posto
che gli spetta e non riesca a stare
a una misura.
Ed è finito, per me, in sospeso il fatto
che vivere sia come scoprire qualcosa
di interdetto e di proibito,
che tutto nasca e cresca di nascosto,
che avvenga insomma,
si, nella paura
Figure
e oggetti sulla traccia del concreto,
che disegnano l'altra faccia del presente
scisso, evanescente e sfilacciato:
quella del discorso sistemato,
fatto logica porzione di un immenso,
specchio o ritratto di un valore
rifondato, esperibile immanente...
alfabeto, perfino dall'abisso,
del non senso
E'
che restavo ignoto, nel complesso,
nel senso del ritratto e del contorno
che si era lì riflesso.
Distratto per l'inverso da me stesso
nel mio apparirmi di colpo più preciso,
perso nel chiuso nei punti dell'oggetto.
E, oggi, ancora cogliendomi diviso
da quello che mi penso non mi vedo,
né giovane né vecchio
non so se bello o brutto.
Mi avverto come ingombro
oppure mi scompaio quasi del tutto
La
scoperta che i tanti minimi
e spaiati tratti appartengono
allo stesso sistema generale,
fatto di parti e di rapporti
che hanno perfino un senso,
nel loro disordine totale
...
un segno il dato, ma non memoria
o nostalgia, di ciò che è stato.
Amato o non amato
comunque sconosciuto.
Perduto totalmente, caduto dentro
il suo finire in quello stesso
essere fissato prima di perire
EDMONDO TIBERI
Un treno in movimento, un'amica che mi passa un libricino, io che leggo e le lacrime cadono su foglie d'autunno... il più bel regalo.
(da "certo non solo per amore")
Simili
a violenti rigurgiti
improvvisi fiotti di vita
violano le antiche chiusure.
Parole mai dette si intrecciano frenetiche
nell'incerta apertura.
Poi il tempo le ammucchia
inutili come il vento
le foglie cadute
E
dopo il periodo
del conoscere e del fare,
ora diventa così difficile
percorrere il tempo
dell'essere
L'irrazionale
emozionarmi
per un profilo mediterraneo
mi trascina dentro indistinte sensazioni
mentre il corpo cerca espressioni
che gli occhi non riescono
a soddisfare
Ditemi
cosa volete uno alla volta
o tutti insieme,
prendetevi il mio tempo
tanto è l'unica cosa che vi posso dare.
Non mi lasciate il tempo
di pensare cosa voglio fare
in modo che non mi uccida
l'impossibilità di tentare.
Accontentatevi di questo piccolo
sprazzo di vita
che io non la rimpianga
quando sarà finita
Che
strana giornata mi sta
venendo incontro, un tenue foschia
confonde il mio mondo non come
la perfida nebbia che tutto nasconde
appena un velo sottile che i giusti
contorni confonde e se nasce leggero
il bisogno di vederli più chiari
la speranza mi resta di trovarli
poi meno avari.
Non soffiare per ora, ti prego
realistico vento ch'io possa ancora
una volta sussurrare un lamento
domani ti seguirò dettagliare
gli incerti sentieri ma oggi
lasciami cullare i miei stanchi
pensieri
Quando
la rabbia e la disperazione
lottano tra loro per conquistare la ragione
e la mente già a tratti evanescente
cerca di contenerne gli irruenti assalti.
Quando la voglia di cambiare i modi
di approcciarsi ai medesimi cimenti
ti lascia dentro la statica paura
di perdere le uniche certezze date.
Allora aspetti ancora una volta
che il nero mando del notturno oblio
mitighi il contrasto di aspre ombre radenti
e la pace ti arrivi non chiamata
dal non sentirti in fondo differente
E
mi ritrovo a guardare
nei miei sogni come il gatto
che miagola alla luna
con la malinconia
di chi intravede ciò che vuole
ma la distanza liscia
ed impersonale
toglie anche la voglia di sperare
Tornano
gli opprimenti affanni a riproporre
il loro tedioso lamento
come il cigolio della ruota del carro
che stanco ciclicamente ci chiede
una soluzione che riduca gli attriti
od un ricovero che staticamente ci liberi
dal bisogno di inventarci
lubrificati silenzi
Inaspettata
giornata di sole
in un inverno inoltrato
che scalda l'intorno e la mente
disperato desiderio che duri
che mantenga dolcezza
stupore
la voglia di uscire
di circondarsi d'aria finalmente mite
prima che arrivi la sera
Ti
cerco sfuggente camaleontico
ammasso di pensieri asincroni.
Dovrei fermarmi guardarmi dentro
solo poi intorno.
Capire finalmente dove sono
ma prima come sono
quali dei contrastanti aneliti
nascono da aspirazioni proprie
e quali indotti inquinano
le instabili armonie
Forti
le nuvole grigie passano e guandano
voli di migratori in ritardo
stormi di gente stordita
le piante immobili
è novembre
io guardo le nuvole
i voli, la gente poi le piante pazienti
aspettare la loro primavera
che torni ed io la mia.
Ma in questo novembre pesante
di nuvole riesco soltanto a vedere
l'inverno che arriva
Ed
il tempo... il tempo
porta via i ragazzi
i baci lunghi tra la gente
e gli abbracci disperati
di interminabili partenze
Cazzo
poi si muore
dopo i sogni le speranze i dolori
la fatica il sudore il pianto
la gioia che scoppia i figli
cazzo poi si muore
a te è toccato
con tanti tubi su quel letto
braccia e mani gonfie
gonfie di vita
che non voleva saperne più
di scorrere
ferma ormai anche la speranza
ma allora perchè
cazzo perchè
poi si muore
Vorrei
capirti quando ti incontro di sfuggita
vorrei regalarti parole disattente
vorrei mescolarmi ad un brusio
finalmente famigliare
vorrei mangiarti con sapori consueti
vorrei vederti innamorata di amori sobri
vorrei amare le tue luci ed ombre
troppo incerte da prevedere
vorrei... sentirmi a casa
Sera
di fine primavera
posti del mondo
cielo, aria, auto, gente
una stradina come tante
si apreun piccolo angolo
un ponte tra le case
vento nella sera
sole nella notte
mani che si parlano
corpi che si cercano
allontanandosi
quando fa troppo male
Fuggono
i pensieri
come rami di vite contorti
ad inseguire il sole estivo
a che l'autunno
trovi frutti maturi
MARIANELLO MARIANELLI
Un nome che mi ha fatto sorridere. Ma l'originalità? Dov'è finita. Ci sono cose che catturano la mia attenzione perchè mi affascinano, altre perchè sono simpatiche, particolari. Come in questo caso.
(da "disincantesimi")
Su
questa luminosa arpa di fiume
ho consumato ormai tutte le dita
cercando di accordare, non so come,
l'amoroso tormento della vita
Sul
nastro del fiume che
scorre tra i fermagli
di luce dei lampioni
registro le speranze.
Domani le cancello
Dietro
ai palazzi c'è un vicolo scuro
dove il sole non giunge quasi mai.
Per questo di chiama Via del cuore.
Pipistrelli fra le case
si dibattono i nostri sogni la sera.
La tela d'angoscia che nei vicoli
tessiamo la notte
torna a disfarla l'aurora
dalle pietose dita
Non
odiare quei due che vanno nella luce
dei lungarni tenendosi per mano.
Non hanno colpa loro se sono il nostro sogno,
non hanno colpa se i nostro sogno è vano
Non
sono per noi, quelle
sospese trasparenze,
spettri di una dolcezza
inaccessibile
Tra
nuvle di madreperla,
meduse di luce,
fiottano in fondo al fiume.
Con certe pertiche lunghe
due uomini tentano invano
d'issare sopra una barca.
Non si cattura la malinconia
Bevo
e bevo il tuo viso
nel cavo delle mani.
Non mi passa la sete
Pochi
attimi afferrati per le mani
e poi lasciarci e calcolar nel vuoto
vertiginoso dei giorni e dei mesi
la traiettoria giusta, l'oscillare
dei trapezi e l'attimo che torna
preciso per le nostre mani tese
sull'abisso del tempo senza rete
Maschera
non ebbe mai così bella
quanto il tuo viso ridente, la morte
Spesso
l'amore è un morto che parla,
ma non lo sa. Se non glielo dici,
racconta ancora dolcissime storie
Sugli
abissi del cuore
ti prende la vertigine.
Se non danzi, precipiti
Nella
strada del no
dove ho messo su casa
non accetto più visite
se non di fantasmi
Ogni
giorno divento
più albero che vento.
E le radici rami
lussureggianti nella
tenebra eterna
Guarda
il cielo: si è posato
sul poggio, pare una farfalla.
Non muoverti, o anche lui volerà via.
Alita il casolare
la sua parola di fumo
che il vento non tormenta.
Così mi alzassi quel giorno
C'è
gente che viaggia e va lontano
perchè non sa la distanza infinita
che possono percorrere le dita
fra le ciglia di un volto sereno
A
colpi di forbice tagliano il cielo
le rondini, ma subito pentite
coi fili neri del loro volo
ricuciono tutte le ferite
.
notturno
. isabella
santacroce
. ann
beccamorti
. angela
buccella
. echi
. sussurri
. sepolcro
. letteratura
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