Da "Il vampirismo" di Massimo Centini
VAMPIRISMO:
UN MITO ETERNO
Il
vampirismo appartiene a quell'universo mitico in cui le paure ataviche
dell'uomo, da sempre, si attanagliano trovando forma, acquisendo un volto,
determinando una ragione di esistenza anche alle creature improbabili.
Come abbiamo già posto in rilievo, il vampiro ha effettivamente
conosciuto l'immortalità: ma ad abbattere le barriere del tampo
è stato soprattutto il suo mito, giunto fino a noi attraverso il
supporto della letteratura e quindi del cinema.
Bram Stoker, con il suo romanzo, Bela Lugosi con la sua recitazione in
cui la finzione si confondeva con la realtà, sono stati due tasselli,
se pur importantissimi, della storia di questa figura che in tempi recenti
è uscita dal ristretto perimetro del leggendario per essere oggetto
di attenzione da parte di studiosi accreditati e divenire oggetto di tesi
e di corsi universitari.
Ciò significa che il vampirismo è argomento capace di comunicarci
molte informazioni sui nostri atteggiamenti nei confronti della vita e
della morte, in cui gli aspetti psicologici e antropologici sembrano essere
preminenti rispetto a quelli religiosi.
Resta comunque il fatto fondamentale che la tradizione sul vampiro e in
gran parte il genere horror sono effettivamente ricchi di significati
destinati a ricondurre nell'ambito della religione. Nel gusto "gotico"
vi sono numerosi elementi che provengono dalla tradizione religiosa, in
tutte le sue forme; ciò forse dona al dettato narrativo toni che
possono rimandarci con maggiore forza all'universo del soprannaturale,
accreditando così anche gli esseri impossibili.
Il ritorno delle Ombre
Il
vampiro "non morto", creatura della notte, condivide alcune
caratteristiche con i fantasmi, così come sono descritti nella
tradizione occidentale. Tra queste caratteristiche comuni possono essere
indicate: la notte come momento deputato in cui appaiono tra i vivi; il
ritorno nei luoghi dove ebbero esperienze e spesso subirono torti; il
tentativo di coinvolgere i vivi trascinandoli nel mondo delle ombre.
Per riuscire a definire con la dovuta razionalità il vampirismo,
è indispensabile soffermarsi, per una doverosa riflessione, sulla
figura del fantasma, creatura antichissima, da sempre accanto all'uomo
e protagonista dei suoi incubi.
Anello di congiunzione tra due monti, lo spettro ha visto comunque variare,
anche notevolmente, la propria primitiva immagine, fino a perdere quell'aura
sacrale dell'origine, scivolando così nel gorgo della citazione,
anche grottesca, della letteratura romantica, affermandosi nella tradizione
popolare con caratteristiche differenti nelle singole culture.
Al di là delle tante prerogative attribuite al fantasma, la sua
figura è in fondo una sorta di maschera dell'immortalità,
una presenza quasi necessaria per dare una certezza laica a quelle istanze
che sorgono spontanee quando l'uomo cerca di connotare con toni antropocentrici
il regno dell'ombra.
I temi del doppio, del ritornato, dell'antenato, si amalgamano nella figura
dello spettro, dando così una fisionomia molteplice a quell'essere,
ora benevolo ora terribile, che dal mondo dei morti riesce a penetrare
in quello dei vivi, trascinando il proprio bagaglio di inquietudini e
di misteri.
Dalla religione, gli spiriti dei defunti si sono infiltrati nel dedalo
simbolico dello spazio naturale, precipitando poi nel magmatico universo
del folclore, in cui sono diventati protagonisti di leggende e tradizioni,
di fiabe e di credenze destinate a sopportare, con parvenza sacrale, le
infrastrutture del nostro immaginario.
La morte è un passaggio inevitabile nella vita dell'uomo: la sepoltura,
accanto a tutta una serie di pratiche rituali e di credenze, risulta un
segno tangibile del nostro atteggiamento davanti a un mistero ancora oggi
alla ricerca di spiegazioni razionali, ma che di fatto ci lascia sempre
avvolti da una notevole dose di angoscia.
Dalle antiche popolazioni irlandesi, ai più remoti gruppi del sud
del pacifico, dai nativi d'America al magnifico universo etnico dell'Africa,
il mistero della morte è al centro di pratiche molto complesse
ed articolate, destinate, nella loro forte struttura simbolic, a "dare
un senso" alla fine della vita.
Tutte le culture hanno cercato di "spiegare" la morte, di afferrarne
il significato: un significato raggiunto con l'ausilio della religione,
che ha cercato di indicarlo anche come effetto di un errore umano del
principio dei tempi, destinato a confermare l'imperfezione dell'essere
fatto a immagine del proprio dio.
La ricerca di quel prolungamento della vita per un periodo indefinito
ma non necessariamente eterno, a ben guardare è uno dei motivi
dominanti dell'atteggiamento umano nei confronti dei morti. L'apparente
paradosso tra quanto "è" e quanto "non è
più", in effetti sembrerebbe voler abbattere un naturale equilibrio
biologico, che automaticamente sposta le nostre istanze da un piano antropologico
a uno cosmico, imponderabile per il comune mortale.
Di fatti quindi, pur nella specificità dei singoli rapporti tra
i vivi e i morti e nel variegato complesso simbolico che cerca di definire
una configurazione semantica dei diversi ruoli e dei tanti riti, domina
la volontà di attestare la nullità della morte, connettendola
a uno stadio comunque non definito.
Tutto pare strutturato in modo tale da confermare la sopravvivenza che
conduce a forme diverse destinate a diventare emblema di esseri in grado
di "ritornare", di "vivere" oltre i vincoli dell'umano,
confermando, in un certo senso, le priorità della presunzione di
superiorità insita nella nostra specie.
Il fantasma, pur nella complessità dei suoi ruoli, così
diversi dai dogmatismi dei padri della chiesa alle irrazionalità
del folclore, assolve una funzione sociale importante, proponendo continui
interrogativi sul ruolo della metafisica nell'umana esperienza. Infatti
il dramma personale della morte, che strappa un soggetto a un gruppo comunque
ristretto, attraverso l'apparizione dello spettro, viene trasferito su
un piano collettivo, rendendo tutti partecipi di un'esperienza destinata
ad appianare le differenze.
Ma il fantasma si sottrae alla razionalità, sfugge ad ogni sistema
di misuram rifugiandosi nel mito attraverso il popollente fornitogli dal
nostro immaginario.
Se osserviamo la grande quantità di materiali raccolti dagli etnografi
e dagli storici, ci rendiamo conto che un'analisi antropologica dello
spettro deve trarre le proprie prerogative dialettiche da un patrimonio
costituito nella prevalenza dei casi da leggende, superstizioni, schemi
mitologici ricorrenti in cui il fantasma può essere tutto o niente.
Nella costante ricerca di una collocazione, questa figura risulta in sospensione
tra la benevolenza tipica dell'antenato e la malvagia volontà distruttiva
del demonio, in cui di fatto si riflettono memorie collettive e angosce
personali.
L'idea che dopo la morte lo spirito di un defunto possa ritornare tra
i vivi sotto forma di fantasma, è affermata sia nelle culture "primitive"
che in quelle civilizzate e industriali. Nelle prime questa misteriosa
figura può assumere aspetti molto diversi, anche mostruosi e grotteschi,
amalgamandosi con il ricco pantheon delle religioni animistiche; nelle
seconde rientra in una dimensione metafisica molto precisa, il suo aspetto
risulta prevalentemente antropomorfo e le sue apparizioni sono sempre
qualcosa di straordinario.
In continuo contrasto tra le reviviscenze spiritiche e il positivismo
più razionale, il tema del fantasma non ha perduto la propria solidità
anche nella cultura occidentale, assumendosi l'atavico compito di creare
un possibile dialogo con l'aldilà.
Il fantasma è in qualche modo un surrogato di immortalità
e, con la propria apparizione, aiuta l'uomo a non perdere di vista la
caducità delle cose terrene, imponendogli continuamente di riflettere
sul proprio essere e sui fini dell'esistenza terrena.
Secondo la moderna psicanalisi, il ruolo dello spirito non sarebbe così
"pedagogico", ma si configurerebbe all'interno di una sorta
di malessere psichico determinato da un rapporto falsato con l'ambiente.
In questo senso "gli spiriti sono complessi dell'inconscio collettivo
che perde l'adattamento alla realtà, oppure cercano di sostituire
l'atteggiamento inadeguato di tutto un popolo con un nuovo modo di pensare.
Quindi sono fantasie patologiche oppure idee nuove ancora sconosciute"
(C.G. Jung, 1971).
Secondo questa ipotesi, alla morte di un individuo i sentimenti di quanti
gli erano legati si calano nell'inconscio, pesando sulla coscienza. Anche
per questa motivazione, il carattere del morto può degenerare in
numerose superstizioni con la prerogativa di demonizzare lo spirito, gravando
così sui vivi, che in questo modo esercitano una forma di autoespiazione.
Nelle culture etrnologiche, in cui la natura emozionale del fenomeno religioso
è più forte, il rapporto con gli spettri rientra in un ambito
di maggiore "normalità", appartiene in qualche modo al
quotidiano, senza eccessivi orpelli soprannaturali: inoltre, i cosidetti
popoli primitivi hanno spesso una visione escatologica individuale, in
contrasto con quella collettiva dei gruppi civilizzati.
Lo spettro è l'espressione della periferia, l'abitante del luogo
"altro", temibile per la sua geografia maledetta dove, di conseguenza,
si può solo formare il territorio favorevole alla proliferazione
della malvagità.
Nel vasto complesso simbolico del folclore, il mito antico del ritorno
dei morti sotto forma di fantasmi con diverse specificitù è
molto diffuso, e se da un certo punto di vista si afferma trovando il
proprio fertile territorio nell'atavica paura della vendetta dei defunti,
dall'altro è originato dall'insita necessità di credere
in una possibile esistenza oltre la vita.
Osservando in generale i vari atteggiamenti nei confronti del ritorno
dei morti, constatiamo che le culture hanno elaborato dei sistemi di incontro/scontro
con i fantasmi, destinati a esorcizzare il concetto brutto di morte e
fornendo sempre delle ipotesi di convivenza.
Lo spettro fa paura, ma non ci si può sottrarre alla sua presenz;
questo essere appare indispensabile, di lui si avvertono gli umori e le
istanze e se ne subisce il potere, da cui scaturisce la nostra sudditanza,
creata dall'angoscia generata dal ritorno dei morti, che De Martino considerava
"come rappresentazione ossessiva o come immagine allucinatoria".
Osservando in panoramica le tradizioni sull'apparizione dei fantasmi,
possiamo constatare che spesso, come detto, prevale un profondo senso
di sudditanza da parte dei vivi che, nel bene e nel male, devono subire
la volontà del fantasma difendendosi, da un punto di vista laico,
con pochi ed effimeri esorcismi. Invece, l'evocazione degli spettri è
legata, nel nostro mondo, a figure considerate anomale per la società
dei vivi: la negromanzia è una di queste anomalie e risulta dominio
delle streghe o di quanti sono posti oltre i limiti della moralità
generalmente acquisita.
Il vampiro invece ha bisogno di evocatori: il suo ritorno è garantito
da uno status atavico, definito da regole che prescindono l'uomo, sono
parte di un meccanismo di altro tipo, nel quale lo stadio della morte,
in prima battuta, non c'entra nulla, poichè non è ancora
stato definitivamente raggiunto.
In genere, l'apparizione e l'evocazione del fantasma presentano elementi
simbolici e ricorrenti che possono essere così schematizzati:
a)
il fantasma appare senza essere evocato:
1- fornisce indicazioni (ruolo positivo)
2- chiede suffragi, evidenzia infrazioni etc.
3- indica sventure (ruolo negativo);
b) il fantasma ritorna con l'intenzione di vendicarsi;
c) il fantasma appare in precisi periodi del calendario cristiano;
d)
il fantasma di un personaggio storico ritorna nell'anniversario della
morte nel luogo in cui è perito;
e) il fantasma di un santo appare nel luogo in cui è stato martirizzato,
o nei pressi della chiesa dedicatogli, quando la comunità in cui
è venerato si trova in difficoltà;
f) il fantasma è casualmente incontrato da un vivo:
1- vederlo è pericoloso
2- l'incontro può essere motivo di conoscenza;
g)
il vivo accede a uno dei "luoghi" del fantasma e avviene l'incontro;
h) il vivo evoca il fantasma:
1- negromanzia
2- forme rituali popolari
3- forme drammatiche, pratiche folcloriche collettive.
Si
noterà che nell'elencazione abbiamo volutamente indicato solo il
fantasma, senza far riferimento al vampiro, ciò poiché,
come già detto, tra le due creature vi sono differenze e ci pare
sia più chiaro, per adesso, fornire una definizione precisa solo
del ruolo culturale dello spettro.
Parlando espressamente del fantasma, constatiamo che una verifica incrociata
attuata con incursioni in campo etnologico, pur con tutte le cautele metodologiche
del caso, ci dimostra che in molte culture spesso sono adottati sistemi
protettivi per carcare di "orientare" il morto verso l'aldilà
e quindi escluderne il ritorno nel mondo dei vivi.
Sull'identificazione della pericolosità del cadavere giocano un
ruolo fondamentale alcune particolarità dell'individio defunto:
vittime di morte violenta, suicidi, sciamani, etc. saranno fantasmi quasi
certi.
Nell'interpretazione psicoanalitica, il senso di colpa sarebbe l'artefice
delle tradizioni dei fantasmi: questi esseri risultano riflessi inconsci
dell'umana consapevolezza dei vivi di essere in torto, davanti al fenomeno
bruto della morte dei propri simili.
Secondo Freud, gli "autorimproveri ossessivi" dei vivi, si esprimono
patologicamente anche nell'ira del fantasma, che dà corpo simbolicamente
alle pulsioni profonde del nevrotico.
Da questo atteggiamento, si evince chiaramente come, parafrasando Roheim,
in fondo la cultura possa essere interpretata come nevrosi, poiché
"la civiltà non è che un insieme di sistemi di difesa
psichica contro l'angoscia".
E' interessante constatare che, in genere, i vivi sono costantemente travolti
dall'eterna contraddizione che oppone la paura dello spettro al desiderio
di evocarlo: questa improbabile dicotomia assume una forma più
nitida nelle culture in cui i defunti possono essere richiamati in vita,
simbolicamente combattuti e definitivamente allontanati.
La caducità delle cose terrene ha condotto l'uomo verso ostacoli
sempre più alti che, forse paradossalmente, sono cresciuti in modo
direttamente proporzionale alla nostra evoluzione. La morte, l'ultima
e insormontabile frontiera che separa il fisico dal metafisico, il reale
dall'immaginario, è certamente il mistero più grande per
chi sa di essere figlio della terra ed espressione biologicamente vulnerabile
di un disegno di cui cerchiamo disperatamente di conoscere l'impianto
evolutivo.
Diretti verso punti focali che ci accomunano, percorriamo le linee prospettiche
del nostro essere con l'incertezza del dopo, della dimensione ultima posta
oltre quel racconto definitivo ogni giorno più vicino.
La psicoanalisi considera il presunto contatto con il fantasma anche come
un fenomeno allucinatorio, un'illusione, o un'esperienza di carattere
onirico. In pratica, si tratta di una percezione errata, con la conseguenza
che quanto è percepito non corrisponde alla realtà oggettiva.
Però, avvertono gli antropologi, vi sono condizionamenti intorno
alle diverse tradizioni, che alternano e orientano il tipo di visione,
"in altri termini la cultura fornisce il contenuto della visione
o della apparizione, sostanziandone le forme aberranti di percezione"
(A. Di Nola).
Su un piano eminentemente sociologico, le visioni del fantasma possono
essere condizionanti o sollecitate da interessi interni alla società,
determinati da motivazioni religiose e politiche.
La necessità tutta umana di conoscere prima che cosa sarà
del dopo ha favorito l'affermazione di situazioni e figure impossibili
che, dopo essere state prelevate dalla religione, sono state trasformate,
ricostruite, anche distorte, fino a perdere la loro primitiva funzione.
Lo spettro e il vampiro appartengono a queste figure. In continua sospensione
tra l'angelico e il diabolico, ritenuti il tragico esempio degli errori
terreni o i depositari dei segreti del tempo e della vita, fantasma e
"non morto" attraversano costantemente l'esistenza dei vivi.
I tanti volti del vampiro
Davanti
alle testimonianze fin qui riportate, ci rendiamo conto che il tema del
vampirismo non può essere isolato totalmente dalla figura del fantasma
e dalla paura del ritorno dei morti, pertanto la sua consistenza si relazione
a credenze senza tempo e immortali. Di conseguenza il mito del vampiro
risulta l'espressione chiara dell'atavico terrore per i "morti viventi".
La sua non è però un'immagine evocativa: infatti, come è
ormai noto, si esprime sostanzialmente su due piani, che a loro volta
possono produrre ulteriori suddivisioni.
Piano del folclore: il vampiro di tradizione slava, il cui aspetto non è standardizzato ma è indicato genericamente come "non morto", che ritorna tra i vivi assetato di sangue. Non sembrerebbe esprimere alcuna vitalità intellettuale, ma agisce seguendo impulsi non controllati dalla ragione.
Piano letterario: il vampiro del folclore ha alimentato la formazione del modello vampiresco "tipo Stoker" assorbendo via via ulteriori aspetti provenienti dalla letteratura e dal cinema. Questo modello ha in gran parte adattato l'originale figura del vampiro, quella del folclore, trasformandone profondamente l'aspetto e rendendolo maggiormente conforme al modello "borghese" romantico.
Oggi
tutta la mitologia del vampirismo è contesa tra questi due piani,
anche se fuori dall'area di origine prevale il secondo, poiché
ormai parte integrante dell'immaginario collettivo e radicato come mito
moderno, assolutamente privo di radici nella cultura occidentale. In area
slava, al contrario, è il vampiro del folclore a essere considerato
"l'unico vampiro possibile", il resto è indicato come
frutto della fantasia di letterati e registi.
"Materia così stravagante, straordinaria e quasi oggetto remoto
dall'uso ordinario delle cose" così nel 1739, il vescovo Giuseppe
Davanzati stigmatizzava nella sua Dissertazione sopra i vampiri.
Un'affermazione in armonia con gli ideale illuministi, forse poco ideonei
per un religioso che come incipit del proprio studio scelse di parafrasare
Cicerone: "E' inutile discutere di una cosa prima che s'indaghi con
diligenza se esista".
Davanzati, con un velo d'ironia, si chiedeva: "Qual cosa più
strepitosa e meravigliosa può dirsi di questa, di vedersi comprarire
quasi ogni giorno in pubblico e privato uomini già morti? Praticare,
conversare, mangiare e dormire i morti con i vivi? Vedersi pubblicamente
aprire e spalancare sepolcri, vedersi cadaveri con occhi aperti come fossero
vivi, rubicondi, vivaci e turgidi di sangue, troncarsi loro per mano di
carnefice il capo, aprire con ferro e con lance il petto e trapassare
loro il cuore, sentirsi al colpo urlare il cadavere e sgorgare dalla ferita
un torrente di sangue, come attestano testimoni di fede e processi giuridicamente
presi sul luogo".
Ciò che alimentava maggiormente l'interesse del vescovo era il
desiderio di capire quale fosse l'origine del vampiro, al fine di stabilire
"se tale meraviglia possa essere scritta ad opra soprannaturale,
o sia divino, o ad opra preternaturale, o sia diabolico...".
Ma alla fine della sua descrizione, Davanzati, ancora con spirito illuminista,
affermò che "l'apparizione de' vampiri è la nostra
fantasia corrotta e depravata"; inoltre il fenomeno aveva un proprio
humos nell'ignoranza: "dove si dice accadere queste apparizioni,
vi è gente idiota, ignorante, dedita molto al vino...".
E così anche la fenomenologia rinvenibile sui cadaveri di presunti
non morti (colorito sanguigno, occhi aperti, assenza di decomposizione,
etc.) dovevano essere considerati "prodotti dei moti spontanei del
cadavere...".
Di conseguenza, concludeva il prelato, "anche i dottori fisici sanno
come un cadavere possa non solo gridare, fa un urlo, un gran rumore, ma
anche articolare voce e proferire qualche parola ben distinta, quanto
ancora sono vegeti gli spiriti vitali in esso".
Pare che in seguito l'ipotesi di Giuseppe Davanzati fu confermata osservando
i cadaveri dei ghigliottinati, alcuni dei quali continuano a vivere anche
dopo l'esecuzione. Ne diede notizia uno studioso parigino, Pierre Gautier,
nel libro Può la testa di un decollato conservare per qualche
istante della sue decollazione la facoltà di sentire? Anche
il vampirismo poteva divenire oggetto di studio scientifico...
Il vampiro e le muse
Il
mito del vampiro, e di Dracula in particolare, ha rappresentato un nucleo
dalle espansioni praticamente infinite sia nel cinema che nella letteratura.
Elemento presente in numerose mitologie, in ogni parte del mondo, pur
con alcune varianti assume da sempre alcune inquietanti caratteristiche:
è un distinto signore dall'aspetto pallido e cadaverico, generalmente
di nobile casata, vestito con un ampio mantello nero, che si nutre di
sangue umano, possibilmente succhiato dal collo di giovani e avvenenti
fanciulle, grazie ai canini insolitamente sviluppati. Teme la luce del
sole, vive di notte, dorme in un bara, arretra davanti a simboli sacri
e alle corone di aglio. La sua immagine non si riflette negli specchi
e se viene sorpreso dalla luce del giorno si riduce in cenere; talvolta
si muta in pipistrello. Si può sconfiggere definitivamente solo
con un paletto di frassino conficcato nel cuore.
Vive soprattutto nel patrimonio leggendario dell'Europa centro-orientale,
tanto che nel settecento la burocrazia asburgica doveva prendere atto
di un gran numero di morti trafitti con i famosi paletti anti-vampiro,
soprattutto nelle zone slave dell'impero.
Ovviamente la sensibilità romantica, soprattutto quella più
ansiosa di dar forma alle ancestrali paure celate nell'animo umano, ha
attinto a piene mani al tema del vampiro.
L'Inghilterra del 1816 vide la nascita del Frankenstein di Mary Shelley,
che pur non essendo un autentico vampiro, è una creatura che ne
presenta molte delle inquietanti caratteristiche.
Più aderente al personaggio è il Vampiro in frac di
John Polidori, amico di Lord Byron; il suo racconto, pubblicato nel 1819,
condizionerà in seguito molti scrittori di fama, come Hoffmann,
Gagol, Gautier, Dumas, Merimée, Lautréamont, Le Fanu, Maupassant.
Oltre gli Urali nacquero invece La famiglia dei Vurdalak e il
vampiro, dalla sanguinaria penna di Aleksej Tolstoj, parente dell'autore
di Guerra e pace.
In Francia Theophile Gautier nel 1835 diede alle stampe La morta innamorata,
mentre tra Les fleurs du mal di Baudelaire troviamo numerose figure
di donne che sono vere vampire dell'anima e dei sensi.
L'Irlanda vive una complessa figura di donna-vampiro nella Carmilla
di Joseph Sheridan Le Fanu, legata da torbide passioni alla sua amica
Laura, ma che non disedegnava il sangue di vittime occasionali.
Forse Carmilla fece nascere in Bram Stoker, impresario di Dublino
con la passione per la narrativa, l'idea centrale per il suo Dracula.
Il suo personaggio però, contrariamente a quelli che lo avevano
preceduto, non era solo frutto di fantasia, ma si produsse e si arricchì
in un complesso studio condotto dall'autore sulle leggende della Transilvania.
Dalla fantasia popolare alla realtà storica di Vlad Tepes, voivoda
della Valacchia detto l'impalatore, eroe romeno, Così nacque il
celebre Dracula, nel 1897, con l'inquietante possibilità di non
rimanere relegato tra i boschi oscuri dei Carpazi, ma di aggirarsi nella
Londra fin de siècle, sempre alla ricerca di nuove vittime.
Anche oggi il tema del vampiro spopola in libreria. I prodotti più
recenti propongono la sceneggiatura del film di Coppola in romanzo e in
fumetti. Troviamo poi una raccolta di diciannove racconti di autori contemporanei
sul principe Vlad, Il diario di Dracula di Marin Mincu e Il
libro dei vampiri, di Fabio Giovannini.
Ma non mancano i vampiri per bambini: nell'apposita collana "vampiretto",
è uscito Il medico dei vampiri, di Angela Sommer Bodemburg.
Dalla sua nascita, l'arte cinematografica ha dimostrato particolare ineresse
per il vampiro.
Inizia tutto nel 1912, con il Vampyren eller En Kvinnas slav, di
M.Stiller, seguio dai dieci episodi di Les Vampires di Louis Feuillade.
Ma è solo con un film del 1922, Nosferatu, di F.W. Murnau,
ripreso nel 1979 da Werner Herzog e interpretato da Klaus Kinski, che
il mutevole vampiro diviene rappresentazione classica.
L'ungherese Bela Lugosi nel 1931 impersonò magistralmente il primo
Dracula di Hollywood nel film di Tom Browning, creando un personaggio
con cui in seguito tutti dovettero comunque confrontarsi. Il tema fu ripreso
in una serie interminabile, da La figlia di Dracula a Il figlio
di Dracula, per finire alle parodie con Gianni e Pinotto. Non mancano
I vampiri dello spazio, inventati nel 1957 dal regista Val Guest,
che creano un nuovo filone, in cui si annoverano prodotti qualitativamente
molto diversi, da La cosa di un altro mondo di Christian Nyby del
1951 a Lifeforce del 1985.
Il nuovo Dracula, nel 1958, fu Christopher Lee, che in Dracula il vampiro
diede un diverso, ambiguo fascino al conte della notte, che avvolgeva
le sue vitime in un torbido rapporto tra amore, sangue e morte. Ma lo
stesso autore nel 1959 affianca Renato Rascel nel comico Tempi duri per
i vampiri, di Stefano Vanzina.
John Carradine nel 1966 impersona un vampiro che cerca di causare un'insurrezione
indiana in Billy the kid contro Dracula e pochi anni dopo, in Blacula,
un principe africano cerca alleati contro il commercio degli schiavi e
finisce vampirizzato in Transilvania: ora il vampiro ha anche la pelle
nera.
Con il mito del conte della notte si confrontò anche un irriverente
Andy Wartol, che ci presenta un Dracula cerca sangue di vergine...
e morì di sete, del 1974, con Joe Dallesandro, Udo Kier e Vittorio
De Sica, in cui il celebre conte finisce su una sedia a rotelle.
Lo sguardo così particolare di David Bowie crea un vampiro elegante
accanto alla bellissima Catherine Deneuve in Miriam si sveglia a mezzanotte,
del 1983, mentre sono molto giovani i vampiri di Ragazzi perduti,
del 1987, e Il buio si avvicina di K.Bigelow e frequentano le discoteche
con Grace Jones in Vamp, del 1986.
Si arriva poi al Dracula di Bram Stoker, il film di Francis Ford
Coppola ultimo grande successo. Il conte, interpretato da Gary Oldman
circondato da splendide attrici, viaggia nel tempo alla ricerca di una
sosia dell'amatissima moglie, morta suicida. Si tratta di un'interpretazione
diversa rispetto al romanzo più noto, con un Dracula che non agisce
solo nella Londra vittoriana ma si muove anche nell'epoca storica di Vlad
Tepes, fatto che ha suscitato non poche critiche al regista. E' però
impossibile non registrarne il clamoroso successo presso il pubblico che
ha affollato le sale cinematografiche, prima in America e poi in Europa.
Forse nella grande attrazione esercitata da questo genere consiste il
perchè dal 1922 siano stati oltre 200 i film prodotti sui vampiri.
Ma anche le donne-vampiro hanno avuto il loro spazio nella storia del
cinema.
Ne Il sangue e la rosa di Roger Vadim, del 1960, un'arcaica vampira
si reincarnava in una delle sue discendenti per cominciare a mordere sul
collo le sue vittime. Nel 1970 il film The vampire lovers, diretto
dall'inglese Roy Ward Baker, si ispira direttamente alla Carmilla letteraria.
Il sempre aristocratico David Niven nel 1974, nel film Vampira
diretto da Clive Donner, sequestrava nel suo castello le vincitrici di
un concorso di bellezza per far rinascere, con il loro sangue, la propria
moglie defunta. Splendida la maga egizia intrepretata da Catherine Deneuve
nel già citato Miriam si sveglia a mezzanotte: esiste da
millenni, alimentandosi con il sangue umano e accoppiandosi con uomini
e donne comuni mortali.
Amore all'ultimo morso (Innocent blood) è il nuovo film
di John Landis, interpretato da Anne Parillaud. La bella vampira solitaria,
attratta da un pasto all'italiana, piomba su una banda di mafiosi italo-americani,
che si rivelano un problema per l'odore di aglio nell'alito. Ma accompagnati
dalle canzoni si Sinatra, i mafiosi diventano presto tutti vampiri, in
una piacevole mescolanza tra horror e chiave umoristica. Da notare nella
pellicola sono le citazioni storiche e le apparizioni lampo di horror-registi,
come Dario Argento infermiere, Sam Raimi garzone di macelleria e Alfred
Hitchcock, un signore che fa fatica a salire in un treno con il suo violoncello.
LILITH:
ARCHEOLOGIA DEL VAMPIRISMO
Nel
vasto complesso mitico ebraico, che ha saputo far propria una cospicua
serie di simboli tipici della cultura vicino-orientale, rintracciamo una
figura colma di ambiguità, caratterizzata da atteggiamenti contrastanti,
in cui però prevale l'immagine demoniaca e vampiresca: ci riferiamo
alla temuta Lilith, spettro notturno assetato di sangue e portatore di
morte. Si tratta senza dubbio di un personaggio della mitologia con peculiarità
tendenti a relazionarlo, per alcune sue specifiche caratteristiche, al
vampiro, anche se non può essere definio tale da tutti i punti
di vista. In effetti Lilith è un demone notturno, non una creatura
umana che dopo la morte è diventata un revanant (non morto): la
differenza è alla base dell'esclusione di questo personaggio dalla
categoria dei vampiri classici. Senza entrare nell'analisi, affidandoci
ad affondi filologici troppo rigorosi, noi crediamo che comunque Lilith
possa essere indicata come una figura fondamentale per meglio comprendere
"l'archeologia" del vampirismo. Del "non morto" Lilith
esprime soprattutto il legame con la notte, con la sfera della sessualità,
con l'ambiente infero: tre connessioni che hanno profondi legami con l'immaginario
vampiresco.
Creatura dell'oscurità, che tormenta il sonno degli uomini, Lilith
risulta il frutto di una tradizione mitica fortemente condizionata dall'articolata
oltretomba mesopotamica.
Nella demonologia di quell'area, Lilu con la sua serva Ardat lili, creatura
della notte succuba e lussuriosa erano considerate espressione del peccato
sessuale: "questi demoni sconvolgevano l'ordine fisiologico dell'amore,
che è fondamento della vita familiare e comunitaria e perciò
in particolare l'Ardat lili è una vergine senza latte, una femmina
che si unisce senza mai poter diventare madre; e che, dopo aver acceso
nell'uomo la lussuria, non lo soddisfa" (G.Furlan, 1976).s
La dea babilonese assira Ishtar si serve di un demone, in forma di bella
prostituta, detta manno di unnini, o in semitico lilitu, che è
l'incarnazione della lascivia. Inoltre lilitu è associata ad alcuni
animali, in modo particolare alla pantera. Nella cultura sumerica, "lilu,
lilitu, ardat lili, sono, forse, in origine rappresentazioni del vento
e dell'uragano, ma, in conseguenza della loro semitizzazione, vengono
a rappresentare il piacere infecondo e lussurioso" (E.Petoia, 1991).
Tra i demoni che alteravano gli squilibri sessuali e familiari, provocando
sterilità, aborti e malattie infantili, vi era la temuta Lamashtu,
demone femminile rapitrice dei feti e che succhiava il sangue degli uomini.
Un'altra temuta creatura era Samanum (il Drago Rosso), che con la triade
formata da lilu, lilitu e ardat lili era tra gli esseri più temuti
nella tradizione babilonese.
Uno tra i pochi riferimenti biblici su Lilith è rintracciabile
in Isaia, che descrivendo la fine del regno di Edon e il conseguente ripristino
del caos primigenio, fa riferimento al demone femminile, per indicare
un uccello notturno, forse un allocco o un barbagianni:
"Cani selvatici si incontrano con le iene,
ed i satiri si lanciano mutualmente all'appello;
ivi ancora abiterà Lilith, trovandovi riposo" (Isaia 34,14).
Sulle poche indicazioni veterotestamentarie si innestano le molteplici
tradizioni, che fanno di Lilith un essere fantastico, attribuibile all'immaginario
popolare, una sorta di demone notturno posto tra le rovine e nei cimiteri.
In realtà, anche la Bibbia di Gerusalemme inserisce la diabolica
figura femminile in Giobbe, con una traduzione che non è accettata
da tutti gli studiosi:
"il malvagio sarà trascinato fuori dal riparo della sua tenda,
per essere condotto davanti al re della Paura.
La prenderà dimora Lilith e si sparge di zolfo" (Giobbe 18,15).
Nel
Talmud e nello Zoher (libro degli splendori), il nome di Lilith è
attestato e indicante un'entità malvagia e negativa, orrida nell'aspetto
("feto alato come Lilith"), quasi sempre impegnata a produrre
dolore e sofferenza.
Molto spesso risulta la causa della morte dei neonati, che si dice uccidesse
per cibarsene...
Dal punto di vista fisico, sembrerebbe ricomporsi al modello mostruoso,
alato e con quelle caratteristiche che sono diventate uno stereotipo nella
tradizione iconografica demoniaca.
Lilith è comunque ritenuta il principale demonio femminile, "si
pensava fosse una creatura provvista di lunghi capelli. Di lei si dice:
nessun uomo può dormire solo in una casa, chiunque dormi solo in
una casa sarà preso da Lilith. Poco di lei si parla nel Talmud;
nel tardo folklore ebraico occupa al contrario un posto importante, specialmente
per danni che si dice procuri alle puerpere e per i ratti di bambini"
(A. Cohen, 1935).
In genere questo demone risulta comunque collegato a Laylah, notte, nel
significato di spirito della notte, ma gli autori moderni preferiscono
riconnetterlo alla sumerica Lilu, libertinaggio; per cui Lilith sarabbe
il demone che eccita la voluttà (R.C. Thompson, Londra 1964).
Per la tradizione ebraica, Lilith in origine fu la prima Eva, colei che
contestando Adamo rinunciò al paradiso terrestre, ottenendo solo
una posizione periferica, perduta nel gorgo dell'abbandono e dell'oscurità.
Questa è una delle tante versioni della leggenda ebraica, che descrive
le cause poste alla base della demonizzazione della prima donna di Adamo:
"Dio creò la prima donna dalla terra e la chiamò Lilith:
fantasma notturno. La diede in moglie al primo uomo. Lilith si considerava
di pari valore rispetto a Adamo e non voleva essergli soggetta.
"Diceva: Tu non sei in nulla migliore di me. Entrambi siamo fatti
di terra.. Ho i tuoi stessi diritti e quindi non voglio essere tua subalterna.
Dopo un violento alterco, gli si ribellò e fuggì via. Allora
Dio mandò tre angeli, Snoij, Sandnoij e Smanglof per inseguirla
e riportarla dal marito. La presero; ma poiché lei si rifiutava
di tornare a casa, volevano afforgarla in mare.
Allora Lilith rivelò loro che era stata fatta per uccidere i neonati.
Ma se l'avessero lasciata andare, lei si sarebbe impegnata a non uccidere
nessun neonato di nome Snoij, Sansnoij e Smanglof.
Questo giuramento lo ha mantenuto fino ai giorni nostri.
Nella stanza dove sta la partoriente si disegna un cerchio e in mezzo
stanno scritte le parole: Adamo ed Eva, Lilith fuori, vale a dire: qui
ci sono Adamo ed Eva, Lilith non ha il permesso di entrare. E sulla porte
della stanza stanno scritti i nomi dei tre angeli: Snoij, Sansnoij e Smanglof.
Questi cacciano Lilith dalla lunga chioma quando di notte compare per
far soffrire i neonati ed ucciderli" (Aleph Beth D'Ben Sira,
versione riportata in I. Zwi Kanner, 1991).
Così Primo Levi ha riportato la leggenda relativa al temuto demone
femminile: "Lilith abita precisamente nel Mar Rosso, ma tutte le
notti si leva in volo, gira per il mondo, fruscia contro i vetri delle
case, dove ci sono dei bambini appena nati e cerca di soffocarli (...)
Altre volte entra in corpo ad un uomo, e l'uomo diventa spiritato (...)
E' golosa di seme d'uomo, e sta sempre in agguato dove il seme può
andare a finire nell'unico luogo consentito, cioè dentro la matrice
della moglie, è suo tutto il seme che ogni uomo ha sprecato nella
sua vita, per sogni o vizio o adulterio" (P.Levi, 1981).
In altre fonti gli angeli sono chiamati Snwy, Snsnwy, Smnlf; Senoy, Sansenoy,
Semangelof: figure simboliche che ebbero un'affermazione anche in epoca
bizantina in cui furono trasformate in tre santi: Sines, Sisinnios e Synodoros.
L'antica paura che Lilith, demone notturno, tormentasse il sonno degli
uomini e uccidesse i neonati, è confermata anche da una frammentaria
versione sumera di un rituale esorcistico, dal quale abbiamo un'ulteriore
indicazione sull'origine mesopotamica del mito:
"Sia che si tratti di morte, o di un ladro...
o di uno spettro cattivo...
o di Lilu o Lilitu, o della serva di Lilitu,
che nella casa di (...), figlio di (...) si sono insediati per sopraffarlo
o ucciderlo,
e sono legati dietro la casa, mettono in scompiglio il senno della casa,
ne mutano l'intelletto, ne strappano e stringono i reni uno contro l'altro,
Nell'occhio delle persone hanno inaridito le lacrime" (G.R. Castellino,
1977).
Un'altra versione ebraica narra che Lilith si rifugiò sul Mar Rosso
insieme a molti demoni lascivi, con cui concepiva più di cento
Lilim (vampiri) al giorno. Gli Angeli del Signore, dopo aver invano cercato
di convincerla a ritornare da Adamo, vollero ucciderla. Lilith però
disse loro: "come potrei morire se Iddio mi ha incaricata di occuparlo
di tutti i neonati maschi fino alla circoncisione e delle femmine fino
al ventesimo anno di vita? Se mi lasciate in pace però prometto
che se vedrò i vostri nomi o le vostre iniziali vicini a un neonato,
lo risparmierò".
Nella tradizione popolare si affermò principalmente l'aspetto maligno
di questo demone, con toni che si riconnettevano alle lamie e alle streghe
classiche. In effetti i Settanta e la Vulgata traducono Lilith con il
più classico termine Lamia:
"Et occurente daemonia onocentaursis,
Et pilosus clamabit alter ad alterrum;
ibi enbavit lamia,
et invenit sibi requiem".
Ma
al di là delle testimonianze oggettive, secondo alcuni ermetisti
Lilith sarebbe individuabile anche in una delle due prostitute che si
sottoposero al giudizio di Salomone: "si presentarono al re due prostitute,
ch'erano venute da lui. Una delle donne disse: Di grazia, signor mio,
questa donna ed io abitavamo la stessa casa. Qui io partorii accanto a
lei. Tre giorni dopo di me ecco che questa donna partorì. Noi due
stavamo insieme né c'era alcun estraneo nella casa all'infuori
di noi due. Ora il figlio di questa donna morì di notte, perchè
lei gli si era coricata sopra. Essa allora si alzò nel cuore della
notte, levò mio figlio dal mio fianco, mentre la tua schiava dormiva,
se lo pose in seno e il suo figlio morto lo collocò sul mio seno"
(Il libro dei re, 3, 16-20).
Quindi le due prostitute "per molti cabalisti moderni non sono altri
che Lilith e Naamah o Lilith e Agrat, idea che si trova già suggerita
nello Zohar e in scritti contemporanei. E' particolarmente interessante
il fatto che questi esseri demoniaci o perlomeno uno di essi - almeno
Lilith - cedano davanti al sentimento materno attestato dall'episodio
in questione. La regina di Saba è stata considerata a lungo una
divoratrice di bambini e una strega demoniaca (...) La regina di Saba
è in realtà, secondo alcune tradizioni, un ginn, essere
in parte umano e in parte demone, che regna su un reame divenuto simbolo
di qualsiasi sorta di pericolo" (J. Bril, 1990).
Questa interpretazione del mito ebbe notevole affermazione, diventando
un tema ricorrente, che ancora una volta considerava la sfortunata prima
moglie di Adamo una creatura malvagia simile alla strega. Nel medioevo
si affermarono anche figure chiamate Lilim figlie di Lilith, vampiri ibridi
per metà umani e per metà asini, che spaventavano i viandanti
e avevano il potere di trasformarsi completamente in animale per commettere
liberamente i loro malvagi interventi. Anch'esse, come la madre, erano
ritenute demoni notturni che rapivano i bambini, danneggiando le partorienti,
succhiavano il sangue ed erano dedite all'antropofagia.
"Si narra la storia del profeta Elia che incontrò sul suo
cammino Lilith, diretta alla casa di una giovane partoriente per regalare
il suo sonno di morte, impadronendosi del bambino e berne il sangue, aspirarne
il midollo dalle ossa e pascersi della sua carne.
Questo tratto specifico - succhiare il midollo - si ritrova presso le
strigi romane. Il carattere di strangolatrice di bambini di Lilith è
chiaramente attestato in certe parole magiche ebraiche scritte in aramaico
(J. Bril, 1990).
L'azione perversa di Lilith riafferma un modello tristemente ricorrente
nell'ampia documentazione sulla stregoneria, in cui le accusate risultano
frequentemente autrici di misfatti terribili, che hanno come vittime designate
neonati e bambini.
Il volo notturno, il rapimento, l'antropofagia, sono fasi simboliche ben
precise, che pur rivelando una loro origine archetipica, costituiscono
gli elementi di miticizzazione della strega - in tutte le sue molteplici
variabili semantiche - presenti in molte culture.
Anche all'origine della credenza nel volo delle streghe vi potrebbero
essere riferimenti riconducibili ad epoca classica, in cui le donne potevano
trasformarsi di notte in gufi volanti o strigae che mangiavano i bambini.
Come Satana al femminile, Lilith compare nella notte di Valpurga del Faust
di Goethe.
Il tema delle streghe in grado di volare è molto spesso presentato
nell'iconografia popolare e se pur non è da escludere che alla
base di questa credenza vi fosse un'origine allucinatoria delle accusate,
oggi si ipotizza anche la possibilità di un rapporto rituale molto
preciso tra le presunte donne di Satana.
A diversi livelli si pensava che le donne partecipassero ad una sorta
di cavalcata notturna, in compagnia di Diana, con frequenza associata
alla Luna e alla morte e spesso identificata con Ecate, la dea dell'universo
occulto e della magia.
L'accostamento Hera/Diana, la creazione di Herodiana e la sua ulteriore
trasformazione in Erodiade, sono un interessante documento della mutazione
etimologica di una figura sostanzialmente caratterizzata da tratti comuni
e diventata, dopo la sua demonizzazione in epoca storica, sinonimo di
divinità notturna, elemento catalizzatore dei rituali pagani sopravvissuti
e sprofondati nel demoniaco.
In effetti già il Tartarotti osservava: "il moderno Congresso
notturno delle streghe, altro non è che un riporto della Lilith
degli Ebrei, delle Lamie e delle Gellone de' Greci, delle Strigi, Saghe
o Volatiche de'Latini, e della brigata notturna, che colla scorta di Diana
o d'Erodiade si supponeva una volta per tutta Europa andasse in giro la
notte" (Del congresso notturno delle lamie, Rovereto 1749).
Nella sostanza, la tradizione che vuole Lilith lanciata di corsa nella
notte profonda, alla ricerca di possibili vittime, rivela chiare connessioni
con le varie pratiche diaboliche attribuite alle streghe, specificatamente
in quelle sorte intorno al mito del corteo di Diana.
Inoltre, il motivo ricorrente del rapimento di bambini, al fine di nutrirsi
del loro sangue, ha fatto di Lilith e delle figure da essa derivate, una
sorta di archetipo del vampirismo, ulteriormente demonizzabile in quanto
colpevole di uno dei delitti più terribili: l'infanticidio.
Si credeva che, con i corpi delle loro vittime, le streghe preparassero
grasso e unguenti per le loro pratiche magiche. Ma i bambini non solo
erano rapiti alle legittime madri, o i loro corpi riesumati dai cimiteri,
spesso erano gli stessi figli delle streghe a essere oggetto delle orrende
pratiche, come si evince da questa testimonianza di Paolo di Chartres:
"esse andavano insieme di notte, ciascuna portando un lume. I demoni
erano invocati con formule particolari, e apparivano sotto l'aspetto di
animali. Dopodiché le luci venivano spente, e seguivbano fornicazione
e incesto. I bambini nati a seguito di ciò venivano arsi e le loro
ceneri custodite gelosamente come una sacra reliquia. Queste ceneri possedevano
un tale diabolico potere che chiunque toccasse anche la più piccola
parte di esse era irrevocabilmente legato alla setta".
Il legame di Lilith con la notte ha determinato il collegamento di questo
demone dell'oscurità con la simbologia astrale; indicando un misterioso
asteroide (la Luna Nera) rotante intorno alla terra con un ciclo di 177
giorni, ma invisibile in quanto vicino al cono d'ombra presente tra la
terra e il sole.
Questa connessione è molto antica, pare fosse già nota agli
astrologi egizi, che la chiamarono Nephtys. Nel medioevo divenne la Luna
infernale e si riteneva che avesse un influsso negativo sugli uomini inducendoli
al male, e du anche collegata alla streoneira. Questo asteroide trasmetteva
con maggiore vigore le proprie radiazioni sulla terra, le adepte di Satana
si sarebbero incontrate per celebrare il sabba.
Mentre "il Lilu babilonese è menzionato come una sorta di
demone maschile senza una funzione precisa, Lilith appare come un demone
femminile con viso di donna, lunghi capelli e ali. Un uomo che dorme solo
in casa può essere afferrato da Lilith, mentre il demone Hormiz
od Ormuzd è menzionato come uno dei suoi figli. Non hanno fondamento
i commenti più tardi che identificano Lilith con il demone Agrath,
figlia di Mahalath, che si aggira di notte con 180.000 angeli perniciosi,
tuttavia, un demone femminile che si dice conosciuto con decine di migliaia
di nomi e che si aggira nel mondo la notte, visitando le partorienti e
cercando di strangolare i neonati, è menzionato nel testamento
di Salomone, un'opera greca del III Secolo. Sebbene conservata in una
versione cristiana, l'opera è certamente basata sulla magia giudeo-ellenistica.
Qui il demone femminile è chiamato Obizoth; e vi si narra che uno
dei nomi mistici dell'angelo Raphael iscritto su un amuleto le impedisce
di fare del male" (G. Scholem, 1992).
Nascita e morte del vampiro
Il
vampiro è un essere intorno al quale esiste una ricca mitologia,
in particolare per quanto riguarda il suo operato e i modi per individuarlo
e distruggerlo. Si fanno però immediatamente più ambigue
da identificare le cause che possono condurre alla sua formazione, in
particolare all'interno della tradizione folclorica che ha alimentato
il mito del "non-morto".
Andrebbe, in principio, tracciata una nitida dicotomia tra la superstizione
pagana sui fantasmi che, come già sottolineato in precedenza, può
essere considerata lo zoccolo sul quale si sono formate le varie mitologie
sul vampirismo, e le categorie attivate dalla demonizzazione cristiana
nei confronti di quelle tradizioni precristiane interpretabili come esperienza
magico-occultistica. In realtà questa dicotomia non è facilmente
tracciabile, poiché nell'individuare le cause che possono condurre
un morto a essera un vampiro si mescolano elementi del folclore ad altri
cristiani.
Dalle fonti sistematiche più antiche, medievali, si evince che
le cause potevano essere ricercate nella morte violenta o per annegamento;
ma anche i nati morti potevano divenire dei piccoli e terribili revanant.
Chi era stato ucciso da ignoti era un potenziale vampiro, destinato a
vagare alla ricerca di vendetta; la scia di orrore seminata da questo
non-morto poteva coinvolgere i parenti stretti, colpevoli di non essersi
impegnati a sufficienza per punire i colpevoli.
Anche chi aveva avuto contatti stretti (in particolare sessuali) con animali,
era destinato a trasformarsi in vampiro; però in qualche caso era
sufficiente che un animale caratterizzato da un forte simbolismo negativo,
gatto o corvo in particolare, si fermasse su una tomba recente per attivare
la trasformazione di un normale cadavere in un non morto.
La nascita con la camicia amniotica, o con alcuni denti, oppure nel giorno
di Natale, erano segni molto chiari che indicavano la drammatica sorte
che sarebbe toccata al neonato quando, un giorno, sarebbe sceso nella
tomba.
La presenza di alcune particolarità fisiche, come il labbro leporino,
voglie sul corpo, malformazioni e altre particolarità destinate
a trasformarsi in segni di alterità, erano le "prove"
dell'anormalità di un soggetto e quindi inconfutabili indicatori
del suo probabile vampirismo.
La trasgerssione delle leggi degli uomini e di Dio poteva determinare
un futuro di vampiro: crimini puniti dalla giustizia laica (furti sacrileghi,
omicidio, magia), e altri invece tipici dell'etica cristiana (suicidio),
erano considerati indicatori destinati a segnare per sempre il colpevole,
confermando così la sua futura trasformazione dopo la morte in
revanant.
La conferma giungeva quando si scopriva che il cadavere del presunto vampiro
presentava un aspetto non completamente ascrivibile allo status del defunto,
il che era "oggettiva" prova della sua appartenenza all'oscuro
universo dei "non-morti".Tale situazione indusse molti a chiedersi
come discernere, davanti a un cadavere non decomposto, vista la complessità
dei disegni divini, tra vampirismo e santità. La Chiesa pose in
rilievo che "i corpi incorrotti dei santi potevano essere riconosciuti
dall'odore fragrante che emanavano e dalla purezza della loro carnagione,
mentre la carne dei dannati diventava nera, gonfia e mefitica. In realtà
questa distinzione rimase su basi puramente ipotetiche, poiché
quando furono esaminate le salme di noti scomunicati esse non furono trovate
né gonfie, né mefitiche e neanche nere, ma invariabilmente
putrefatte. Questo dato a sua volta convalidava la nuova spiegazione teologica
secondo la quale questi cadaveri erano già dannati all'inferno
senza nessuna possibilità di assoluzione per l'anima" (C.
Leatherdale, 1989).
Come abbiamo più volte sottolineato, quando si tratta un argomento
come il vampiro, tenendo conto delle fonti che ne contrassegnano l'immagine,
il riferimento alle tradizioni dell'Europa dell'Est appare scontato, confermato
da un vasto background folclorico.
In effetti, la paura del ritorno dei morti e le pratiche attuate per impedire
questa incursione sono presenti anche in aree apparentemente insospettabili.
Informazioni precise sull'argomento provengono da fonti precise, come
i documenti sinodali: autentica memoria di superstizioni bollate dalla
Chiesa cattolica come espressioni demoniache.
Relativamente al tema qui affrontato, abbiamo una singolare testimonianza
proveniente dal Sinodo di Treviso del 1581 in cui, tra l'altro, si denunciava
la tradizione di seppellire proni i cadaveri, per il timore che i defunti
potessero uscire dalle tombe e trascinare con loro i parenti. Sempre a
Treviso, il parroco aveva il compito di delimitare uno spazio simbolico
intorno alla tomba appena scavata, mentre i fedeli recitavano le preghiere
ad libitum.
Dalla fonte apprendiamo inoltre che per abitudine i corpi non venivano
posti in casse di legno, ma in fosese e poi coperti con un panno; quindi
il prete aveva il compito di gettare la prima manciata di terra sul cadavere
e fare il segno di croce con la pala o il piccone.
Chi ne aveva l'opportunità poneva un'ostia consacrata nella bocca
del defunto, per evitare che il diavolo si impossessasse di quel corpo
e lo facesse vagare assetato di vendetta. Questa pratica era fortemente
condizionata dalla Chiesa, come lo era quella di porre sotto la testa
del defunto un pezzo di terra proveniente dal sagrato di una chiesa.
Un altro sinodo di Treviso, del 1601, condannava la pratica di estrarre
la croce dal proprio supporto e porla momentaneamente sopra il cadavere.
Per allontanare il potere nefasto dei vampiri la tradizione popolare proponeva
molteplici metodi, alcuni molto fantasiosi e suggestivi, alimentati soprattutto
dalla superstizione. Sarà durante le "epidemie di vampirismo"
del XVIII secolo che questi metodi acquisteranno sempre maggiore affermazione,
diffondendo la loro eco ben oltre i confini dei paesi caratteristici in
cui il vampirismo era parte integrante della cultura autoctona.
In genere si pensava che un valido espediente consistesse nel seppellire
più profondamente il cadavere, oppure a faccia in giù; inoltre
era anche d'uso collocare "barriere" che ostavolavano il ritorno
del morto; queste barriere erano costituite da spine posto intorno alla
bara; si usava anche scavare una fossa in un'area che fosse isolata, dal
centro abitato, da un corso d'acqua.
Un buon sistema era costituito anche dall'uso di aglio: questa pianta,
come è noto, possiede numerose proprietà terapeutiche e
il suo odore pungente avrebbe la forza di allontanare gli spiriti maligni.
Per arrestare il nefasto potere dei vampiri erano inoltre consigliate
anche pratiche connesse al mondo della religione che andavano dalla quotidiana
partecipazione alla messa, da parte dei parenti del defunto, all'uso di
pratiche apotropaiche in cui croce, acqua benedetta e incenso occupavano
un forte ruolo simbolico.
Per verificare se il cadavere fosse un vampiro, il corpo veniva disseppellito
di frequente; se il sospetto era già forte al momento della sepoltura,
al corpo senza vita venivano spezzate delle ossa, o addirittura si provvedeva
a inchiodarlo direttamente nella cassa. Come noto, un espediente molto
diffuso consisteva nel trafiggere il cuore del morto con un paletto di
legno.
Le numerose pratiche per proteggersi dal ritorno dei morti potrebbero
anche essere considerate come un modo per consentire all'anima di realizzare
il proprio iter iniziatico e quindi concluderlo senza produrre danni ai
vivi, chiudendo così il ciclo esistenziale dell'essere. Ma quando
tutto ciò si dimostrava vano, allora entravano in gioco sistemi
atti ad eliminare il non morto, perchè quell'anima sofferente e
pericolosa fosse definitivamente consegnata alle tenebre attraverso riti
purificanti.
La prima operazione consisteva nell'identificazione della tomba del vampiro.
Quando mancavano elementi precisi - ad esempio riconoscimento del defunto
da parte di testimoni che l'avevano visto aggirarsi di notte nell'abitato
- si ricorreva ad alcuni animali domestici che, secondo il folclore romeno,
si rifiutavano di passare sulla tomba di un vampiro. Il corpo esumato
era quindi distrutto e poi bruciato: solo così quell'essere inquieto
sarebbe per sempre rimasto nel mondo dei morti.
Da queste tradizioni abbiamo modo di constatare che il vampiro, pur avendo
alcune prerogative del fantasma, non è "un fantasma ma un
vero e proprio corpo non decomposto, che si conserva mediante il sangue
dei viventi (...) provava sentimenti che erano esattamente l'opposto di
quelli terreni per cui si scagliava innanzitutto contro i parenti più
prossimi" (C. Corradi Musi, 1995).
Per sopravvivere aveva bisogno di sangue, essenza di vita fisica, ma anche
metafisica, poiché "veicolo dell'anima", attraverso il
quale l'uomo trasmette il proprio essere: fatto ben noto nella cultura
rituale già nell'antichità, molto prima delle conoscenze
della genetica moderna.
IL
VOLTO OSCURO DELLA PAURA
Il
vampirismo presenta molteplici sfaccettature, suggerendo diverse e complesse
occasioni di analisi: la chiave psicoanalitica si pone come uno strumento
senza dubbio ricco di opportunità per una valutazione di questo
mito alquanto articolato.
Il primo aspetto a essere postoin evidenza riguarda la componente sessuale
caratterizzante numerose vicende vampiresche, il che ha determinato un'ulteriore
problemizzazione dell'effettiva dimensione dei fatti.
Ad esempio, la lettura psicoanalitica del vampirismo tende a evidenziare
la matrice sessuale del morso: il lungo canino come fallo, il foro nel
corpo delle vittime celato come un peccato, l'atto vampiresco come coito,
il morso ripetuto trasforma la vittima in vampiro (procreazione), sono
motivi tipici di una tradizione simbolica da tempo dibattuta da chi studia
i meccanismi della mente umana.
"Le anime dei morti hanno sete di ogni esuberanza biologica, di ogni
eccessoorganico, perchè questo traboccare della vita compensa la
povertà della loro sostanza e ci proietta in una impetuosa corrente
di virtualità e di germe" (M. Eliade, 1976).
L'insaziabile "sete di vita" del vampiro non fa altro che evidenziare
lo stauts di spettro caratteristico di queste creature senza pace, alla
ricerca di una possibilità per riacquistare il primitivo stato
vivente. Pertanto nella loro condizione, che comunque è accomunabile
a quella dello spettro, i vampiri non hanno un'immagine e sono destinati
a scomparire prima del sorgere delle luci dell'alba: energia distruttrice
per le forze del male.
Secondo Freud i vampiri pongono nitidamente in rilievo il loro simbolismo
di morte attraverso la nitida visualizzazione delle pulsioni omicide che
li contrassegna; inoltre, nell'ottica psicoanalitica, anche queste figure
entrano a far parte di quel complesso meccanismo definito "autorimprovero
ossessivo", determinato dalla morte di un parente di cui i vivi si
sentono in qualche modo colpevoli.
E continuando a servirci del metro della razionalità, dobbiamo
anche constatare che il "successo" della figura del vampiro
non è indenne da alcuni elementi simbolici fortemente attivi nell'immaginario
collettivo. La morte, il sangue e la tenebra costituiscono una miscela
colma di mistero che rappresenta un "polo di attenzione" fin
troppo ricorrente e diffuso. Il tutto non può non suscitare in
noi una certa inquietudine e nello stesso tempo far riaffiorare alla mente
gli emblematici versetti del Vangelo di Giovanni: "gli uomini preferiscono
le tenebre alla luce" (3,19).
Verità antica che l'immortalità del mito del vampiro conferma,
mantenendo inalterata nel tempo la propria effige di "non morto",
ritornato sulla terra per placare l'insaziabile sete di vita.
Abbiamo visto che Sant'Agostino indicava nei demoni incubi (tra i quali
andrebbero posti i vampiri) essere mandati al diavolo per tentare uomini
e donne: questa visione mitica si basava sull'antica credenza relativa
alla possibilità concreta dei rapporti sessuali tra esseri soprannaturali
e comuni mortali. Tale concezione era alimentata dall'atavica credenza
che vi fosse una vita attiva anche dopo la morte e destinata a realizzarsi
a spese dei vivi.
Non è complicato individuare le radici psicologiche di queste idee:
il rapporto tra le immagini di libido e di paura generata da esse è
abbastanza evidente, secondo una traiettoria che si connette al complesso
congiungimento tra Eros e Thànatos. Le visioni erotiche si amalgamano
a quelle dell'incubo, in cui il piacere e il terrore si contendono il
campo dominato dell'inquietante figura del vampiro.
Sia l'incubo che il vampiro appartengono al dominio della notte, a cui
si collegano "l'angoscia, il deperimento, che sono anche la rappresentazione
dell'antica tentazione di prefigurarsi l'aldilà della morte. Ma
la credenza nei vampiri si fonda sull'antica tentazione dell'uomo di evocare
l'aldilà della morte. In un certo senso, il vampiro rappresenta
ancora la rivolta di Satana, il suo rifiuto della legge ineluttabile della
morte" (M. Meslin, 1989).
Sesso e morte: la libido conduce, secondo l'interpretazione mitica del
vampirismo, alla perdita della vita, alla consumazione delle forze interiori
e fisiche, quindi porta al totale appiattimento dell'io.
Emblematico è uno dei casi riportati da Dom Calmet nella sua Dissertazione
sopra le appraizioni de' spiriti e sopra i vampiri o reddivivi di Ungheria,
di Moravia e Slesia (1746): "Giunti sul luogo, si trovò
che nello spazio di quindici giorno il vampiro, zio di cinque tra nipoti
maschi e femmine, già ne aveva privati della vita tre più
uno dei suoi fratelli. Aveva già succhiato due volte la nipote,
una bella fanciulla, quando si mise fine alla tragedia. La fanciulla si
trovava in un tremendo stato di languore, di debolezza, di sfinimento,
tanto violento era il tormento. Erano circa tre anni che il vampiro era
sottoterra e si vedeva sulla sua tomba una luce come di lampada, ma meno
viva. Si aprì il sepolcro e vi trovammo un uomo integro, all'apparenza
più in buona salute di noi presenti (...) Poi ne trapassammo il
cuore con una punta di ferro rotonda e aguzza. Ne fuoriuscì materia
biancastra e fluida, con del sangue. Dopodiché gli staccammo la
testa dal busto con un'ascia simile a quella usata in Inghilterra per
le esecuzioni e lo rigettammo nella fossa con molta calce viva per consumarlo
più prontamente. E da allora la nipote stette meglio, anche se
aveva la macchia bluastra delle persone succhiate, che è un fatto
notorio, attestato da documenti autentici fatti leggere a mille e trecento
persone, tutte degne di fede".
Si tenga anche conto che esiste una letteratura sulla complicità
tra il vampiro e le sue vittime, ritenute tali anche in ragione di aspetti
esclusivamente simbolici. Si tratta di una tradizione che assimila il
morso al bacio e il sangue all'anima da bere direttamente dalle labbra
dell'amante. Da questo punto di vista il vampiro, in particolare quello
che scaturisce dalla tradizione letteraria, può essere posto a
livello di immaginario come un modello della seduzione. E' indicativo
che il Kamasutra, il trattato indiano sull'arte sessuale (500 d.C.), ponga
il morso tra le pratiche amatorie; descritto con attenzione per gli aspetti
poetici, secondo l'impostazione tipica di questo noto libro. Il segno
lasciato dai denti sulla pelle è indicato come "fila di gemme",
"corallo e gioielli" è invece il nome del segno prodotto
dalla pressione delle labbra, mentre "nuvola infranta" corrisponde
a una forma simile alla mezzaluna. Vi è poi tutta una serie di
variazioni e di cure per il modo in cui i denti si pongono sulla pelle:
ciò fa del morso, secondo l'interpretazione del Kamasutra, un'esperienza
erotica raffinata, con ricadute importanti a livello simbolico nell'umana
psiche.
Il simbolismo dei denti
Quanto
detto fino a questo punto intorno al morso ci induce a una breve riflessione
sul ruolo simbolico dei denti, "arma" tipica del vampiro, ma
oggetto colmo di rimandi nella cultura, anche al di fuori della sfera
del vampirismo.
Evidentemente le chiavi di lettura per cercare di penetrare l'universo
simbolico del dente sono numerose e conducono verso interpretazioni diversificate
che però, come vedremo, presentano livelli culturali certamente
non privi di fascino e ricchi di stimolanti occasioni di approfondimento.
Non siamo in grado di stabilire quale fu all'alba dei tempi l'atteggiamento
dell'uomo nei confronti dei denti; però, quando ancora certe parti
del corpo erano considerate in relazione con il soprannaturale, certamente
vi doveva essere uno strano rapporto con queste armi naturali, che più
di ogni altra parte anatomica accomunavano l'essere evoluto dell'animale.
La presenza di collane realizzate con zanne e rinvenute nelle tombe del
Paleolitico lascerebbe presupporre l'esistenza di una sorta di sacralizzazione
dei denti, il cui forte potere distruttivo, nella coscienza preistorica,
era per così dire rimasto all'interno di un incisivo strappato
a una vittima feroce.
Osservando gli atteggiamenti rituali che la cultura ha creato intorno
ai denti, notiamo sostanzialmente tre espressioni simboliche ben definite:
a) i denti personali venivano considerati provvisti di una loro energia vitale, quasi di immortalità, e di conseguenza non erano dispersi;
b) i denti di altri (uomini o animali) erano usati per il loro contenuto (forza, potere, legame con la divinità), quindi una sorta di naturale evoluzione del punto a);
c) funzione iniziatica.
Il
punto a) presenta caratteristiche che sono piuttosto note e hanno mantenuto
una loro solidità nel tempo, risultando ancora oggi presenti, se
pur con atteggiamenti diversi, nella nostra cultura occidentale. Ci riferiamo
a quella sorta di tabù che consiglia di non buttare mai via i denti.
In molte culture questa regola ha assunto una valenza quasi religiosa,
al punto che denti, unghi e capelli erano sempre conservati in buche o
anfratti, per fare in modo che il legittimo possessore, quando fosse morto,
potesse recuperarli.
Nell'ampia documentazione raccolta da Frazer troviamo numerose testimonianze
relative ai denti: in genere si tratta di credenze sorte sull'atavica
paura che esseri negativi e forze malvagie possano colpire la propria
vittima agendo su una parte del suo corpo o su una sua effigie.
L'origine è da ricercare nel nucleo della cosiddetta magia simpatica,
uno tra gli esempio più tipici posti alla base delle credenze primitive.
"Tra i Murring e altre tribù del nuovo Galles del Sud, il
dente estratto era prima custodito da uno dei vecchi e poi passato da
un capo all'altro, affinchè aveva fatto il giro della comunità,
poi tornava al padre del ragazzo e infine al ragazzo stesso (...) i Basuto
nascondono con grande cura i loro denti strappati affinchè non
cadano nelle mani di certi esseri nemici che si aggirano tra le tombe
e che potrebbero nuocere con malefizi al possessore del dente (...) nel
Sussex una cinquantina di anni fa una serva protestava violentemente contro
l'uso di gettare via i denti caduti dei bambini, affermando che se fossero
stati trovati e rosicchiati da qualche animale il nuovo dente del bambino
sarebbe stato assolutamente come i denti dell'animale che aveva morso
l'antico" (J.G. Frazer, 1973).
Da queste poche indicazioni fornite dal Frazer si comprende la vastità
dell'argomentazione, soprattutto si percepisce quanto siano marcate certe
credenze.
Prendiamo, ad esempio, il caso della tradizione insegnata ai bambini di
nascondere sotto un bicchiere il dente da latte appena caduto, perchè
il topino o il ragnetto, durante la notte, lo preleveranno lasciando al
suo posto un piccolo dono.
Al di là del valore ludico rivestito da questa forma popolare di
mitologia regalata oggi al solo livello infantile (ma come abbiamo visto
con espressioni ben più adulte nelle culture primitive), esiste
comunque una memoria rituale più antica, che affonda le proprie
radici ancora nella magia.
In molte culture si credeva che la caduta dei denti fosse una forma di
punizione divina, inflitta a quanti avevano infranto il tabù che
vietava a chi aveva sepolto un morto di toccare il cibo con le mani. Nell'Africa
occidentale i denti di un capo morto erano considerati un potente talismano
contro le piogge, mentre per alcune popolazioni dell'Oceania i denti degli
antenati erano parte dei culti solari.
Anche la crescita di un dente, secondo il punto in cui si formava, era
un'occasione per formulare pronostici. Non parliamo poi dei casi di bambini
nati con alcuni denti, che come per quelli venuti al mondo con la camicia
amniotica e i settimini, erano immediatamenet indicati come creature diverse
dalle altre, sotto certi aspetti in rapporto con il soprannaturale. Per
quanto riguarda invece la diffusa abitudine di attribuire poteri soprannaturali
ai denti di alcune creature, animali in particolare, osserviamo che questa
credenza risulta ampiamente presente in numerose culture: ne sono conferma,
ad esempio, la nota collana di denti di lupo o di orso, la semina dei
denti di drago; nel folclore abbiamo tracce concrete della conservazione
di questa tradizione nella farmacopea della medicina empirica.
La polvere di dente di lupo era un ottimo energetico, mentre i fung-lung-scih
(bianchi e grossi denti di drago) abilmente trattati dai farmacisti cinesi,
secondo alcune ricette millenarie, erano un ottimo afrodisiaco.
Anche a livello di cura del mal di denti erano adottati sistemi empirici,
che andavano da strane forme terapeutiche effettuate applicando radici
di asparagi sul dente dolente, fino a rituali certamente intrisi di paganesimo,
come quello che consigliava di inchiodare un ciuffo di capelli e delle
unghie sulla porta di casa di chi era in preda al dolore.
Sul piano iniziatico, i denti erano spesso parte integrante dei riti puberali:
fra le tribù dell'Australia era pratica assai comune di strappare
uno o più denti incisivi a un ragazzo, in quelle cerimonie di iniziazione
a cui ogni membro maschio doveva sottomettersi prima di poter godere tutti
i diritti e i privilegi di un uomo adulto.
Con l'avulsione di un dente il giovane poteva risalire l'iter iniziatico
acquisendo nuove forse per poter accedere a un livello nuovo: evidentemenet
simbolo che il novizio è rinato a una nuova vita, è ritornato
(privo di denti) per intraprendere un'altra esistenza.
Nella nostra cultura razionalista i denti hanno perduto il loro significato
rituale diretto, e sono considerati canali privilegiati di comunicazione
simbolica, in particolare quando riaffiorano nel sogno. Infatti sognare
i denti è sempre un cattivo auspicio, e perderli, nel dedalo onirico,
corrisponde all'annuncio di morte di un familiare. Secondo la psicanalisi
invece questo sogno corrisponde alla paura della castrazione.
Sul piano esoterico "i denti costituiscono le fortificazioni e la
difesa dell'uomo interiore, sia nel suo aspetto di energia materiale,
sia in quello spirituale. Da cui deriva il simbolismo negativo della caduta
dei denti o della loro rottura" (J.E. Cirlot, 1985).
Per il vampiro suggere il sangue della propria vittima è una necessità
per continuare a mantenere la sua posizione nell'universo del male. La
sua ricerca di eternità si racchiude nel costante tentativo di
penetrare con i canini molto sviluppati il collo delle giovani vittime,
portatrici dell'Ambrosia in cui è deposta la quintessenza dell'eternità.
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