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Tornando
in Occidente, scopriamo che tra le tendenze necroculturali che appaiono
quasi "movimento" la più solida
è certamente la tendenza gotica.
Non è facile fornire una definizione convincente di "gotico".
Una recente mostra all'Istitute of Contemporary Art di Boston ha
tentato di offire una panoramica delle possibili definizioni, suggerendo
un concetto molto ampio di gotico. Nel libro di accompagnamento alla mostra
(Gothic: Transmutation of Horror in Late Twentieth Century Art,
Boston, Mit, 1997), il curatore Cristoph Grunenberg definisce il
gotico "un'ossessione per il paranormale e il
fantastico, il maligno, la paura, l'orrore, la disintegrazione morale, e
l'indulgenza in piaceri perversi". In realtà il termine
"gotico" è una parola che
indica una lingua e identità etnica di un popolo nemico dell'Impero
Romano, i Goti. In seguito il termine è
stato usato per uno stile architettonico europeo, dalla fine del XII al
secolo XV. Successivamente la parola è servita per definire una corrente
letteraria inglese (nel settecento con la "gothic
novel"), poi nel secolo successivo con il "neogothic"
culminato in Dracula di Bram Stoker), quindi per un cinema
ispirato a storie di mostri e vampiri, infine per una tendenza del rock,
abbreviata spesso in "goth".
Dunque un termine che è apparso e riapparso in epoche differenti,
a distanza di secoli, e per decrivere fenomeni molto diversi tra loro. Ma
tra i suoi tanti aspetti, il gotico è certamente cultura
della notte e non del giorno, dell'ombra e non della luce. E in questo
dimostra una volta di più la sua attualità: oggi la vita si
svolge sempre più nelle ore buie (ovviamente, per motivi geografici,
soprattutto nel nord del mondo), il "tempo di
vita" è confinato nel notturno,
mentre il giorno è dominato dal "tempo
di lavoro". Tuttavia la notte, come nei romanzi gotici, resta
il momento del terrore, perchè di notte non si vede, e si teme quindi
ciò che si nasconde nel buio, informe, indefinito, impreciso.
Esiste un'intera estetica del notturno. Momento
dei sogni, la notte si ciba di immagini oniriche
con il loro specifico linguaggio, con i messaggi che ci inviano, con il
fascino che esercitano sulla narrativa. Nella poesia e nella letteratura,
al di là del gotico vero e proprio, si scorgono tutti i riferimenti
principali: il crepuscolo, con la sua neutralità,
fatta di equlibrio e immobilità; la sera e l'ombra; il vespro, come
il giorno che cade; il cielo senza colore, con astri pallidi che rimandano
alla cecità, al dormire.
Alfred Alvarez, critico letterario del "New Yorker",
nel suo saggio Notte (Milano, Il Saggiatore, 1996) ci offre una ricognizione
affascinante del notturno, un catalogo dei diversi aspetti di questo momento
"oscuro". Secondo Alvarez
negli ultimi cento anni abbiamo perso contatto con la notte, e per spiegare
quest'affermazione ripercorre le fasi storiche del rapporto umano con la
notte: dall'illuminazione stradale ai turni di notte, fino agli studi sul
sonno. Scopriamo che sulla notte si può costruire anche un discorso
di classe, ripensando all'epoca in cui "la luce artificiale era cara
e solo i più agiati potevano permettersi il lusso di essere svegli
e attivi durante le ore del buio". Ma soprattutto il libro si conclude
con un riferimento spaventato "all'altro buio,
il buio della morte, la notte che ci afferra tutti alla fine, la notte che
nessuna luce elettrica potrà mai dominare".
In questo buio finale si aggirano, come è ovvio, le creature della
notte sorte da superstizioni antiche. Come il vampiro.
Se non c'è il buio della notte, il vampiro non apre il coperchio
della sua bara e resta addormentato, incapace di divertirsi e nutrirsi.
Il popolo della notte che si aggira nella realtà ormai è numeroso,
è vestito di colori e non solo di cappe nere o di abiti da sera.
Ma quando il vampiro è nato e cresciuto la notte era esclusivamente
il momento del pericolo e della paura. I rumori della vita cessavano, i
divertimenti serali terminavano presto, lasciando il campo agli ubriachi,
ai tavernieri, alle puttane. Solo i dandy o gli avventurieri intellettuali
condividevano le ore notturne con i "diversi",
i rifiuti della luce.
Oggi, tra media no stop e locali pieni di musica, le metropoli come le province
sono attraversate da signori della notte molto moderni. Non sono più
solo i lupi a vagare nella notte. "Listen to
them... children of the night... what music they make!", sussurrava
Dracula-Bela Lugosi negli anni trenta, alludendo ai suoi parenti
che ululavano nelle tenebre. Non c'è solo la musica dei lupi, oggi,
nelle notti/metropoli/tane di fine secolo.
E il buio, da parte sua, invade anche il giorno: i giovanotti in abito dark,
tutti abbigliati di nero o al massimo di grigiori ben cupi, popolano anche
le ore diurne delle nostre città. Il vampiro, oggi, si mimetizza
meglio, non è più eccentrico e appariscente nelle sue scorribande
notturne. Non c'è più bisogno di celarsi sotto le ali di un
chirottero per solcare le metropoli e dissanguare. Oggi basta mescolarsi
alla folla postmoderna delle "ore piccole" per cercare le vittime
e saziarsene.
Sono finiti i tempi in cui le fanciulle britanniche di buona famiglia lasciavano
aperte le finestre nella speranza che un Dracula-Cristopher Lee penetrasse
nelle camerette, per nutrirsi dei loro desideri adolescenziali. Oggi le
fanciulle ballano fino a tardi, compagne del vampiro ormai alla pari. I
principi delle tenebre, i signori della notte,
non sono più soli. E i vampiri si fanno attorniare da vittime in
potenza, verso le quali resta solo l'imbarazzo di una scelta assennata.
Se la notte diventa di massa anche i discepoli del vampiro paiono aumentare,
e così i suoi simili. Il regno del buio di Dracula sembra
più vicino, perchè la notte è ormai di tutti. Ma il
vampiro, che è per natura aristocratico, riuscirà a trovarsi
a suo agio nella folla? La notte di massa, forse, è un nuovo antidoto
contro i succhiasangue: uccide il vampiro, perchè gli toglie l'ultima
esclusiva, l'ultimo dominio e l'ultimo latifondo.
La notte, appunto.
da
"necrocultura"
di
Fabio Giovannini
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