Da "La stirpe di Dracula" di Massimo Introvigne

ALLE ORIGINI DEL VAMPIRO

Teorie e ipotesi sulle origini del vampiro

Dove, esattamente, la credenza del vampiro - in senso proprio - si manifesti per la prima vola è materia di notevole dibattito fra gli specialisi dell'argomento. Nel congresso tenuto a Cerisy-la-Salle, in Francia, dal 4 all'11 agosto 1992 - una delle principali occasioni di discussione accademica sul tema - si contrapposero, sostanzialmente, due teorie. Secondo la prima il vampiro è antico quanto la storia umana, e le sue origini risalgono alla notte dei tempi. Un'altra teoria (sostenuta principalmente da Jean-Claude Aguerre) ritiene che il vampiro, come oggi lo conosciamo, nasca soltanto, sulla base di materiale seicentesco, nell'Europa del primo XVIII secolo. La questione, naturalmente, non è nata a Cerisy nel 1992, ed è più complessa. Possiamo distinguere cinque principali teorie: l'origine "universale" o preistorica, l'origine sciamanica, l'origine orientale, l'origine europea o medioevale e l'origine moderna.

Universale o preistorica

Montague Summers ha sostenuto, con la più ampia dovizia di argomenti, la tesi dell'origine "universale" del vampiro nel suo volume The Vampire: His Kith and Kin del 1928.
"La tradizione" dichiarava Summers "è mondiale, e di un'antichità senza data. Lo proverebbero esempi tratti dalle credenze di un buon numero di tribù africane e da resoconti assiri, arabi, cinesi, mongoli così come greco-romani, scandinavi e celtici.
Summers collega ogni teoria sulle origini del vampirismo a una "filosofia del vampiro" che ne spiega la genesi da un punto di vista filosofico e teologico.
La teoria "universale", secondo cui il vampiro esisterebbe fin dalla preistoria, postula che le origini del mito si trovino nella paura dei morti. Essa è più antica di tutte le religioni, e nessuna religione è riuscita completamente ad esorcizzarla. La stessa posizione si ritrova - con accenti diversi - negli studi di Ornella Volta, e di Robert Baudry. Mentre Ornella Volta si dedica soprattutto all'inventario dei più curiosi - e macabri - costumi funerari, Baudry sottolinea "il timore reverenziale dei morti" nelle società arcaiche: "nella mentalità tradizionale i morti non sono morti: vivono tra noi. Ci circondano; si aggirano".
A questa teoria si può obiettare che si fonda su un uso piuttosto liberale del termine "vampiro", particolarmente evidente nel volume di Ornella Volta. Se si esamina la maggior parte delle sue storie relativi a "vampiri" africani, assiri, greco-romani alla luce delle definizione più rigorosa di vampiro che abbiamo proposto, ci si accorge che nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di demoni, divinità, personaggi mitologici, o morti malevoli che però non si cibano di sangue.
Rimane, peraltro, innegabile il fatto che la paura di un ritorno dei morti è antichissima, e si accompagna spesso a pratiche - come il colpire al cuore i cadaveri con un paletto appuntito - che più tardi diventaranno parte integrante del mito del vampiro.

Sciamanica

Che il vampiro trovi le sue origini nell'area sciamanica è stato sostenuto in anni recenti da specialisti ungheresi come Eva Pocs e Gabor Klaniczay, e con ampia argomentazione dall'italiana Carla Corradi Musi, docente di filogia ugrofinnica presso l'Università di Bologna. Secondo questi autori la credenza nel vampiro nasce in un ambiente religioso preciso. L'ambiente è quello dello sciamanismo, in un'area geografica molto vasta che va dal mondo celtico alla Siberia, e dagli indiani dell'America del Nord alla Germania precristiana, alla Scandinavia, e all'Europa orientale. Nell'area sciamanica il collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti "non ammetteva soluzione di continuità, secondo convenzioni del tutto mancanti nelle credenze religiose occidentali". L'aldilà era un mondo parallelo e rovesciato rispetto a quello dei viventi, opposto ma complementare, spesso posto oltre un fiume che poteva essere oltrepassato soltanto al termine di un percorso iniziatico. Giacchè questo percorso non era facile, si comprende la tentazione, per il morto, di rinunciarvi cercando invece di ritornare verso il mondo dei viventi.
Secondo Carla Corradi Musi il vampiro non va confuso con lo sciamano, che pure rappresenta anche lui un'eccezione ai normali rapporti tra i vivi e i morti. Lo sciamano, proprio in quanto figura eccezionale, capace di viaggiare nel mondo delle divinità e in quello dei morti, celebra e garantisce il mantenimento dello status quo, vera personificazione dell'eccezione il cui scopo è confermare la regola. Non a caso, nel mondo sciamanico, lo sciamano "favoriva la fertilità" mentre "l'infecondo vampiro provocava la sterilità. E' significativo che per allontanare il vampiro si spruzzasse dell'acqua, in relazione costante con la vegetazione e con la fecondità, sorgente di ogni fonte di via". Il vampiro era, da questo punto di vista, un anti-sciamano, o il contraltare dello sciamano. Peraltro, come rileva Eva Pocs, nel mondo sciamanico la distinzione tra bene e male non è cos' chiara come nell'area greco-romana e nel successivo cristianesimo o, più esattamente, il male è accolto come in qualche modo necessario all'ordine cosmico. Così lo sciamano è una figura-limite, che può correre diversi pericoli e trasformarsi in qualche cosa di diverso da un operatore positivo del sacro. Questo vale in special modo per gli sciamani che entrano in contatto con lo spirito di un animale.
La teoria dell'origine sciamanica riposa naturalmente a sua volta su una forma di "filosofia del vampiro". Questa filosofia lega l'emergere del relativo mito alla rottura dell'ordine cosmico tra i vivi e i morti, così importante per lo sciamanismo, e insieme alla previsione di una possibilità o perfino di una probabilità di questa rottura. Le opere degli autori che abbiamo citato mostrano in effetti singolari concordanze a proposito del ritorno di morti assetati di sangue in numerose relgioni dell'area sciamanica. Alcuni quesiti rimangono tuttavia aperti. Non è sempre chiaro a quale data vadano fatti risalire i primi resoconti di casi di vampirismo, che sono stati trascritti raramente nel Medioevo e più spesso da folkloristi moderni. Queste difficoltà di datazione rendono difficile ai sostenitori della teoria sciamanica spiegare in modo preciso come il mito abbia potuto diffondersi, fino a emergere con i connotati moderni che conosciamo in area balcanica e slava nei primi secoli dell'era moderna.

Orientale

Anche se personaggi simili al vampiro erano stati segnalati in Oriente già da Marco Polo, i folkloristi e i viaggiatori occidentali ne hanno iniziato lo studio sistematico solo nell'Ottocento. In Malesia il polong e pelesit non sembrano vampiri ma spiriti "creati" o fatti apparire con atti di magia nera. In particolare il polong è uno spirito malvagio che può essere attirato da una bottiglia dove è stato raccolto per due settimane il sangue di un uomo assassinato. Il pelesit gli prepara la strada insinuandosi nel corpo della vittima. Qualche affinità con il vampiro hanno il langsuyar e il pontianak, talora confusi fra loro con buone ragioni. Sembra infatti che in Malesia il langsuyar sia lo spirito di una donna morta durante il parto e il pontianak lo spirito del bambino abortito. In Indonesia la terminologia è invertita ed è il pontianak a essere lo spirito della donna morta di parto, che attacca soprattutto donne incinte e si nutre delle loro viscere.
Sebbene si tratti all'origine di spiriti, essi possono prendere corpo e, nel caso delle donne morte di parto, perfino risposarsi e avere figli, anche se di solito dopo qualche tempo scompariranno di nuovo. Come si vede, siamo tuttavia lontani dal tipo classico del vampiro.
Certamente più promettente è sembrata ai sostenitori di un'origine orientale del vampiro d'India. E' peraltro difficile districarsi in una complessa mitologia che comprende un buon numero di personaggi mitici che attaccano i viventi e si cibano della loro carne e del loro sangue. Molti di questi personaggi fanno parte del mondo dei demoni e non sono spiriti di persone umane. Più vicini ai vampiri sono i bhutas e i brahmaparusha che sono spiriti di morti particolari. Si aggirano fra i cimiteri, possono trasformarsi in pipistrelli e terrorizzare i viventi apparendo loto come fantasmi o ombre. Non sono, dunque, vampiri in senso proprio perchè non appaiono con il loro corpo, ma possono entrare nel corpo di persone viventi e possederle trasformandole in assassini antropofagi. Più vicini di tutti ai vampiri sono i vetalas o batails o baitals, spiriti che entrano nei corpi dei defunti e li rianimano. Non sembra peraltro che i defunti posseduti dai vetalas siano particolarmente attratti dal sangue, anche se amano prendersi gioco delle persone viventi, qualche volta mettendo a repentaglio la loro vita.
Una teoria alternativa postula che il mio del vampiro, di origini indiana, sia arrivato in Europa con gli zingari. La teoria di un'origine indiana degli zingari non è l'unica avanzata dagli specialisti, ma è una delle più accreditate. E' del pari certo che del folklore zingaro fanno parte figure molto vicine al vampiro classico. Come nell'area sciamanica, così nella tradizionale cosmologia degli zingari il mondo dei vivi e quello dei morti non sono ben distinti. E' possibile "parlare" ai morti avvicinandosi alle loro tombe, ed essi gradiscono il cibo e le bevande che sono deposti per loro nei cimiteri. Gli zingari temono il ritorno della persona morta sotto forma di mullo. E' più probabile che diventi mullo una persona morta per cause non naturali, chi è morto da bambino o chi è stato particolarmente malvagio. Ma, tutto sommato, qualunque morto che non è soddisfatto della sua condizione può diventare mullo e ritornare tra i vivi. Le diverse tribù zingare hanno tradizioni differenti rispetto al mullo. Per alcune il mullo esce dalla tomba a mezzanotte con il suo corpo per strangolare i viventi e cibarsi del loro sangue fino a riempirsene completamente. In questo caso il mullo viene quasi a coincidere con il vampiro classico. Per altri il mullo, uscito dalla tomba, si trasforma in animale e può attaccare i viventi, particolarmente come grosso cane o come lupo. In questo caso il mullo, più che al vampiro classico, assomiglia al lupo mannaro. Infine il mullo non è tanto interessato al sangue quanto al sesso. Va alla ricerca di un'amante, che persegue con il suo insaziabile appetito sessuale fino a esaurirla e qualche volta ucciderla. Diverse secondo le varie tribù sono anche le tradizioni su come proteggersi dal mullo. Ancora oggi non è raro trovare tribù Rom che perforano il cadavere di un defunto con un ago di acciaio all'altezza del cuore per impedirgli di risvegliarsi come mullo, o costruiscono palazzine di ferro intorno alle tombe. Altre lasciano riso, latte o sangue di animali vicino alla tomba nella speranza che il mullo gradisca questo cibo e lasci stare gli uomini. Le case possono essere protette da una rete da pesca: il mullo, come numerosi altri vampiri, ama contare, e si ritiene che si fermi a contare tutti i nodi prima di entrare. E' ancora più sicuro dormire in una casa dove vivoo due gemelli nati di sabato (il giorno magico nella mitologia dei Rom) che segnalano questa condizione al mullo indossando la loro biancheria al contrario. Il mullo può essere distrutto esumandone il corpo e bruciandolo o impalandolo, ma esistono anche metodi meno drastici. Alcune tribù credono che siano sufficienti particolari formule magiche. Può bastare anche gettare con un apposito rituale il calzino o la calza sinistra del defunto che si è trasformato in mullo, riempita di terra tratta dalla sua tomba, in un corso d'acqua. Il mullo lo andrà a cercare e probabilmente annegherà. Può anche essere distrutto dal morso di un lupo bianco, di un cane nero o di un gallo nero. Se il mullo, tramite i suoi rapporti sessuali con i viventi, ha avuto un figlio, questo vivrà per pochi anni ma possederà caratteristiche particolari che gli permetteranno di riconoscere il mullo e di distruggerlo. Il mullo, peraltro, non rappresenta una minaccia permanente, giacché i Rom ritengono che la durata della sua "vita" sia al massimo di cinque anni. Non si deve credere che i Rom di oggi mantengano necessariamente la credenza del mullo e le relative pratiche. Il numero di paralleli tra il mullo e il vampiro moderno dell'area balcanica e slava resta indubbiamente impressionante. Se ne può concludere, semplicemente, che sono stati i Rom a portare dall'Oriente il mito del vampiro? Numerosi indizi permettono di affermarlo, ma la conclusione non può essere data per certa.
Dobbiamo, infine, fare cenno all'ipotesi di una origine non indiama ma cinese del mito del vampiro. Anche le relative leggende cinesi sono state raccolte in Europa soltanto a partire dall'Ottocento, e le storie di kiangshi sono diventate note in Occidente attraverso l'opera di Jan Jacob Maria de Groot (1854-1921), The Religious System of China. Il mito di kiangshi è collegato all'idea che un residuo vitale può rimanere nel corpo per parecchio tempo dopo la morte. Questo principio può animare il cadavere e renderlo capace di muoversi. Il cadavere trasformato in kiangshi è, indubbiamente, ancora il corpo nella sua materialità e può andare alla ricerca di sangue umano.

Europea antica o medioevale

La teoria diun'origine europea del mito del vampiro è discussa ma sembra non condivisa da J.A. MacCulloch nel suo articolo Vampire nel dodicesimo volume della Encyclopaedia of Religion and Ethics curata da James Hastings. In realtà le teorie dell'origine europea del vampiro sono di due tipi diversi. Il primo sostiene un'origine greco romana della credenza, che si sarebbe poi trasferita dalla Grecia all'area cristiana di rito orientale e poi di religione ortodossa, e da Roma all'Europa cristiana occidentale. Gli autori che propongono questa teoria si rendono conto delle obiezioni secondo cui la lamia o l'empusa antiche non sono precisamente vampiri. Ritengono tuttavia che da queste figure il vampiro si sia sviluppato nel quadro della discussione sui rapporti tra anima e corpo del tardo ellenismo, influenzato dai primi contatti con il cristianesimo.
Altre teorie sostengono un'origine europea del mito del vampiro al di fuori dell'area greco romana. Alcune delle testimonianze più antiche giungono dalla Scandinavia, dove sono frequenti i riferimenti a defunti che si aggirano inquieti finché non sono seppelliti una seconda volta.
Non c'è dubbio, invece, sul fatto che il vampiro così come oggi lo conosciamo sia apparso in modo culturalmente significativo per la prima volta con tutte le sue caratteristiche che nell'Europa orientale. L'area va dalla Polonia fino alla Romania, passando per la Prussia, la Slesia, la Slovenia, l'Istria, la Croazia, la Serbia, l'Albania e la Bulgaria. Restano però due problemi: quando il vampiro classico sia nato, e se si tratti di un mito autoctono dell'area dell'Europa orientale e balcanica, ovvero se sia giunto dall'Oriente, secondo le linee maestre della storia dello sciamanismo o con derivazione da miti cinesi e indiani portati adgli zingari o da altri viaggiatori. Secondo lo specialista americano Jan L. Perkowski le origini del mito del vampiro si situano in area slava e ancora una volta derivano da una crisi religiosa: la repressione dapprima del paganesimo e poi dell'eresia dualista dei bogomili da parte del cristianesimo maggioritario. In questo quadro nasce verso la fine del decimo secolo, secondo Perkowski, il termine slavo obyrbi. Da esso derivano il serbo-croato upirina, il bielorusso, ceco e slovacco ipir e il bulgaro vampir, con tutta una serie di altre varianti locali. Perkowski insiste peraltro sul fatto che non è sufficiente che la parola "vampiro" sia presente perchè ci si trovi davvero di fronte a un vampiro. Occorre costantemente, per evitare confusioni, risalire da un primo livello (la parola "il designante") a un secondo (la realtà, "il designato") e a un terzo (il "contesto"). Il problema principale delle ricerche sulle origine slave del vampiro consiste, secondo Perkowski, nella "contaminazione demoniaca". Per lo studioso americano il vampiro nascerebbe già nel Medioevo con le caratteristiche del non-morto classico. Tuttavia il termine "vampiro" è utilizzato in modo confuso per designare anche altri personaggi. Il vampiro è confuso con entità demoniache come la mora, o con spiritelli che mettono a rumore i luoghi e disturbano le persone producendo fenomeni simili a quelli noti ai parapsicologi moderni con il nome di poltergeist.
Durante la prima guerra mondiale uno studioso ceco, Frantisek Wollman, collezionò una serie di materiali bielorussi, cechi, slovacchi, serbi e polacchi sul vampiro e su personaggi simili. Li pubblicò in seguito in una serie di articoli apparsi fra il 1920 e il 1923 sulla rivist Naradopisny Vestnik Ceskoslovansky. Lo scopo di Wollman consisteva, tra l'altro, nel rispondere allo studioso tedesco Stefan Hock, che aveva attribuito al vampiro un'origine germanica, ignorando le fonti slave. Wollman distingueva quattro categorie di personaggi "demoniaci": la mora (un demone che tormenta i viventi succhiando il loro sangue), il revenant, il vampiro e il vlkodlak. Perkowski non condivide l'idea di chiamare queste quattro figure "demoniache" e ritiene che la tipologia di Wollman "non abbia totalmente risolto il problema della contaminazione demoniaca". Dei quattro tipi di Wollman, in effetti, soltanto la mora è chiaramente di origine diabolica. Il revenant è un morto che appare ai viventi senza intenzioni malevole. Il vlkodlak è un personaggio che appare con il suo corpo, con intenzioni malevole, ma che solo raramente succhia il sangue dei viventi, a differenza del vampiro. Peraltro, secondo Perkowski, il vampiro slavo non succhia letteralmente il sangue dalle vene delle sue vittime, ma piuttosto lo assorbe con un processo di tipo magico assai più misterioso. Questo processo viene in qualche modo reso materiale quando nel diciottesimo secolo autori di lingua tedesca cominciano a raccogliere, interpretandoli più o meno fedelmente, episodi dell'area slava e balcanica. L'idea che il vampiro assorba il sangue della vittima è slavo-balcanica, ma questo assorbimento è di tipo magico-metaforico. L'idea del sangue caldo che passa dalle vene della vittima nella bocca del vampiro va attribuita soprattutto all'immaginazione di letterati romantici ma ha qualche precedentenel folklore tedesco e inglese. Secondo Perkowski chi ragiona diversamente è vittima del fenomeno della "contaminazione demoniaca", che rende incerto l'uso delle fonti.
Perkowski ha dato sicuramente un contributo della massima importanza agli studi sulle origini del vampiro classico nell'Europa orientale. Le incertezze sulla dotazione delle fonti non permettono però, a nostro avviso, di ritenere provata la sua ipotesi che fa risalire la formazione del mito del vampiro all'epoca della crisi dei bogomili. Una volta esclusa una dotazione così antica, rimangono ampie possibilità per influssi sull'area slava di tradizioni di origine diversa, in particolare attraverso le grandi migrazioni degli zingari nel quindicesimo secolo.

Moderna

E' stata da ultimo formulata la teoria secondo cui il mito del vampiro è di origine moderna e si forma nel settecento, sebbene utilizzando materiale in parte già pubblicato nel secolo precedente. La "filosofia del vampiro" soggiacente non manca di fare riferimento a un'epoca di confusione nei rapporti fra corpo e anima, ma si tratta di una crisi moderna collegata all'Illuminismo e alla perdita di vigore della tradizionale rappresentazione cristiana dell'aldilà. E' perchè si comincia a dubitare dell'immortalità dell'anima - prima a livello quasi inconscio, poi con l'Illuminismo in modo esplicito - che emergono ipotesi di immortalità del corpo. Il settecento - secondo il principale sostenitore di questa teoria, Jean-Claude Aguerre - vede "il ritorno in forza dei corpi": l'anima, se esiste, è considerata come una parte del corpo che un giorno qualche abile chirurgo riuscirà ad estrarre. Certo, nota Aguerre, non si può seriamente sostenere che le dottrine degli illuministi dell'Europa occidentale abbiano causato la crisi del vampirismo settecentesco nell'Europa orientale: "La semplice cronologia ci smentirebbe. Ma questi fenomeni - agitazione del corpo, prove del corpo e cadaveri incorruttibili - partecipano a uno stesso movimento del pensiero. All'alba del secolo dei Lumi, lo spirito da divino diventa scientifico, la sperimentazione mostra la carne come corruttibile, priva di sanità. Il vampiro si offre come un rifugio. Per valutare affermazioni come quelle di Aguerre - che se la prende particolarmente con chi fa risalire i vampiri fino a precedenti precristiani, che con il non-morto classico non avrebbero veramente nulla a che fare - occorre ancora una volta interrogarsi sulla definizione del vampiro. Se per vampiro si intende il personaggio che la maggioranza dei nostri contemporanei si immagina non si tratta solo di una creatura moderna, ma modernissima. Non nasce neppure nel settecento, perchè - come lo stesso Aguerre nota - manca ancora una caratteristica che è diventata un marchio di fabbrica del vampiro così come tutti lo immaginiamo: i denti aguzzi, i fang della tradizione letteraria e cinematografica di lingua inglese. Il vampiro settecentesco non morde le sue vittime, ma ne aspira piuttosto il sangue attraverso la pelle.
Le osservazioni di Aguerre sembrano particolarmente pertinenti se si tratta di spiegare il successo del mito del vampiro nell'Europa occidentale del settecento, dove invade rapidamente gazzette e in seguito la letteratura. Da questo punto di vista le narrative classiche del vampiro sono prodotti moderni, che fanno da contrappunto al contesto illuministico. Ma queste narrative sono state costruite a partire da un materiale che veniva dalla Polonia, dall'Istria, dalla Serbia e che esisteva già da diversi secoli. Allo stato degli atti, non sembra possibile apportare una soluzione definitiva alla questione dell'origine del vampiro. La più debole, fra le varie ipotesi, sembra quella di un'origine nell'Europa occidentale. Anche l'idea di una origine "universale" o preistorica sembra per qualche verso generica, se si tratta effettivamente di spiegare le origini del vampiro e non semplicemente della paura di un ritorno dei morti. Le tracce di un personaggio molto simile al non-morto classico si ritrovano in Asia, sia a Nord nell'area sciamanica, sia in Cina e in India. E' difficile dire se le credenze sciamaniche, attraverso una mediazione ugro-finnica, abbiano davvero originato la figura del vampiro o abbiamo semplicemente predisposto certe aree europee alla ricezione di temi di origine diversa. Il passaggio dall'India in Europa attraverso i viaggiatori o, più probabilmente, gli zingari appare un'ipotesi suggestiva e probabile, anche se non tutti i problemi di prova sono stati risolti da chi la propone.
In ogni caso il vampiro così come il seicento e il settecento europeo lo definiscono e lo conoscono si incontra per la prima volta, con tutte le sue caratteristiche e con una diffusione sociale culturalmente significativa, nell'Europa orientale verso la fine del Medioevo, Si tratta di una vasta area che va dalla Polonia e dall Prussia a Nord fino all'Albania, alla Bulgaria, alla Romania e alla Macedonia a Sud, anche se le fonti dei folkloristi raramente permettono datazioni precise. E' giusto osservare che figure che precedono il vampiro, e il vampiro stesso, appaiono normalmente nelle epoche e ne contesti culturali contrassegnati da una crisi e da una confusione sui rapporti fra il nostro mondo e l'aldilà, fra il corpo e l'anima. A queste crisi l'idea di un corpo animato che sopravvive e aggredisce i viventi una risposta poco rassicurante ma, da qualche punto di vista, conseguente. Ritenere che il vampiro classico nasca con una serie di episodi del seicento e del settecento non significa, tuttavia, trascurare alcuni precedenti che potremmo chiamare di "protovampiri" che qua e là emergono nel Medioevo. Si tratta di episodi rari che tuttavia vale la pena di esaminare.

"Protovampiri" nel Medioevo occidentale

Come abbiamo visto il revenant medioevale dell'Europa occidentale non è un vampiro, e normalmente non appare con un corpo tangibile. Tuttavia in qualche caso la frontiera fra il revenant e il vampiro diventa fluida, e appaiono personaggi più inquietanti. La parola "vampiro" non è ancora nata, e le più antiche cronache medioevali definiscono questo personaggio sanguisuga. Non sono ancora presenti tutte le caratteristiche del vampiro, e questi "protovampiri" sono segnali in una notte che precedi i grandi cicli vampirici del seicento e del settecento. Se ne trovano in cronache inglesi del dodicesimo secolo, nei resoconti di episodi che sarebbero avvenuti in Boemia nel trecento e quindi in Slesia alla fine del cinquecento.
Gli ultimi episodi si avvicinano già - anche per la posizione geografica - a un modello, il nachzehrer, che precede immediatamente il vampiro classico, di cui peraltro non presenta ancora tutti i caratteri.

IL VAMPIRO FOLKLORICO

Il vampiro classico

L'epoca del vampiro classico in Europa dura circa sessant'anni, dal caso Giure Grando (1672) all'episodio di Medwegya (1731-1732). Dopo Medwegya, naturalmente, il vampiro classico non scompare. Nello stesso anno 1732 vi sono episodi - evidentemente a imitazione di quello serbo più famoso - in diverse regioni vicine. Il vampiro folklorico - le cui caratteristiche emergono nel sessantennio che ora esamineremo - è così persistente da essere ancora oggetto di credenze popolari ai nostri giorni.
Tuttavia l'anno 1732 è anche quello dell'inizio del grande dibattito sul vampiro in Europa. A partire da questa data al vampiro folklorico si accompagna il vampiro teologico. Le loro relazioni diventano così strette da rendere impossibile ogni interpretazione delle narrative folkloriche che non prenda in considerazione il contesto interpretativo che la discussione fra credenti e scettici he nel frattempo fornito.

Giure Grando (1672)

Il primo vampiro classico che si presenta in Europa con nome e cognome è probabilmente il contadino di Coriddigo, in Istria, Giure Grando. Morto nel 1656, è esumato e decapitato come vampiro nel 1672 e consegnato agli onori delle cronache europee da un'opera del 1689 di Johann Weichard Valvasor. Nel 1690 il testo di Valvasor sarà l'oggetto di un commento da parte di Erasmus Francisci, e di qui passerà in tutta la letteratura sul vampiro europea del settecento. Secondo Valvasor nel 1672, sedici anni dopo la sua morte e sepoltura, il contadino istriano Giure Grando "ritorna di notte". Appare al parroco, un certo padre Giorgio, che sedici anni prima lo aveva sepolto. Quindi appare a un buon numero di persone, la notte e in modo irregolare, bussando alle porte delle loro case e facendoli morire: quando bussa, nella casa qualcuno muore dopo pochi giorni. Il riferimento alle modalità con cui Grando fa morire le sue vittime è ancora vago - quando un secolo dopo, si troveranno dei riferimenti al sangue si tratterà forse di aggiunte tardive - ma la distrazione del vampiro corrisponde già al modello classico.

Vampiri ungheresi (1693): Michael Casparek (1718)

Nella cronologia del vampiro classico dopo Giure Grando si devono evocare i "vampiri ungheresi" - chiamati stryges ma anche upierz -, che in realtà non sono soltanto ungheresi ma anche russi e polacchi. Sono i protagonisti di un'epidemia di vampirismo che si sviluppa nel 1693 e che danno origine al primo articolo sui vampiri apparso in Francia, firmato da un certo Desnoyers e apparso nel numero del maggio 1693 di "Le mercure galant". Il testo - in cui l'autore traduce appunto il polacco upierz (vampiri) con stryges - sarà ripubblicato sulla stessa rivista nel febbraio 1694, con un lungo commento dell'avvocato Marigner du Plessis, che apre il dibattito teologico-esoterico sulla natura del vampiro. Che si tratti ormai di vampiri non c'è dubbio.
E' possibile che l'epidemia di vampirismo in Ungheria si sia protratta oltre gli anni 1720. Calmet - da cui dipendono numerosi autori - riporta l'episodio di un morto che appare in un paese della "frontiera ungherese" a un gruppo di contadini "haidamacchi", generando un'inchiesta del conte di Cabreras, capitano del reggimento di fanteria Alandetti, con successiva decapitazione del defunto. Nel corso dell'inchiesta emerge anche un altro revenant che è veramente un vampiro. Infatti, "morto da più di trent'anni, è tornato per tre volte nella sua casa all'ora del pasto e ha succhiato il sangue dal collo la prima a sua fratello, la seconda a uno dei suoi figli e la terza a un servo della casa. E tutti e tre sono subito morti".

Vampiri in Moravia (1685-1755)

La Moravia è una delle terre predilette del vampiro classico. Gli episodi di vampirismo hanno una preistoria di scoperte di corpi sospetti, che non si corrompono. I registri parrocchiali, che saranno esaminati dal funzionario imperiale Christian D'Elvert in un'opera pubblicata nell'ottocento, riferiscono i casi di Catharina Bartholomea Richter morta a Barn nel 1662, nonché di Balthasar Seidler, defunto nel 1666, e di Barbara Wagner, morta nel 1667, tutti nella stessa cittadina. I loro corpi sono trovati in condizioni "sospette" nelle tombe, perchè gonfi, "flessibili" e non corrotti. Ma in questi casi ci si limita a riseppellire i cadaveri sospetti fuori dalla cinta municipale. Nel 1685 invece, secondo una cronaca di Romerstadt, il corpo di una donna non si limita a rimanere incorrotto nella tomba ma tormenta di notte e di giorno la gente del paese. Il 12 marzo la donna viene dissepolta e bruciata. Nel 1690 un'analoga "esecuzione" colpisce una donna di Zechau; nello stesso quinquennio 1685-1690 questi episodi sarebbero relativamente comuni a Wildgrub. Ancora a Barn a proposito di una cerca Andrea Berge, morta all'età di 48 anni, i documenti parrocchiali parlano esplecitamente di una salma "affetta da vampirismo" e quindi dissepolta e bruciata.
La diocesi di Olmutz e la zona circostante fra la Moravia e la Slesia appaiono particolarmente ricche di vampiri. A Olmutz Karl Ferdinand de Schertz pubblica nel 1704 la sua famosa Magia Posthuma, che avrà un ruolo decisivo nella discussione settecentesca sul vampiro. Schertz si riferisce per la verità soprattutto a vampiri che, anziché succhiare il sangue, strangolano le persone. Il caso più antico citato da Schertz è quello di un uomo di Blow o Blau, a poca distanza da Kadam o Kodon in Boemia. Dopo essere stato sepolto, comincia, secondo la tradizione più antica, a chiamare per nome i suoi vicini, che muoiono entro otto giorni. Il suo cadavere è dissotterrato e trafitto da un paletto ma continua ad apparire, ringraziando per il palo che gli è utile come bastone per mettere in fuga i cani. Il pastore di Blow non è solo un personaggio scherzoso, perchè strangola le persone e le uccide. Termina le sua vessazioni soltanto quando viene bruciato. Se questo caso si riferisce alla Boemia, Schertz insiste che episodi simili sono comuni in Moravia e in Slesia, in particolare nella stessa città di Olmutz.

IL VAMPIRO IN BIBLIOTECA

La letteratura in tema di vampiri è pressoché sterminata, e i tentativi di costruire bibliografie complete si sono per il momento rivelati piuttosto elusivi. Oggi il compito diventa disperato, se si considera che nel mondo si pubblicano più di due nuovi romanzi di vampiri ogni settimana.
Proprio questo straordinario interesse della letteratura per il vampiro è l'elemento che merita una riflessione, attraverso una ricognizione ampia - ma che, a sua volta, non ha alcuna pretesa di essere esaustiva - delle correnti e degli autori principali dal settecento ai giorni nostri.

Il vampiro poetico

Antoine Faivre fa risalire la tradizione letteraria del vampiro al dodicesimo secolo di Saxo Grammaticus, alla cui rievocazione poetica della storia di Asmund e Aswid abbiamo già fatto cenno. Faivre rivela che, in quanto a qualità letteraria, i versi dell'autore medioevale danese reggono favorevolmente il paragone con molte produzioni moderne. Lo stesso Faivre fa rimontare la prima apparizione letteraria del vampiro al 1748, sedici anni dopo il fatidico 1732, l'anno del grande dibattito sui vampiri seguito ai fatti di Medwegya. Il vampiro poetico appare in una sede che potrebbe sembrare poco appropriata: la rivista scientifica "der naturforscher" di Lipsia il cui direttore Christlob Mylius non disdegnava la pubblicazione di poesie. Nel numero 47, datato 17 maggio 1748, l'autore pubblica la prima parte della Lettre Juive di poesia di Heinrich August Ossernfelder, Der Vampir. La poesia non è di straordinaria qualità e fa allusione ai fatti di Serbia. Si comincia ad entrare, propriamente, nella storia della letteratura con Gottfried August Burger e il suo poema Lenora.
L'influenza di Lenora è evidente sull'opera poetica di Johann Wolfgang Goethe Die Braut von Korints ("la sposa di Corinto", 1797). Die Braut riprende la storia di Filinnio narrata da Flegone, ma mostra che Goethe aveva familiarità anche con le vicende di làmie e streghe riportate da Filostrato e Apuleio.
Alla periferia del tema del vampiro si situa anche Christabel, una poesia divenuta rapidamente celebre di Samuel Taylor Coleridge. Il poeta aveva già accennato al tema del ritorno dei morti nella precedente The Rime of the Ancient Mariner.
Un amico di Coleridge, Robert Southey, introduce il vampiro nel senso più stretto del termine nella poesia inglese nel suo poema Thalaba the Destroyer, scritto durante un viaggio in Portogallo e pubblicato nel 1801.
Il maggiore contributo di Lord George Gordon Byron alla storia letteraria del vampiro consiste nell'avere assunto come suo medico personale John Polidori. Personalmente Byron non aveva simpatia per i vampiri letterari, e tuttavia ci ha lasciato alcuni dei versi più belli della poesia in lingua inglese sul vampiro nel suo poema The Giaour (1831).
Piacesse o no a Byron, il vampiro era ormai un tema obbligato nella letteratura romantica inglese. John Keats lo riprende nel 1819, in Lamia, e ne La Belle Dame sans Merci. In realtà la lamie di Filostrato non sono esattamente vampiri, e per leggere La Belle Dame di Keats come vampiro occorre uno sforzo di interpretazione. Ma dietro i vampiri si affacciava il tema della femme fatale, del quale lo stato vampirico forniva la migliore metafora possibile; con il rischio, però, che il vampiro diventasse un clichè e perdesse vigore ed originalità. Alla retoricha del vampiro riuscirà a sfuggire Charles Baudelaire. A costo di scandalizzare e di affrontare un processo per oscenità, il poeta francese svelerà il gioco e mostrerà la donna vampiro in tutta la sua carica di erotismo perverso ne Il Vampiro e Le metamorfosi del vampiro, che fanno parte de I Fiori del Male.
Sulla scia di Baudelaire, Isidore-Lucien Ducasse, che scrive con lo pseudonimo di "conte de Lautreamont", trasformerà il vampiro in un tema ossessivo, ai limiti della follia macabra.
La poesia sperimentale italiana contemporanea torna, di tanto in tanto, a queste immagini, come fa l'ultima generazioni di poeti americani che si ispirano al rock "gotico" o vampirico. Tutta questa letteratura, naturalmente, tiene ampiamente conto delle evoluzioni della prosa. Ma non si deve dimenticare che il vampiro letterario, alle sue origini, alla prosa è passato dalla poesia.

Il vampiro romantico

E' probabile che il primo racconto che mette a tema il vampiro sia "Non svegliare i morti", il cui autore dovrebbe essere Johann Ludwig Tieck. Ma l'attribuzione è incerta perchè Tieck, come i fratelli Grimm, era soprattutto un compilatore e un rielaboratore di testi popolari, in parte settecenteschi. Il racconto è tradotto in inglese in un'antologia del 1823, mentre sulla data di prima pubbligazione in tedesco rimangono dispute. Se si tratta di materiale folklorico precedente, deve essere stato considerevolmente rielaborato. Emerge infatti il tema della donna-vampiro fatale, e dello sposo che va a riprendersi la sposa defunta nel mondo dei morti.
Il vero, il grande vampiro romantico non poteva che nascere nell'orbita di Byron. Alle donne della buona società inglese (e non solo) che seduceva, amava e abbandonava, Byron poteva facilmente apparire come l'homme fatal, la dura rivincita del sesso maschile sulla femme fatale che i poeti romantici insieme amavano e deprecavano. Questa immagine di Byron viene esposta nei toni più crudi nel 1816 dall'ennesima amante abbandonata, Lady Caroline Lamb, nel suo romanzo Glenarvon, dove Byron viene raffigurato sotto i tratti dell'immortale e maledetto Clarence Ruthven, Lord Glenarvon. Il romanzo della Lamb fu pubblicato a Londra dall'editore Henry Colburn il 9 maggio del 1816. Byron lo lesse in svizzera nel luglio dello stesso anno commentandolo insieme al suo medico personale, John William Polidori. Nel romanzo della Lamb, Lord Ruthven Glenarvon è raffigurato come un mostro: come un vampiro, ma nel senso metaforico del termine. Senza che Byron lo sapesse, il giovane Polidori trasse dal volume della Lamb qualche ispirazione per completare un racconto lungo a cui stava dando gli ultimi tocchi.
Polidori nel tempo si troverà a Villa Diodati insieme a Byron ed altre due figure note nella storia della letteratura romantica: Percy Bysshe Shelley e Mary Wollstonecraft Godwin che tutti chiamano Mary Shelley benché i due non si siano ancora sposati. Villa Diodati diventa il teatro di un episodio decisivo per la storia del romanzo dell'orrore, ma la sua genesi esatta è oggetto di notevoli dispute. Durante l'estate del 1816 il gruppo di Villa Diodati si diletta leggendo Fantasmagoriana, una raccolta di storie di spettri tradotte dal tedesco e rielaborate in francese. Gli avvenimenti successivi sono stati raccontati da Mary Shelley molti anni dopo, ed è la versione della Shelley che continua a circolare, anche se sembra contenga notevoli imprecisioni. Mary Shelley, in effetti, disprezzava particolarmente l'impacciato e poco brillante Polidori e ha probabilmente minimizzato il suo ruolo nella vicenda. Da un racconto di Fantasmagoriana il quartetto di Villa Diodati prende l'idea di scrivere ciascuno una storia dell'orrore. Percy Shelley comincia una storia probabilmente ispirata alla sua infanzia e alla Christabel di Coleridge: ma il racconto lo spaventa talmente tanto che rinuncia a portalo a termine. Mary Shelley è l'unica a produrre un classico, Frankestein, ispirato all'idea secondo cui sarebbe possibile animare con qualche mezzo straordinario un cadavere o un automa infondendogli la vita. Mary affermerà più tardi di avere creato Frankestein dopo un incubo causato da una conversazione su questo tema fra Byron e Percy Shelley. E' invece più probabile che fosse stato Polidori a intrattenersi con Shelley di teorie che sembrano ispirate al vitalismo di Georg Ernst Stahl, popolare all'Università di Edimbugo dove il medico aveva studiato.
Polidori, contrariamente a quanto spesso si racconta, non scrive nel giugno 1816 The Vampyre, ma un racconto diverso, Ernestus Berthold; or, The Modern Oedipus, una storia di equivoci e di incesti involontari che verrà pubblicata nel 1819. Byron abbozza un frammento in cui un giovane racconta in prima persona la storia di un viaggio in Oriente in compagnia di un personaggio più anziano e misterioso, Augustus Darvell. Presso le rovine di Efeso, Darvell muore e fa giurare nel modo più solenne al suo giovane amico che manterrà il segreto sulla sua morte. Gli prescrive anche un elaborato rituale per la sua sepoltura. Qui la storia di Byron finisce.
Polidori confessava di aver tratto dal suo datore di lavoro tutta la trama di The Vampyre, che aveva cominciato a scrivere, verosimilmente, fra il luglio e l'agosto del 1816. Ne termina una prima stesura nei giorni precedenti al 15 settembre 1816, quando decide di lasciare Byron per intraprendere un avventuroso viaggio in Italia. Tornato in Inghilterra Polidori continua a scrivere, tentando la filosofia con An Essay upon the Spurce of Positive Pleasure e vagheggiando diverse carriere e forse identità: non solo medico, ma avvocato e persino sacerdote.
Nonostante l'evidente derivazione da Byron, The Vampyre rimane un classico, e una pietra miliare nella storia del vampiro letterario. Per la prima volta il vampiro è dipinto come un membro degenerato dell'aristocrazia, che fa miseriosamente la sua apparizione nei salotti di Londra con "i suoi occhi color grigio opaco che, fissandosi su un volto, sembrava non riuscissero a penetrarlo e a raggiungere subito i più intimi meccanismi dell'anima, ma ricadevano sulla guancia simili a un raggio pesante come piombo, opprimendo la pelle senza poterla oltrepassare".
The Vampyre sta con Frankestein in un rapporto molto meno diretto di quanto certe storie della letteratura pretendono. Non è uno dei racconti originariamente concepiti in occasione del patto di Villa Diodati dopo la lettera di Fantasmagoriana da parte di Byron e dei suoi amici. Certamente non fu letto ai residenti della villa né da Byron né da Polidori. Nessuno lesse agli altri ospiti i propri racconti; in ogni caso, il racconto di Byron non fu mai finito e quello di Polidori non era The Vampyre ma il dimenticato Ernestus Berthold. Frankestein sta dunque con l'espisodio di Villa Diodati in un rapporto molto più diretto di The Vampyre.
Il vampiro di Polidori ebbe un rapido successo soprattutto in Francia. L'anonimo autore della Histoire des vampires del 1820 disapprovava The Vampyre per "aver messo alla moda cose che bisognava lasciare nell'oblio". Riconosceva tuttavia all'autore il merito di "non avere affatto seguito le idee popolari sui vampiri: ha fatto del suo Ruthven uno spettro che viaggia e che si sposa per succhiare il sangue alla moglie. I vampiri della Moravia erano certamente temuti; ma avevano meno potenza. Questo è amabile, seducente, e benché avvia l'occhio di un grigio mortale, fa conquiste in società.
Il vampiro romantico, peraltro, non si riduce alla figura di Lord Ruthven. In Germania nel 1828 Heinrich August Marshner aveva portato in scena Lord Ruthven in Der Vampyr, probabilmente la prima opera lirica che ha per protagonista un vampiro.
Nella stessa Germania esisteva anche una diversa tradizione di racconti fantastici ispirata a Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, dove tuttavia più che vampiri si incontrano spettri e creature soprannaturali che succhiano il sangue. La Aurelia di Hoffmann, protagonista di un racconto spesso definito come "di vampiri" sulla base del titolo, "vampyrismus", è appunto un personaggio di questo genere. Con l'incontro fra la tradizione di Hoffmann e l'influenza di Polidori, dopo aver partorito alcuni mediocri romanzi, il filone tedesco finirà per produrre un'eccellente sotira di vampiri negli anni 18 50.
Si tratta di un racconto omonimo diventato famoso attraverso una traduzione inglese del 1860, The Mysterious Stranger, che eserciterà un'influenza su Dracula.
L'influenza di Hoffmann e della tradizione romantica tedesca è evidente nelle novelle fantastiche di Théophile Gautier. Altre novelle contengono sporadici accenni al vampirismo, ma l'unica dove l'argomento è affrontato direttamente è La morte amoureuse, che è probabilmente quanto di meglio abbia prodotto la letteratura francese in tema di vampiri.
L'interazione fra le diverse icone del vampiro romantico si manifesta in un paese dove esisteva una ricca tradizione di racconti folklorici in tema di vampiri: la Russia. Qui già nel 1835 Nikolaj Gohol mette in scena nel suo Il Vij un "filosofo" di Kiev, Chomà Brut.
Il tema del vampiro come non-morto verrà invece in primo piano in Russia con il conte Alexis Tolstoy, cugino del più noto Lev Tolstoj. Negli anni 1830 e 1840 Alexis Tolstoy pubblica diverse storie di vampiri, in cui si mescolano temi diversi.

Il vampiro classico

Varney the Vampire; or, The Feast of Blood non è, a rigore, il primo romanzo popolare inglese con un titolo che fa allusione ai vampiri. Pubblicato nel 1847, dovrebbe essere stato preceduto nel 1845 da The Last of the Vampires di Smyth Upton, ricordato oggi più per lo stile "esecrabile" della scrittura che per altre più positive caratteristiche. Nell'opera di Upton in ogni caso non si parla di un vampiro, ma di un mago nero che sacrifica vergini sperando di conquistare l'immortalità. Non è neppure certo, per la verità, che quest'opera abbia veramente preceduto Varney, la cui prima edizione in volume è del 1847, ma di cui si conoscono due edizioni a fascicoli settimanali di incerta datazione. La seconda è successiva al volume, ma la prima potrebbe essere stata diffusa a partire proprio dal 1845. In ogni caso, fu la seconda pubblicazione di Varney nei tipici fascicoli della letteratura popolare dell'orrore venduti a un penny ciascuno che ne determinò lo straordinario successo fra le classi lavoratrici inglesi. Costruito per tenere viva l'attenzione di chi acquistava i fascicoli da una settimana all'altra, Varney si apre subito nel segno del vampirismo. L'elegante Sir Francis Varney entra nella camera da letto della giovane Flora Bannerworth e la vampirizza. Il tema del vampiro è ormai abbastanza popolare perchè i parenti e gli amici di Flora pensino subito al vampirismo quando Flora si indebolisce. Il medico di famiglia garantisce tuttavia che si tratta soltanto di punture di insetto. Il boia di Londra lo smaschera, e una folla minacciosa si raduna per distruggere il mostro. La famiglia Bannerwirth ha nel frattempo sviluppato una strana relazione con Varney, e ne compatisce la tragica esistenza; per questo, lo aiuta a scappare.
Varney contribuì a rendere universalmente noto il tema del vampiro: chi e che cosa fossero i vampiri, ormai, non doveva più essere spiegato neppure al pubblico più semplice. Ne nacquero, negli anni 1860, una serie di racconti, in gran parte giustamente dimenticati. Fa eccezione "The Last Lords of Gardonal" di William Gilber, il padre di William Schwenk Gilbert, famoso nella storia dell'operetta come uno dei partner dell'indimenticabile coppia Gilbert & Sullivan. Bram Stoker, l'autore di Dracula, era amico di tutti e due i Gilbert, padre e figlio, e conosceva certamente il racconto di William. "The Last Lords of Gardonal" fu pubblicato a puntate sulla rivista "Argosy" dal luglio al settembre 1867. La scena del racconto è il castello di Gardonal, nell'Engadina; l'epoca è imprecisata. Qualche commentatore la riferisce all'epoca della Riforma, perchè si parla di un'eresia di tipo protestante diffusa tra gli abitanti dei villaggi vicini. Il barone Conrad fa regnare il terrore nel feudo di Gardonal e sconfina anche in Italia, terrorizzando le terre intorno a Bormio. L'amministrazione milanese, tipicamente inefficiente, non interviene. In una delle sue scorribande presso Bormio il barone si innamora della giovane e bellissima Teresa Biffi, e invia uno dei suoi più temuti bravi, Ludovica, a chiederla in sposa. Il padre rifiuta, e Conrad manda un gruppo di bravi comandati da Ludovico a prendere Teresa con la forza. La famiglia Biffi, però, si barrica nella sua casa, cui i bravi del barone appiccano il fuoco, convinti di costringere gli abitanti a uscire. Teresa, però, rimane intrappolata nella casa, e Ludovico già trema temendo la collera del barone. Ci sarebbe sufficiente materia per un romanzo, e la trama soffre per la riduzione nella forma del racconto breve. Per il lettore italiano, il racconto può avere un certo interesse se lo si interpreta come una versione vampirica de I Promessi Sposi in cui i bravi uccidono per errore Lucia Mondella, che ritorna sotto forma di vampiro per punire Don Rodrigo.
Nessun racconto o romanzo breve dell'epoca classica del vampiro ha raggiunto la fama di "Carmilla" di Joseph Thomas Sheridan Le Fanu, nato in Irlanda come Bram Stoker, che verrà certamente influenzato da questo testo. Nel 1871 "Carmilla" compare sulle pagine della rivista "The Dark Blue": Le Fanu è ormai agli ultimi anni di una onorata carriera come scrittore di racconti e romanzi storici o di fantasmi. Quando "Carmilla" sarà raccolta in un volume di racconti (In A Glass Darkly) all'autore non rimarrà che un anno da vivere. "Carmilla" è tuttavia il degno epilogo di una carriera di narratore che solo oggi viene meritatamente scoperta. Per James Twitchell, è il protagonista della novella gotica: ma non bisogna dimenticare che il romanzo gotico inglese si era stranamente disinteressato ai vampiri, quasi temendo di avventurarsi du un terreno dove, in poesia, si erano cimentati letterati del calibro di Byron, di Keats, di Coleridge. Le Fanu è anche stato chiamato "l'Edgar Allan Poe dell'Irlanda": ma Poe, con molteplici allusioni, ha girato intorno al vampirismo senza mai produrre un racconto che abbia come protagonista un vampiro nel senso più stretto del termine.
Nella storia di Le Fanu, Laura ricorda gli avvenimenti di dieci anni prima, quando, ventenne, viveva con ilk padre in un castello dell'Europa centrale. Una notte una carrozza nera ha un incidente presso il castello e Laura e suo padre accolgono una ragazza ferita, Carmilla, nella loro casa. Carmilla è molto vaga sul suo passato ed esercita una straordinaria attrazione su Laura. L'attrazione di Laura per Carmilla è dichiaratamente fisica, e Carmilla ne approfitta per vampirizzare la fanciulla, che non comprende cosa le stia capitando. Il medico di famiglia consiglia al padre di proteggerla. Durante una visita alle rovine del vicino castello di Karnstein, il padre di Laura si imbatte nel generale Spielsdorf. Questi gli racconta la triste storia di sua figlia, vampirizzata da una misteriosa Millarca, che il generale sospetta essere la contessa Mircalla Karnstein, morta da almeno cento anni e diventata vampiro. Millarca e Mircalla sono anagrammi di Carmilla, che infatti viene riconosciuta e inseguita dal generale, ma scompare.
Carmilla è tanto delicata quanto Varney è sanguigno e brutale. Tuttavia Carmilla non è meno importante di Varney. Per certi versi affonda le sua radici in un modo ancora più chiaro nei cicli folklorici slavi e nel dibattito settecentesco. Con Carmilla, inoltre, il vampiro in prosa inizia una relazione pericolosa con forme proibite di sessualità che in un futuro non abbandonerà più la tradizione letteraria del vampirismo.
L'influenza di "Carmilla" è evidente nelle storie che soddisfano il gusto degli appassionati di vampiri nel quarto di secolo che separa la novella di Le Fanu da Dracula. Il vampiro non passa di moda, e le proposte di varianti confermano il carattere consolidato del cliché a cui qualcuno cerca di sfuggire. Così vengono proposti "vampiri" che non sono uomini, come la Horla, una "cosa" o un'intelligenza invisibile che terrorizza i viventi in un racconto di Guy de Maupassant che risale al 1887. Il naturalista Philip Stewart Robinson con "The Man-Eating Tree" (1881) inizia la tradizione degli alberi vampiri che sarà spesso ripresa anche nel nostro secolo. Certo, le variazioni sono infinite ma tutti questi "personaggi" non sono vampiri nel senso stretto del termine, proprio perchè non sono persone umane passate attraverso la morte.

Il vampiro per eccellenza

Dracula è veramente esistito. Non era un conte, non ha mai regnato sulla Transilvania, e soprattutto non è mai stato associato alla mitologia del vampiro. L'interesse per Vlad Dracula (1431-1476), a più riprese principe di Valacchia nel XV secolo, è stato coltivato dagli storici in due modi diversi e anzi opposti. Per molti anni lo studio di Vlad Dracula è stato appannaggio degli specialisti di storia valacca e romena del quindicesimo secolo. In Romania il personaggio è stato rivestito di panni nazionalisti, e presentato come un patriota romeno ante litteram. Senza i toni nazionalisti degli specialisti romeni, altri studiosi dell'Europa orientale del quindicesimo secolo in Occidente si sono sforzati di collocare Vlad Dracula nel suo tempo. Lo hanno presentato come un principe machiavellico, capace di perseguire grandi disegni, frustrati solo dalla ristrattezza di vedute della corona d'Ungheria. Romeni e occidentali, questi storici hanno invitato a collocare le crudeltà attribuite a Vlad Dracula nel contesto del suo tempo, e hanno sottolineato il suo eroismo e il suo senso della giustizia, non solo la sua ferocia. Soprattutto, questi storici sono molto infastiditi dal fatto che Bram Stoker abbia preso in prestito il nome di Dracula per il vampiro del suo romanzo. "Quelli a cui fa piacere coltivare Dracula il vampiro" scrive Stoicescu "sono liberi di farlo senza, tuttavia, dimenticare che non ha nulla in comune con la storia romena dove il vero Vlad Tepes che conosciamo per le sue gesta merita un posto d'onore". Per Stoicescu, Stoker è "un modesto scrittore inglese". Anche per il più moderato specialista italiano Giraudo Stoker è "un letterato irlandese di seconda categoria", e i film ispirati al suo romanzo "miseri sottoprodotti" di cui stranamente "di tanto in tanto qualche critico ritiene opportuno entusiasmarsi".
Il primo problema relativo al Vlad Dracula storico riguarda il suo nome. Già il padre di Vlad Dracula era conosciuto come Vlad Dracul (1390-1447). Per questo personaggio, principe di Valacchia fra il 1436 e il 1442, poi fra il 1443 e il 1447, l'appellativo "Dracul" - che significa "dragone" o anche "diavolo" - è stato spiegato con la sua partecipazione all'Ordine del Dragone, un ordine cavalleresco, o con il suo eroismo e crudeltà in battaglia. Gli storici romeni fanno osservare che il nome "Dracul" o "Dracula" è stato attribuito a un buon numero di guerrieri romeni dal XIV al XIX secolo, con riferimento a espressioni come "battersi come una diavolo" e simili. Quanto all'Ordine del Dragone, Giraudo ha qualche dubbio. "L'ipotesi appare discutibile" scrive "se si considera che l'insegna dei cavalieri di quell'ordine era un drago abbattuto a significare, come il drago vinto da San Giorio, l'eresia debellata e che, quindi, l'attribuzione dell'epiteto avrebbe assunto un significato contrastante alla qualità di appartenenti all'Ordine, sarebbe cioè equivalsa, in pratica, a un'accusa di eresia". Per Giraudo è più probabile che l'appellativo "Dracul" alludesse all'insegna araldica del padre di Dracula, giacché nelle insegne spesso il drago finisce "con l'assumere il valore più frequente nell'araldica, di sombolo di virtù guerriere". Per il figlio, il passaggio da "Dracul" a "Dracula" è generalmente spiegato come una forma di genitivo slavo per significare "figlio di Dracul".
Vlad Dracula nasce, probabilmente nel 1431, a Sighisoara. Nel 1436 suo padre Vlad Dracul è eletto principe di Valacchia con l'appoggio di Sigismondo I, re d'Ungheria. Nello stesso anno Sigismondo muore, e Vlad Dracul conclude un'alleanza con il sultano. Un successo ungherese nella lotta contro i turchi lo priva del trono nel 1442. Vlad Dracul si rifugia presso il sultano che lo aiuta a riconquistare il trono nel 1443, ma deve lasciare in ostaggio in Turchia due dei suoi figli, Vlad (Dracula) e Radu. Nel 1444 il reggente d'Ungheria, Giovanni Hunyadi, lancia una grande campagna contro i turchi. Vlad Dracul, come principe cristiano, ritiene necessario partecipare nonostante la sua precedente alleanza tattica con il sultano, e combatte con valore la battaglia di Varna. Dopo la sconfitta delle forza cristiane, Giovanni Hunyadi trova in Valacchia "un rifugio che assomigliava assai ad una prigionia", non si sa se perchè Vlad Dracul volesse nuovamente conciliarsi il sultano o piuttosto perchè avesse in mente una politica di rivendicazione dell'autonomia della Valacchia dal protettorato ungherese. Fatto sta che, tornato a Buda, Hunyadi raduna un esercito e dichiara di volere nuovamente combattere i turchi, ma in realtà si dirige soltanto verso la Valacchia per vendicarsi di Vlad Dracul. Quest'ultimo insieme con il primogenito Mircea viene decapitato; alcune fonti parlano anche di un altro figlio che sarebbe stato accecato.. La mossa di Hunyadi è resa possibile dall'instabilità della situazione valacca e dall'avversione per Vlad Dracul di una parte dei suoi boiari.
Vlad Dracula e il fratello Radu trovano rifugio presso il sultano Murad II, a conferma del fatto che erano sempre rimasti in buoni rapporti con i turchi. Le fonti dell'epoca permettono di affermare con certezaz che Radu "il Bello" non è solo trattato con benevolenza dal sultano: questi, noto omosessuale, fa del fratello minore di Dracula il suo amante. Senza opposizioni da parte del sultano, nel 1448 Vlad Dracul riesce a conquistare il trono per pochi mesi. In seguito è costretto a fuggire in Moldavia, presso l'alleato Bogdan II. Quando Bogdan è assassinato, Vlad si rifugia in Transilvania presso lo stesso Hunyadi che aveva assassinato suo padre, ma che era ora in rotta con Vladislav II (principe di Valacchia) ed era pronto ad appoggiare Vlad nel suo tentativo di rivendicare il trono di Valacchia. Nel 1456 Hunyadi muore di peste a Belgrado. Nello stesso anno Vlad passa in Valacchia, dove sconfigge e uccide Vladislav II e sale sul trono. Nei sei anni di regno dal 1456 al 1462 si guadagna l'epiteto di Tepes ("Impalatore") per i supplizi inflitti ai boiari che avevano aiutato Hunyadi a uccidere il padre e il fratello maggiore, ai commercianti disonesti, e soprattutto ai mercanti sassoni, in Transilvania, che considera una minaccia al suo potere. Sembra che nei suoi sei anni di regno Vlad Tepes abbia fatto impalare circa quarantamila persone, ma nel conto entra una parte dell'esercito turco che cerca di invadere la Valacchia nella guerra del 1461-1462. Ma Dracula è sconfitto, e sul trono di Valacchia viene collocato dai turchi nel 1462 il loro amico più fedele, il fratello di Dracula, Radu il Bello.
Fuggito dalla Valacchia in Transilvania per non cadere nelle mani dei turchi, Dracula viene così arrestato. "Presentando Vlad Tepes come traditore della causa cristiana, Mattia Corvino poteva evitare di rispondere a troppo precise ed imbarazzanti domande" anche sull'impiego di fondi che aveva ricevuto dalla Santa Sede e da Venezia per una campagna anti-turca mai condotta. Dopo i primi anni di prigionia Dracula, che pure non può lasciare il paese, è trattato più come ospite che come prigioniero; a quello che chiama fidelis Dracula il re ungherese corrisponde perfino una pensione. Negli anni 1470 l'Ungheria si serve dell'abilità militare di Dracula in Serbia e in Bosnia. Per quanto anti-ungherese, Dracula merita il "perdono" dell'Ungheria perchè Turcis infestissimus. E' così riconosciuto nuovamente come principe di Valacchia nel 1475 ma riesce a occupare il trono soltanto per un breve periodo nel 1476. Durante un'ennesima campagna contro i turchi è ucciso, secondo una tradizione da un servo traditore oppure, per errore, dai suoi stessi soldati. Sembra che la sua tomba si trovi nel monastero di Snagov, su un'isola romena, ma scavi archeologici sul posto non hanno permesso di conseguire nessuna certezza.
La leggenda di Dracula nasce pochi anni dopo la sua morte. Le fonti tedesche sono quasi esclusivamente negative, e alcuni episodi che riportano sono probabilmente falsi. La polemica va inquadrata nella lotta senza esclusione di colpi fra Dracula e i mercanti sassoni della Transilvania.
Più controverso è il vero e proprio giudizio storico su Dracula. Autori moderni hanno sospettato perfino che soffrisse di una malattia mentale, considerata la sua estrema crudeltà. Altri sottolineano che la crudeltà di Dracula era meno inconsueta per il suo tempo di quanto comunemente si creda. Attirano piuttosto l'attenzione sulla modernità del suo progetto politico: cambiare spesso amici e nemici, in una serie di alleanze e di trattati, per fare della Valacchia uno Stato con una sua identità, non una semplice appendice dell'Ungheria né dell'impero turco.
Se Dracula è un nome conosciuto dalla maggioranza degli occidentali di oggi il merito non è certamente degli storici ma di un romanziere irlandese, Abraham (Bram) Stoker, di cui nel 1996 Barbara Belford ci ha offerto una biografia completa e attendibile.

IL VAMPIRO AL CINEMA

Il vampiro a Hollywood

Il vampiro cinematografico così come lo immaginiamo oggi deriva ampiamente dalla produzione di una delle grandi case americane, la Universal. Negli anni 1930 la Universal sfrutta in modo sistematico le possibilità del nuovo cinema sonoro e di attori come Bela Lugosi e Boris Karloff per un nuovo accostamento al genere horror, che ne assicura la popolarità in tutto il mondo. Lo stile Universal è criticato dai moralisti, ma la casa americana si difende sostenendo che alla fine i buoni vincono e i cattivi sono puniti. Per il suo primo film sonoro di vampiri, Dracula (1931) di Tom Browning, la Universal avrebbe voluto Lon Chaney, "l'uomo dai mille volti", che però era morto nel 1930. Browning ripiega così su Bela Lugosi, allora il più noto interprete teatrale di Dracula. La sceneggiatura, del resto, riprende sostanzialmente il dramma di Deane e Balderston, anche se la tecnica cinematografica permette il prologo in Transilvania. E' Renfield che arriva al castello del conte Dracula, il quale lo porta con sé in Inghilterra a bordo di un veliero. Quando la nave arriva in porto, l'equipaggio e i passeggeri sono morti, tranne Renfield che è impazzito e viene internato nella clinica del dottor Seward, la cui figlia Mina è fidanzata con Harker e ha come migliore amica Lucy. Dracula comincia con l'uccisione di una fioraia che incontra nelle strade nebbiose di Londra, ma i suoi veri obiettivi sono Mina e Lucy. Lucy si lascia affascinare dall'esotico conte Dracula, viene vampirizzata e muore. Nel film appare brevemente trasformata in vampiro mentre si aggira nei pressi di un cimitero e da lontano giunge il pianto di un bambino. Ma gli spettatori non assistono alla sua distruzione ne questa è loro narrata. Lucy è un personaggio secondario, mentre l'eroina è Mina. Non fanno una bella figura nel film neppure il dottor Seward, che non crede alle storie di vampiri, ne Harker, che fa appello a Van Helsing ma non si lascia facilmente guidare da lui. Harker si comporta piuttosto come un fidanzato accecato dalla gelosia, che a lungo scambia il vampiro per un semplice rivale. Manca al film l'idea del "comitato di uomini" che sconfigge Dracula. La stessa Mina è più passiva che nel romanzo di Stoker, e alla fine si lascia anche lei sedurre dal conte. Dracula la rapisce e viene sconfitto dal solo Van Helsing, che distrugge il vampiro e libera così Mina dal potere di Dracula riconsegnandola allo stolido Harker.
Il successo di Dracula fu straordinario presso il pubblico di tutto il mondo. Si tratta probabilmente del vampiro prodotto per il grande schermo più visto della storia, e "certamente del più influente film di vampiri di tutti i tempi". Alcune battute sono entrate nell'immaginario collettivo del pubblico cinematografico e televisivo di tutti i tempi. I critici sono rimasti molto divisi anche oggi. Il film di Browning e la personalità di Lugosi hanno reso il tema del vampiro familiare a Hollywood, ma i frutti successivi non sono stati particolarmente brillanti. Nel 1933 Frank R.Strayer dirige per la Majestic The Vampire Bat, dove in realtà in vampiro non c'è. E' stato uno scienziato pazzo a seminare la morte in un villaggio centro-europeo con i suoi esperimenti, facendo credere alla superstiziosa popolazione che si tratta invece di vampiri. L'anno 1933 deve essere piuttosto ricordato per la prima apparizione del vampiro nei cartoni animati, in Mickey's Gala Premiere di Walt Disney, dove Topolino è presentato a diversi personaggi di Hollywood, fra cui il conte Dracula.
Browning, abbandonata la Universal, nel 1935 propone per la MGM Mark of the Vampire che è un remake ambientato in Boemia di London After Midnight. Anche qui il vampiro non c'è, ma l'ispettore di polizia locale per scoprire l'assassino mette in scena due falsi "vampiri", il conte Mora (Bela Lugosi) e sua figlia Luna. Il pubblico preferiva Lugosi come vampiro vero, non come falso non-morto al servizio di una strategia poliziesca, e il film ebbe scarso successo.
La Universal torna sul tema con Dracula's Daughter (1936), diretto da Lambert Hillyer. Non c'è Lugosi, perchè Dracula è morto, e la polizia vuiole processare Van Helsing per omicidio, mentre compare una figlia del conte vampiro che vorrebbe liberarsi della maledizione ereditaria e si innamora dell'avvocato di Van Helsing. Segue Son of Dracula, diretto da Robert Siodmak, dove il conte Alucard (Dracula scritto al contrario) arriva nel sud degli Stati Uniti e vampirizza una bellezza locale, Kay Caldwell. Il film merita di essere ricordato per il personaggio di Kay Caldwell, una "vittima volontaria" che si trasformerà in vampiro e dovrà essere distrutta, insieme al conte, dal suo fidanzato Frank Stanley. Le sue "aspirazioni a una vita eterna speculano in modo ambizioso sulla nozione di immortalità così centrale nel mito del vampiro". Lugosi, nel frattempo, aveva lasciato la Universal per interpretare nuovi vampiri per altre case. Il risultato più interessante è Return of the Vampire, diretto da Lew Landers per la Columbia, dove il vampiro Armand Tesla, distrutto nel 1918 a Londra, si risveglia grazie a una bomba tedesca e cerca di vendicarsi dell'Inghilterra. Si tratta di un tipico film di un'epoca di guerra, perchè per distruggere il nemico l'Inghilterra ha bisogno di alleati bizzarri, tra cui un licantropo interpreato da Matt Willis. La Universal dal canto suo, soccomberà negli anni 1940 alla tentazione di mettere insieme tutti i suoi mostri negli stessi film, sperando di moltiplicare gli incassi. Nascono così House of Frankestein e House of Dracula, entrambi diretti da Erle C. Kenton e John Carradine nel ruolo di Dracula. Nel primo film Dracula è un'attrazione da circo, esposto in uno stato di catalessi, risvegliato da uno scienziato pazzo; nel secondo il conte cerca, senza successo, di farsi guarire dal vampirismo. La saga Universal scade nella farsa quando ai suoi migliori mostri la casa di Hollywood affianca i suoi migliori comici. Qui l'innarestabile declino del mito Universal. Anche Bela Lugosi inizierà un periodo di declino con film di qualità sempre più scadente. Morirà nel 1956 durante le riprese di Plan 9 from Outer Space di Edward Wood Jr. Qui Lugosi e Vampira sono due cognugi defunti risvegliati dalle loro tombe da extraterrestri. Il "piano 9" degli alieni consiste nel risvegliare i morti della Terra per dare un segnale ai terrestri vivi e indurli a recedere dalla folle corse ad armi sempre più micidiali, che rischia di distruggere l'universo. Plan 9 è cosiderato "uno dei peggiori film di tutti i tempi", ma altri lo considerano un prodotto "così cattivo da essere buono", un vero oggetto di culto, e ancora oggi questo strano epitaffio, di Lugosi conta un piccolo nucleo di fedeli appassionati. Dalla seconda metà degli anni 1950 i film di vampiri ambientati in epoca contemporanea non erano ormai più credibili. La lezione venne compresa in Inghilterra, dove una casa cinematografia specializzata nella fantascienza, la Hammer Films, sostituirà la Universal come leader nel mercato dei vampiri con il semplice espediente di ambientare le sue storie nel secolo scorso.

Il vampiro americano

A partire dal 1970 il cinema americano riscopre il tema del vampiro e, a poco a poco, riconquista la posizione di preminenza che aveva perso a partire dall'ascesa della Hammer. Il vampiro cinematografico dei nostri giorni è quasi sempre americano, nel senso che si adatta all'egemonia degli Stati Uniti nella letteratura dei vampiri e nella transizione dal personaggio classico alle nuove incarnazioni postmoderne. Dal 1970 a oggi il revival del vampiro guidato da Hollywood non ha conosciuto soste, e ha prodotto diverse centinaia di titoli. I tre filoni principlai sono quelli del ritorno di Dracula, delle parodie, e della trasposizione cinematografica del romanzo di vampiri contemporaneo, che a sua volta ispira una serie di soggetti cinematografici originali che si muovono nella stessa direzione.

Il ritorno di Dracula

Il ritorno del Conte Dracula sugli schermi americani avviene gradualmente a partire dal 1970. Anzitutto, fra il 1970 e il 1973, Hollywood produce due personaggi simili, che però vampirizzano le loro vittime negli Stati Uniti: il conte Yorga e Blacula. Con un budget ridotto, Bob Kelljan ottiene un successo maggiore di quello sperato dal produttore, la American International Pictures, con Count Yorga Vampire, dove un vampiro transilvano, il conte Yorga, vive in un castello nei dintorni di Los Angeles dove attira le sue vittime proponendo sedute spiritiche. Quando Yorga vampirizza Erica, che comincia a succhiare sangue dagli animali, il fidanzato della donna e un moderno Van Helsing, il dottr Hayes indagano, e finalmente distruggono il vampiro impalandolo nel modo tradizionale. Nel successivo The Return of Count Yorga, due inetti poliziotti rimuovono il paletto dal corpo del vampiro restituendolo alla vita. Da Los Angeles il conte Yorga si sposta a San Francisco, dove infiltra la buona società e si innamora di Cyntiha che lo respinge. Yorga cerca di impadronirsi di Cynthia con l'aiuto di un gruppo di donne che ha già trasformato in vampiri. Da Los Angeles accorre il dottor Hayes, salva la ragazza e distrugge il vampiro ma rivela che, nel frattempo, è diventato un non-morto anche lui.
Nonostante il successo dei primi due film, l'attore Robert Quarry non fu invitato dall'American International a continuare le avventure di Yorga.
Blacula, di William Crain, diretto a un pubblico afro-americano ma presentato anche in Italia, racconta la storia del principe Mamuwalde che nel 1780 chiede aiuto al conte Dracula per fermare la tratta degli schiavi. Dracula si beffa di lui, lo vampirizza trasformandolo nel vampiro Blacula e imprigiona la moglie di Mamuwalde, Luva, che morirà di fame e di stenti. Nel 1965 un gruppo di americani acquista gli arredamenti del castello di Dracula in Transilvania e li porta a Los Angeles. Fra questi c'è anche un carcofago che contiene il corpo di Blacula. Risvegliato in America, Blacula scopre un nuovo amore, Tina, che è l'immagine esatta di Luva. Quando Tina sta per morire Blacula la trasforma in vampiro. Quando poi Tina è distrutta, Blacula si lascia a sua volta distruggere dai raggi del sole. Nel 1973, tuttavia, Blacula risorge in Scream, Blacula, Scream, per cui l'American International fa appello a Bob Kelljan, il regista del film di Yorga.
Nel frattempo la televisione aveva dimosrtato con Dark Shadows che il pubblico dei vampiri era enorme, e che era possibile riproporre con successo anche il Dracula di Bram Stoker. La Universal decide così di portare sullo schermo un nuovo Dracula. La storia di Lugosi si ripete quando per il Dracula di John Badham, la Universal recluta per il ruolo del conte l'attore che era giunto al successo interpretando nel 1978 la versione drammatica di Deane e Baldeston a Broadway, Frank Langella. Il film utilizza i personaggi del romanzo di Stoker, ma si allontana ulteriormente dalla trama originale, in quanto si svolge interamente a Whitby. Qui arriva la nava Demeter, con il suo capitano morto legato al timone, che scarica le casse provenienti dal castello di Dracula sotto lo sguardo del suo avvocato inglese, Jonathan Harker e del folle Rendfield, il servitore inglese che aspetta Dracula. Il conte si installa nell'abbazia di Carfax e fa amicizia con i suoi vicini: il dottor Seward, sua figlia Lucy e la loro ospite Mina van Helsing, il cui padre è un collega olandese di Seward. Il Dracula di Langella affascina subito Lucy, ma comincia col vampirizzare Mina, che muore. Dopo il funerale Lucy abbandona Jonathan e la non-morta Mina, trasformata in vampiro, uccide un bambino nella clinica del dottor Seward. Si arriverà poi alla lotta finale tra vari colpi di scena.
Il Dracula di Badham, che ha avuto un notevole successo di pubblico, ha diviso i critici. Waller, che lo esamina lungamente, lo considera un'evoluzione tipica della sua epoca del dramma di Deane e Balderston, con un aspetto "revisionista" rispetto alle ceonvenzioni del genere. Il confine tra la follia, vampirismo e normalità si fa più tenue nel film di Badham, e l'inefficienza del dottor Seward sottintende una critica tipica degli anni 1970 della clinica psichiatrica come istituzione. Il fatto invece che Dracula non si presenti come un mostro ma come l'ospite aristocratico che tutti vorremmo invitare a cena è una ulteriore ma logica conseguenza della svolta iniziale di Deane e Balderston rispetto al romanzo. Naturalmente, Frank Langella è un Dracula particolarmente giovane e seducente: le donne non provano nemmeno a resistergli, anzi passano dalla sua parte. Gli appassionati di horror possono chiedersi così se Langella non sia "davvero troppo carino per apparire minaccioso" e il film non si riduca a una "versione romantica di quella che era stata una grande fantasia dell'orrore".
Sia come sia, il Dracula di Badham ha occupato il settore in modo così efficace che si è dovuto attendere fino al 1992 per vedere sullo schermo una nuova versione del romanzo di Stoker. Il risultato, Bram Stoker's Dracula di Francis Ford Coppola, rappresenta il film di vampiri più visto nella storia. Per quanto riguarda il cinema si tratta anche del maggiore tentativo di rimanere fedeli al romanzo di Stoker, con un'importante variazione. Coppola abbandona definitivamente la versione teatrale di Deane e Balderston e rimette i personaggi di Stoker al posto giusto. Il dottor Seward è uno spasimante e non il padre di Lucy. Mina Murray è la fidanzata di Jonathan Harker, che si reca in Transilvania per trattare col conte Dracula. Qui scopre che il suo predecessore in affari nel trattare con il conte è stato Renfield. Lo spettatore può così comprendere le origini della sua follia. Se si accettuano questi e altri piccoli dettagli, da questo punto il film segue esattamente la trama di Stoker, fino all'intervento di Van Helsing e alla conclusione finale in Transilvania.
Coppola insiste ossessivamente sui costumi, talora storici, talora semplicemente bizzarri. Si può dire che il suo "stile ricorda molto di più Mario Bava nella sua opulenza braocca che un qualunque regista inglese e americano".
Dracula di Stoker assomiglia di più al personaggio di Coppola che agli aristocratici giovani seduttori del cinema di cui qualunque donna fatica a non innamorarsi. Se ne può concludere, certo, che "il vampiro agisce su un piano così remoto da quello degli altri personaggi che si può difficilmente immaginare che il vampiro e i mortali si tocchino, si parlino, o ancor peggio di mordano e si amino".

Il nuovo vampiro letterario

La terza linea su cui si è mosso il cinema americano più recente ha cercato la sua ispirazione nei nuovi romanzi di vampiri prodotti dalla letteratura degli ultimi decenni, raggiungendo risultati contradditori ma spesso interessanti. Alle origini del fenomeno si situa l'autentica epopea costituita dai tentativi di Richard Matheson per portare sugli schermi il suo classico romanzo I Am Legend del 1954. E' una vicenda paradossale per le sue difficoltà, se si considera che Matheson è nel frattempo diventato uno scrittore di succcesso di sceneggiature per il cinema e per la televisione. I diritti su I Am Legend vengono originariamente acquistati dalla Hammer, che fa scrivere a Matheson una sceneggiatura immediatamente bocciata dalla censura inglese perchè troppo violenta. I diritti vengono allora ceduti alla Associated Producers di Robert Lippert, che nel 1962 decide di sfruttare i sussidi governativi offerti a chi realizza film in Italia e co-priduce con una casa italiana, la Produzioni La Regina, The Last Man on Earth, di Sidney Salkow, con una sostanziale collaborazione del regista italiano Ubaldo Ragona. Realizzato in economia, The Last Man on Earth, rimane almeno abbastanza fedele allo spirito del romanzo di Matheson. Tuttavia il protagonista viene chiamato Robert Morgan e diventa uno scienziato, sottraendo qualcosa al processo di scoperta della natura epidemica del vampirismo da parte del non specialista Neville che è cruciale per Matheson.

continua...

 

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