Da "Il vampirismo" di Massimo Centini

VAMPIRISMO: UN MITO ETERNO

Il vampirismo appartiene a quell'universo mitico in cui le paure ataviche dell'uomo, da sempre, si attanagliano trovando forma, acquisendo un volto, determinando una ragione di esistenza anche alle creature improbabili.
Come abbiamo già posto in rilievo, il vampiro ha effettivamente conosciuto l'immortalità: ma ad abbattere le barriere del tampo è stato soprattutto il suo mito, giunto fino a noi attraverso il supporto della letteratura e quindi del cinema.
Bram Stoker, con il suo romanzo, Bela Lugosi con la sua recitazione in cui la finzione si confondeva con la realtà, sono stati due tasselli, se pur importantissimi, della storia di questa figura che in tempi recenti è uscita dal ristretto perimetro del leggendario per essere oggetto di attenzione da parte di studiosi accreditati e divenire oggetto di tesi e di corsi universitari.
Ciò significa che il vampirismo è argomento capace di comunicarci molte informazioni sui nostri atteggiamenti nei confronti della vita e della morte, in cui gli aspetti psicologici e antropologici sembrano essere preminenti rispetto a quelli religiosi.
Resta comunque il fatto fondamentale che la tradizione sul vampiro e in gran parte il genere horror sono effettivamente ricchi di significati destinati a ricondurre nell'ambito della religione. Nel gusto "gotico" vi sono numerosi elementi che provengono dalla tradizione religiosa, in tutte le sue forme; ciò forse dona al dettato narrativo toni che possono rimandarci con maggiore forza all'universo del soprannaturale, accreditando così anche gli esseri impossibili.

Il ritorno delle Ombre

Il vampiro "non morto", creatura della notte, condivide alcune caratteristiche con i fantasmi, così come sono descritti nella tradizione occidentale. Tra queste caratteristiche comuni possono essere indicate: la notte come momento deputato in cui appaiono tra i vivi; il ritorno nei luoghi dove ebbero esperienze e spesso subirono torti; il tentativo di coinvolgere i vivi trascinandoli nel mondo delle ombre.
Per riuscire a definire con la dovuta razionalità il vampirismo, è indispensabile soffermarsi, per una doverosa riflessione, sulla figura del fantasma, creatura antichissima, da sempre accanto all'uomo e protagonista dei suoi incubi.
Anello di congiunzione tra due monti, lo spettro ha visto comunque variare, anche notevolmente, la propria primitiva immagine, fino a perdere quell'aura sacrale dell'origine, scivolando così nel gorgo della citazione, anche grottesca, della letteratura romantica, affermandosi nella tradizione popolare con caratteristiche differenti nelle singole culture.
Al di là delle tante prerogative attribuite al fantasma, la sua figura è in fondo una sorta di maschera dell'immortalità, una presenza quasi necessaria per dare una certezza laica a quelle istanze che sorgono spontanee quando l'uomo cerca di connotare con toni antropocentrici il regno dell'ombra.
I temi del doppio, del ritornato, dell'antenato, si amalgamano nella figura dello spettro, dando così una fisionomia molteplice a quell'essere, ora benevolo ora terribile, che dal mondo dei morti riesce a penetrare in quello dei vivi, trascinando il proprio bagaglio di inquietudini e di misteri.
Dalla religione, gli spiriti dei defunti si sono infiltrati nel dedalo simbolico dello spazio naturale, precipitando poi nel magmatico universo del folclore, in cui sono diventati protagonisti di leggende e tradizioni, di fiabe e di credenze destinate a sopportare, con parvenza sacrale, le infrastrutture del nostro immaginario.
La morte è un passaggio inevitabile nella vita dell'uomo: la sepoltura, accanto a tutta una serie di pratiche rituali e di credenze, risulta un segno tangibile del nostro atteggiamento davanti a un mistero ancora oggi alla ricerca di spiegazioni razionali, ma che di fatto ci lascia sempre avvolti da una notevole dose di angoscia.
Dalle antiche popolazioni irlandesi, ai più remoti gruppi del sud del pacifico, dai nativi d'America al magnifico universo etnico dell'Africa, il mistero della morte è al centro di pratiche molto complesse ed articolate, destinate, nella loro forte struttura simbolic, a "dare un senso" alla fine della vita.
Tutte le culture hanno cercato di "spiegare" la morte, di afferrarne il significato: un significato raggiunto con l'ausilio della religione, che ha cercato di indicarlo anche come effetto di un errore umano del principio dei tempi, destinato a confermare l'imperfezione dell'essere fatto a immagine del proprio dio.
La ricerca di quel prolungamento della vita per un periodo indefinito ma non necessariamente eterno, a ben guardare è uno dei motivi dominanti dell'atteggiamento umano nei confronti dei morti. L'apparente paradosso tra quanto "è" e quanto "non è più", in effetti sembrerebbe voler abbattere un naturale equilibrio biologico, che automaticamente sposta le nostre istanze da un piano antropologico a uno cosmico, imponderabile per il comune mortale.
Di fatti quindi, pur nella specificità dei singoli rapporti tra i vivi e i morti e nel variegato complesso simbolico che cerca di definire una configurazione semantica dei diversi ruoli e dei tanti riti, domina la volontà di attestare la nullità della morte, connettendola a uno stadio comunque non definito.
Tutto pare strutturato in modo tale da confermare la sopravvivenza che conduce a forme diverse destinate a diventare emblema di esseri in grado di "ritornare", di "vivere" oltre i vincoli dell'umano, confermando, in un certo senso, le priorità della presunzione di superiorità insita nella nostra specie.
Il fantasma, pur nella complessità dei suoi ruoli, così diversi dai dogmatismi dei padri della chiesa alle irrazionalità del folclore, assolve una funzione sociale importante, proponendo continui interrogativi sul ruolo della metafisica nell'umana esperienza. Infatti il dramma personale della morte, che strappa un soggetto a un gruppo comunque ristretto, attraverso l'apparizione dello spettro, viene trasferito su un piano collettivo, rendendo tutti partecipi di un'esperienza destinata ad appianare le differenze.
Ma il fantasma si sottrae alla razionalità, sfugge ad ogni sistema di misuram rifugiandosi nel mito attraverso il popollente fornitogli dal nostro immaginario.
Se osserviamo la grande quantità di materiali raccolti dagli etnografi e dagli storici, ci rendiamo conto che un'analisi antropologica dello spettro deve trarre le proprie prerogative dialettiche da un patrimonio costituito nella prevalenza dei casi da leggende, superstizioni, schemi mitologici ricorrenti in cui il fantasma può essere tutto o niente. Nella costante ricerca di una collocazione, questa figura risulta in sospensione tra la benevolenza tipica dell'antenato e la malvagia volontà distruttiva del demonio, in cui di fatto si riflettono memorie collettive e angosce personali.
L'idea che dopo la morte lo spirito di un defunto possa ritornare tra i vivi sotto forma di fantasma, è affermata sia nelle culture "primitive" che in quelle civilizzate e industriali. Nelle prime questa misteriosa figura può assumere aspetti molto diversi, anche mostruosi e grotteschi, amalgamandosi con il ricco pantheon delle religioni animistiche; nelle seconde rientra in una dimensione metafisica molto precisa, il suo aspetto risulta prevalentemente antropomorfo e le sue apparizioni sono sempre qualcosa di straordinario.
In continuo contrasto tra le reviviscenze spiritiche e il positivismo più razionale, il tema del fantasma non ha perduto la propria solidità anche nella cultura occidentale, assumendosi l'atavico compito di creare un possibile dialogo con l'aldilà.
Il fantasma è in qualche modo un surrogato di immortalità e, con la propria apparizione, aiuta l'uomo a non perdere di vista la caducità delle cose terrene, imponendogli continuamente di riflettere sul proprio essere e sui fini dell'esistenza terrena.
Secondo la moderna psicanalisi, il ruolo dello spirito non sarebbe così "pedagogico", ma si configurerebbe all'interno di una sorta di malessere psichico determinato da un rapporto falsato con l'ambiente.
In questo senso "gli spiriti sono complessi dell'inconscio collettivo che perde l'adattamento alla realtà, oppure cercano di sostituire l'atteggiamento inadeguato di tutto un popolo con un nuovo modo di pensare. Quindi sono fantasie patologiche oppure idee nuove ancora sconosciute" (C.G. Jung, 1971).
Secondo questa ipotesi, alla morte di un individuo i sentimenti di quanti gli erano legati si calano nell'inconscio, pesando sulla coscienza. Anche per questa motivazione, il carattere del morto può degenerare in numerose superstizioni con la prerogativa di demonizzare lo spirito, gravando così sui vivi, che in questo modo esercitano una forma di autoespiazione.
Nelle culture etrnologiche, in cui la natura emozionale del fenomeno religioso è più forte, il rapporto con gli spettri rientra in un ambito di maggiore "normalità", appartiene in qualche modo al quotidiano, senza eccessivi orpelli soprannaturali: inoltre, i cosidetti popoli primitivi hanno spesso una visione escatologica individuale, in contrasto con quella collettiva dei gruppi civilizzati.
Lo spettro è l'espressione della periferia, l'abitante del luogo "altro", temibile per la sua geografia maledetta dove, di conseguenza, si può solo formare il territorio favorevole alla proliferazione della malvagità.
Nel vasto complesso simbolico del folclore, il mito antico del ritorno dei morti sotto forma di fantasmi con diverse specificitù è molto diffuso, e se da un certo punto di vista si afferma trovando il proprio fertile territorio nell'atavica paura della vendetta dei defunti, dall'altro è originato dall'insita necessità di credere in una possibile esistenza oltre la vita.
Osservando in generale i vari atteggiamenti nei confronti del ritorno dei morti, constatiamo che le culture hanno elaborato dei sistemi di incontro/scontro con i fantasmi, destinati a esorcizzare il concetto brutto di morte e fornendo sempre delle ipotesi di convivenza.
Lo spettro fa paura, ma non ci si può sottrarre alla sua presenz; questo essere appare indispensabile, di lui si avvertono gli umori e le istanze e se ne subisce il potere, da cui scaturisce la nostra sudditanza, creata dall'angoscia generata dal ritorno dei morti, che De Martino considerava "come rappresentazione ossessiva o come immagine allucinatoria".
Osservando in panoramica le tradizioni sull'apparizione dei fantasmi, possiamo constatare che spesso, come detto, prevale un profondo senso di sudditanza da parte dei vivi che, nel bene e nel male, devono subire la volontà del fantasma difendendosi, da un punto di vista laico, con pochi ed effimeri esorcismi. Invece, l'evocazione degli spettri è legata, nel nostro mondo, a figure considerate anomale per la società dei vivi: la negromanzia è una di queste anomalie e risulta dominio delle streghe o di quanti sono posti oltre i limiti della moralità generalmente acquisita.
Il vampiro invece ha bisogno di evocatori: il suo ritorno è garantito da uno status atavico, definito da regole che prescindono l'uomo, sono parte di un meccanismo di altro tipo, nel quale lo stadio della morte, in prima battuta, non c'entra nulla, poichè non è ancora stato definitivamente raggiunto.
In genere, l'apparizione e l'evocazione del fantasma presentano elementi simbolici e ricorrenti che possono essere così schematizzati:

a) il fantasma appare senza essere evocato:
1- fornisce indicazioni (ruolo positivo)
2- chiede suffragi, evidenzia infrazioni etc.
3- indica sventure (ruolo negativo);

b) il fantasma ritorna con l'intenzione di vendicarsi;

c) il fantasma appare in precisi periodi del calendario cristiano;

d) il fantasma di un personaggio storico ritorna nell'anniversario della morte nel luogo in cui è perito;

e) il fantasma di un santo appare nel luogo in cui è stato martirizzato, o nei pressi della chiesa dedicatogli, quando la comunità in cui è venerato si trova in difficoltà;

f) il fantasma è casualmente incontrato da un vivo:
1- vederlo è pericoloso
2- l'incontro può essere motivo di conoscenza;

g) il vivo accede a uno dei "luoghi" del fantasma e avviene l'incontro;

h) il vivo evoca il fantasma:
1- negromanzia
2- forme rituali popolari
3- forme drammatiche, pratiche folcloriche collettive.

Si noterà che nell'elencazione abbiamo volutamente indicato solo il fantasma, senza far riferimento al vampiro, ciò poiché, come già detto, tra le due creature vi sono differenze e ci pare sia più chiaro, per adesso, fornire una definizione precisa solo del ruolo culturale dello spettro.
Parlando espressamente del fantasma, constatiamo che una verifica incrociata attuata con incursioni in campo etnologico, pur con tutte le cautele metodologiche del caso, ci dimostra che in molte culture spesso sono adottati sistemi protettivi per carcare di "orientare" il morto verso l'aldilà e quindi escluderne il ritorno nel mondo dei vivi.
Sull'identificazione della pericolosità del cadavere giocano un ruolo fondamentale alcune particolarità dell'individio defunto: vittime di morte violenta, suicidi, sciamani, etc. saranno fantasmi quasi certi.
Nell'interpretazione psicoanalitica, il senso di colpa sarebbe l'artefice delle tradizioni dei fantasmi: questi esseri risultano riflessi inconsci dell'umana consapevolezza dei vivi di essere in torto, davanti al fenomeno bruto della morte dei propri simili.
Secondo Freud, gli "autorimproveri ossessivi" dei vivi, si esprimono patologicamente anche nell'ira del fantasma, che dà corpo simbolicamente alle pulsioni profonde del nevrotico.
Da questo atteggiamento, si evince chiaramente come, parafrasando Roheim, in fondo la cultura possa essere interpretata come nevrosi, poiché "la civiltà non è che un insieme di sistemi di difesa psichica contro l'angoscia".
E' interessante constatare che, in genere, i vivi sono costantemente travolti dall'eterna contraddizione che oppone la paura dello spettro al desiderio di evocarlo: questa improbabile dicotomia assume una forma più nitida nelle culture in cui i defunti possono essere richiamati in vita, simbolicamente combattuti e definitivamente allontanati.
La caducità delle cose terrene ha condotto l'uomo verso ostacoli sempre più alti che, forse paradossalmente, sono cresciuti in modo direttamente proporzionale alla nostra evoluzione. La morte, l'ultima e insormontabile frontiera che separa il fisico dal metafisico, il reale dall'immaginario, è certamente il mistero più grande per chi sa di essere figlio della terra ed espressione biologicamente vulnerabile di un disegno di cui cerchiamo disperatamente di conoscere l'impianto evolutivo.
Diretti verso punti focali che ci accomunano, percorriamo le linee prospettiche del nostro essere con l'incertezza del dopo, della dimensione ultima posta oltre quel racconto definitivo ogni giorno più vicino.
La psicoanalisi considera il presunto contatto con il fantasma anche come un fenomeno allucinatorio, un'illusione, o un'esperienza di carattere onirico. In pratica, si tratta di una percezione errata, con la conseguenza che quanto è percepito non corrisponde alla realtà oggettiva. Però, avvertono gli antropologi, vi sono condizionamenti intorno alle diverse tradizioni, che alternano e orientano il tipo di visione, "in altri termini la cultura fornisce il contenuto della visione o della apparizione, sostanziandone le forme aberranti di percezione" (A. Di Nola).
Su un piano eminentemente sociologico, le visioni del fantasma possono essere condizionanti o sollecitate da interessi interni alla società, determinati da motivazioni religiose e politiche.
La necessità tutta umana di conoscere prima che cosa sarà del dopo ha favorito l'affermazione di situazioni e figure impossibili che, dopo essere state prelevate dalla religione, sono state trasformate, ricostruite, anche distorte, fino a perdere la loro primitiva funzione. Lo spettro e il vampiro appartengono a queste figure. In continua sospensione tra l'angelico e il diabolico, ritenuti il tragico esempio degli errori terreni o i depositari dei segreti del tempo e della vita, fantasma e "non morto" attraversano costantemente l'esistenza dei vivi.

I tanti volti del vampiro

Davanti alle testimonianze fin qui riportate, ci rendiamo conto che il tema del vampirismo non può essere isolato totalmente dalla figura del fantasma e dalla paura del ritorno dei morti, pertanto la sua consistenza si relazione a credenze senza tempo e immortali. Di conseguenza il mito del vampiro risulta l'espressione chiara dell'atavico terrore per i "morti viventi".
La sua non è però un'immagine evocativa: infatti, come è ormai noto, si esprime sostanzialmente su due piani, che a loro volta possono produrre ulteriori suddivisioni.

Piano del folclore: il vampiro di tradizione slava, il cui aspetto non è standardizzato ma è indicato genericamente come "non morto", che ritorna tra i vivi assetato di sangue. Non sembrerebbe esprimere alcuna vitalità intellettuale, ma agisce seguendo impulsi non controllati dalla ragione.

Piano letterario: il vampiro del folclore ha alimentato la formazione del modello vampiresco "tipo Stoker" assorbendo via via ulteriori aspetti provenienti dalla letteratura e dal cinema. Questo modello ha in gran parte adattato l'originale figura del vampiro, quella del folclore, trasformandone profondamente l'aspetto e rendendolo maggiormente conforme al modello "borghese" romantico.

Oggi tutta la mitologia del vampirismo è contesa tra questi due piani, anche se fuori dall'area di origine prevale il secondo, poiché ormai parte integrante dell'immaginario collettivo e radicato come mito moderno, assolutamente privo di radici nella cultura occidentale. In area slava, al contrario, è il vampiro del folclore a essere considerato "l'unico vampiro possibile", il resto è indicato come frutto della fantasia di letterati e registi.
"Materia così stravagante, straordinaria e quasi oggetto remoto dall'uso ordinario delle cose" così nel 1739, il vescovo Giuseppe Davanzati stigmatizzava nella sua Dissertazione sopra i vampiri. Un'affermazione in armonia con gli ideale illuministi, forse poco ideonei per un religioso che come incipit del proprio studio scelse di parafrasare Cicerone: "E' inutile discutere di una cosa prima che s'indaghi con diligenza se esista".
Davanzati, con un velo d'ironia, si chiedeva: "Qual cosa più strepitosa e meravigliosa può dirsi di questa, di vedersi comprarire quasi ogni giorno in pubblico e privato uomini già morti? Praticare, conversare, mangiare e dormire i morti con i vivi? Vedersi pubblicamente aprire e spalancare sepolcri, vedersi cadaveri con occhi aperti come fossero vivi, rubicondi, vivaci e turgidi di sangue, troncarsi loro per mano di carnefice il capo, aprire con ferro e con lance il petto e trapassare loro il cuore, sentirsi al colpo urlare il cadavere e sgorgare dalla ferita un torrente di sangue, come attestano testimoni di fede e processi giuridicamente presi sul luogo".
Ciò che alimentava maggiormente l'interesse del vescovo era il desiderio di capire quale fosse l'origine del vampiro, al fine di stabilire "se tale meraviglia possa essere scritta ad opra soprannaturale, o sia divino, o ad opra preternaturale, o sia diabolico...".
Ma alla fine della sua descrizione, Davanzati, ancora con spirito illuminista, affermò che "l'apparizione de' vampiri è la nostra fantasia corrotta e depravata"; inoltre il fenomeno aveva un proprio humos nell'ignoranza: "dove si dice accadere queste apparizioni, vi è gente idiota, ignorante, dedita molto al vino...".
E così anche la fenomenologia rinvenibile sui cadaveri di presunti non morti (colorito sanguigno, occhi aperti, assenza di decomposizione, etc.) dovevano essere considerati "prodotti dei moti spontanei del cadavere...".
Di conseguenza, concludeva il prelato, "anche i dottori fisici sanno come un cadavere possa non solo gridare, fa un urlo, un gran rumore, ma anche articolare voce e proferire qualche parola ben distinta, quanto ancora sono vegeti gli spiriti vitali in esso".
Pare che in seguito l'ipotesi di Giuseppe Davanzati fu confermata osservando i cadaveri dei ghigliottinati, alcuni dei quali continuano a vivere anche dopo l'esecuzione. Ne diede notizia uno studioso parigino, Pierre Gautier, nel libro Può la testa di un decollato conservare per qualche istante della sue decollazione la facoltà di sentire? Anche il vampirismo poteva divenire oggetto di studio scientifico...

Il vampiro e le muse

Il mito del vampiro, e di Dracula in particolare, ha rappresentato un nucleo dalle espansioni praticamente infinite sia nel cinema che nella letteratura.
Elemento presente in numerose mitologie, in ogni parte del mondo, pur con alcune varianti assume da sempre alcune inquietanti caratteristiche: è un distinto signore dall'aspetto pallido e cadaverico, generalmente di nobile casata, vestito con un ampio mantello nero, che si nutre di sangue umano, possibilmente succhiato dal collo di giovani e avvenenti fanciulle, grazie ai canini insolitamente sviluppati. Teme la luce del sole, vive di notte, dorme in un bara, arretra davanti a simboli sacri e alle corone di aglio. La sua immagine non si riflette negli specchi e se viene sorpreso dalla luce del giorno si riduce in cenere; talvolta si muta in pipistrello. Si può sconfiggere definitivamente solo con un paletto di frassino conficcato nel cuore.
Vive soprattutto nel patrimonio leggendario dell'Europa centro-orientale, tanto che nel settecento la burocrazia asburgica doveva prendere atto di un gran numero di morti trafitti con i famosi paletti anti-vampiro, soprattutto nelle zone slave dell'impero.
Ovviamente la sensibilità romantica, soprattutto quella più ansiosa di dar forma alle ancestrali paure celate nell'animo umano, ha attinto a piene mani al tema del vampiro.
L'Inghilterra del 1816 vide la nascita del Frankenstein di Mary Shelley, che pur non essendo un autentico vampiro, è una creatura che ne presenta molte delle inquietanti caratteristiche.
Più aderente al personaggio è il Vampiro in frac di John Polidori, amico di Lord Byron; il suo racconto, pubblicato nel 1819, condizionerà in seguito molti scrittori di fama, come Hoffmann, Gagol, Gautier, Dumas, Merimée, Lautréamont, Le Fanu, Maupassant. Oltre gli Urali nacquero invece La famiglia dei Vurdalak e il vampiro, dalla sanguinaria penna di Aleksej Tolstoj, parente dell'autore di Guerra e pace.
In Francia Theophile Gautier nel 1835 diede alle stampe La morta innamorata, mentre tra Les fleurs du mal di Baudelaire troviamo numerose figure di donne che sono vere vampire dell'anima e dei sensi.
L'Irlanda vive una complessa figura di donna-vampiro nella Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu, legata da torbide passioni alla sua amica Laura, ma che non disedegnava il sangue di vittime occasionali.
Forse Carmilla fece nascere in Bram Stoker, impresario di Dublino con la passione per la narrativa, l'idea centrale per il suo Dracula.
Il suo personaggio però, contrariamente a quelli che lo avevano preceduto, non era solo frutto di fantasia, ma si produsse e si arricchì in un complesso studio condotto dall'autore sulle leggende della Transilvania. Dalla fantasia popolare alla realtà storica di Vlad Tepes, voivoda della Valacchia detto l'impalatore, eroe romeno, Così nacque il celebre Dracula, nel 1897, con l'inquietante possibilità di non rimanere relegato tra i boschi oscuri dei Carpazi, ma di aggirarsi nella Londra fin de siècle, sempre alla ricerca di nuove vittime.
Anche oggi il tema del vampiro spopola in libreria. I prodotti più recenti propongono la sceneggiatura del film di Coppola in romanzo e in fumetti. Troviamo poi una raccolta di diciannove racconti di autori contemporanei sul principe Vlad, Il diario di Dracula di Marin Mincu e Il libro dei vampiri, di Fabio Giovannini.
Ma non mancano i vampiri per bambini: nell'apposita collana "vampiretto", è uscito Il medico dei vampiri, di Angela Sommer Bodemburg.
Dalla sua nascita, l'arte cinematografica ha dimostrato particolare ineresse per il vampiro.
Inizia tutto nel 1912, con il Vampyren eller En Kvinnas slav, di M.Stiller, seguio dai dieci episodi di Les Vampires di Louis Feuillade. Ma è solo con un film del 1922, Nosferatu, di F.W. Murnau, ripreso nel 1979 da Werner Herzog e interpretato da Klaus Kinski, che il mutevole vampiro diviene rappresentazione classica.
L'ungherese Bela Lugosi nel 1931 impersonò magistralmente il primo Dracula di Hollywood nel film di Tom Browning, creando un personaggio con cui in seguito tutti dovettero comunque confrontarsi. Il tema fu ripreso in una serie interminabile, da La figlia di Dracula a Il figlio di Dracula, per finire alle parodie con Gianni e Pinotto. Non mancano I vampiri dello spazio, inventati nel 1957 dal regista Val Guest, che creano un nuovo filone, in cui si annoverano prodotti qualitativamente molto diversi, da La cosa di un altro mondo di Christian Nyby del 1951 a Lifeforce del 1985.
Il nuovo Dracula, nel 1958, fu Christopher Lee, che in Dracula il vampiro diede un diverso, ambiguo fascino al conte della notte, che avvolgeva le sue vitime in un torbido rapporto tra amore, sangue e morte. Ma lo stesso autore nel 1959 affianca Renato Rascel nel comico Tempi duri per i vampiri, di Stefano Vanzina.
John Carradine nel 1966 impersona un vampiro che cerca di causare un'insurrezione indiana in Billy the kid contro Dracula e pochi anni dopo, in Blacula, un principe africano cerca alleati contro il commercio degli schiavi e finisce vampirizzato in Transilvania: ora il vampiro ha anche la pelle nera.
Con il mito del conte della notte si confrontò anche un irriverente Andy Wartol, che ci presenta un Dracula cerca sangue di vergine... e morì di sete, del 1974, con Joe Dallesandro, Udo Kier e Vittorio De Sica, in cui il celebre conte finisce su una sedia a rotelle.
Lo sguardo così particolare di David Bowie crea un vampiro elegante accanto alla bellissima Catherine Deneuve in Miriam si sveglia a mezzanotte, del 1983, mentre sono molto giovani i vampiri di Ragazzi perduti, del 1987, e Il buio si avvicina di K.Bigelow e frequentano le discoteche con Grace Jones in Vamp, del 1986.
Si arriva poi al Dracula di Bram Stoker, il film di Francis Ford Coppola ultimo grande successo. Il conte, interpretato da Gary Oldman circondato da splendide attrici, viaggia nel tempo alla ricerca di una sosia dell'amatissima moglie, morta suicida. Si tratta di un'interpretazione diversa rispetto al romanzo più noto, con un Dracula che non agisce solo nella Londra vittoriana ma si muove anche nell'epoca storica di Vlad Tepes, fatto che ha suscitato non poche critiche al regista. E' però impossibile non registrarne il clamoroso successo presso il pubblico che ha affollato le sale cinematografiche, prima in America e poi in Europa.
Forse nella grande attrazione esercitata da questo genere consiste il perchè dal 1922 siano stati oltre 200 i film prodotti sui vampiri.
Ma anche le donne-vampiro hanno avuto il loro spazio nella storia del cinema.
Ne Il sangue e la rosa di Roger Vadim, del 1960, un'arcaica vampira si reincarnava in una delle sue discendenti per cominciare a mordere sul collo le sue vittime. Nel 1970 il film The vampire lovers, diretto dall'inglese Roy Ward Baker, si ispira direttamente alla Carmilla letteraria. Il sempre aristocratico David Niven nel 1974, nel film Vampira diretto da Clive Donner, sequestrava nel suo castello le vincitrici di un concorso di bellezza per far rinascere, con il loro sangue, la propria moglie defunta. Splendida la maga egizia intrepretata da Catherine Deneuve nel già citato Miriam si sveglia a mezzanotte: esiste da millenni, alimentandosi con il sangue umano e accoppiandosi con uomini e donne comuni mortali.
Amore all'ultimo morso (Innocent blood) è il nuovo film di John Landis, interpretato da Anne Parillaud. La bella vampira solitaria, attratta da un pasto all'italiana, piomba su una banda di mafiosi italo-americani, che si rivelano un problema per l'odore di aglio nell'alito. Ma accompagnati dalle canzoni si Sinatra, i mafiosi diventano presto tutti vampiri, in una piacevole mescolanza tra horror e chiave umoristica. Da notare nella pellicola sono le citazioni storiche e le apparizioni lampo di horror-registi, come Dario Argento infermiere, Sam Raimi garzone di macelleria e Alfred Hitchcock, un signore che fa fatica a salire in un treno con il suo violoncello.

LILITH: ARCHEOLOGIA DEL VAMPIRISMO

Nel vasto complesso mitico ebraico, che ha saputo far propria una cospicua serie di simboli tipici della cultura vicino-orientale, rintracciamo una figura colma di ambiguità, caratterizzata da atteggiamenti contrastanti, in cui però prevale l'immagine demoniaca e vampiresca: ci riferiamo alla temuta Lilith, spettro notturno assetato di sangue e portatore di morte. Si tratta senza dubbio di un personaggio della mitologia con peculiarità tendenti a relazionarlo, per alcune sue specifiche caratteristiche, al vampiro, anche se non può essere definio tale da tutti i punti di vista. In effetti Lilith è un demone notturno, non una creatura umana che dopo la morte è diventata un revanant (non morto): la differenza è alla base dell'esclusione di questo personaggio dalla categoria dei vampiri classici. Senza entrare nell'analisi, affidandoci ad affondi filologici troppo rigorosi, noi crediamo che comunque Lilith possa essere indicata come una figura fondamentale per meglio comprendere "l'archeologia" del vampirismo. Del "non morto" Lilith esprime soprattutto il legame con la notte, con la sfera della sessualità, con l'ambiente infero: tre connessioni che hanno profondi legami con l'immaginario vampiresco.
Creatura dell'oscurità, che tormenta il sonno degli uomini, Lilith risulta il frutto di una tradizione mitica fortemente condizionata dall'articolata oltretomba mesopotamica.
Nella demonologia di quell'area, Lilu con la sua serva Ardat lili, creatura della notte succuba e lussuriosa erano considerate espressione del peccato sessuale: "questi demoni sconvolgevano l'ordine fisiologico dell'amore, che è fondamento della vita familiare e comunitaria e perciò in particolare l'Ardat lili è una vergine senza latte, una femmina che si unisce senza mai poter diventare madre; e che, dopo aver acceso nell'uomo la lussuria, non lo soddisfa" (G.Furlan, 1976).s
La dea babilonese assira Ishtar si serve di un demone, in forma di bella prostituta, detta manno di unnini, o in semitico lilitu, che è l'incarnazione della lascivia. Inoltre lilitu è associata ad alcuni animali, in modo particolare alla pantera. Nella cultura sumerica, "lilu, lilitu, ardat lili, sono, forse, in origine rappresentazioni del vento e dell'uragano, ma, in conseguenza della loro semitizzazione, vengono a rappresentare il piacere infecondo e lussurioso" (E.Petoia, 1991).
Tra i demoni che alteravano gli squilibri sessuali e familiari, provocando sterilità, aborti e malattie infantili, vi era la temuta Lamashtu, demone femminile rapitrice dei feti e che succhiava il sangue degli uomini. Un'altra temuta creatura era Samanum (il Drago Rosso), che con la triade formata da lilu, lilitu e ardat lili era tra gli esseri più temuti nella tradizione babilonese.
Uno tra i pochi riferimenti biblici su Lilith è rintracciabile in Isaia, che descrivendo la fine del regno di Edon e il conseguente ripristino del caos primigenio, fa riferimento al demone femminile, per indicare un uccello notturno, forse un allocco o un barbagianni:
"Cani selvatici si incontrano con le iene,
ed i satiri si lanciano mutualmente all'appello;
ivi ancora abiterà Lilith, trovandovi riposo" (Isaia 34,14).
Sulle poche indicazioni veterotestamentarie si innestano le molteplici tradizioni, che fanno di Lilith un essere fantastico, attribuibile all'immaginario popolare, una sorta di demone notturno posto tra le rovine e nei cimiteri.
In realtà, anche la Bibbia di Gerusalemme inserisce la diabolica figura femminile in Giobbe, con una traduzione che non è accettata da tutti gli studiosi:
"il malvagio sarà trascinato fuori dal riparo della sua tenda,
per essere condotto davanti al re della Paura.
La prenderà dimora Lilith e si sparge di zolfo" (Giobbe 18,15).

Nel Talmud e nello Zoher (libro degli splendori), il nome di Lilith è attestato e indicante un'entità malvagia e negativa, orrida nell'aspetto ("feto alato come Lilith"), quasi sempre impegnata a produrre dolore e sofferenza.
Molto spesso risulta la causa della morte dei neonati, che si dice uccidesse per cibarsene...
Dal punto di vista fisico, sembrerebbe ricomporsi al modello mostruoso, alato e con quelle caratteristiche che sono diventate uno stereotipo nella tradizione iconografica demoniaca.
Lilith è comunque ritenuta il principale demonio femminile, "si pensava fosse una creatura provvista di lunghi capelli. Di lei si dice: nessun uomo può dormire solo in una casa, chiunque dormi solo in una casa sarà preso da Lilith. Poco di lei si parla nel Talmud; nel tardo folklore ebraico occupa al contrario un posto importante, specialmente per danni che si dice procuri alle puerpere e per i ratti di bambini" (A. Cohen, 1935).
In genere questo demone risulta comunque collegato a Laylah, notte, nel significato di spirito della notte, ma gli autori moderni preferiscono riconnetterlo alla sumerica Lilu, libertinaggio; per cui Lilith sarabbe il demone che eccita la voluttà (R.C. Thompson, Londra 1964).
Per la tradizione ebraica, Lilith in origine fu la prima Eva, colei che contestando Adamo rinunciò al paradiso terrestre, ottenendo solo una posizione periferica, perduta nel gorgo dell'abbandono e dell'oscurità.
Questa è una delle tante versioni della leggenda ebraica, che descrive le cause poste alla base della demonizzazione della prima donna di Adamo: "Dio creò la prima donna dalla terra e la chiamò Lilith: fantasma notturno. La diede in moglie al primo uomo. Lilith si considerava di pari valore rispetto a Adamo e non voleva essergli soggetta.
"Diceva: Tu non sei in nulla migliore di me. Entrambi siamo fatti di terra.. Ho i tuoi stessi diritti e quindi non voglio essere tua subalterna.
Dopo un violento alterco, gli si ribellò e fuggì via. Allora Dio mandò tre angeli, Snoij, Sandnoij e Smanglof per inseguirla e riportarla dal marito. La presero; ma poiché lei si rifiutava di tornare a casa, volevano afforgarla in mare.
Allora Lilith rivelò loro che era stata fatta per uccidere i neonati. Ma se l'avessero lasciata andare, lei si sarebbe impegnata a non uccidere nessun neonato di nome Snoij, Sansnoij e Smanglof.
Questo giuramento lo ha mantenuto fino ai giorni nostri.
Nella stanza dove sta la partoriente si disegna un cerchio e in mezzo stanno scritte le parole: Adamo ed Eva, Lilith fuori, vale a dire: qui ci sono Adamo ed Eva, Lilith non ha il permesso di entrare. E sulla porte della stanza stanno scritti i nomi dei tre angeli: Snoij, Sansnoij e Smanglof. Questi cacciano Lilith dalla lunga chioma quando di notte compare per far soffrire i neonati ed ucciderli" (Aleph Beth D'Ben Sira, versione riportata in I. Zwi Kanner, 1991).
Così Primo Levi ha riportato la leggenda relativa al temuto demone femminile: "Lilith abita precisamente nel Mar Rosso, ma tutte le notti si leva in volo, gira per il mondo, fruscia contro i vetri delle case, dove ci sono dei bambini appena nati e cerca di soffocarli (...) Altre volte entra in corpo ad un uomo, e l'uomo diventa spiritato (...) E' golosa di seme d'uomo, e sta sempre in agguato dove il seme può andare a finire nell'unico luogo consentito, cioè dentro la matrice della moglie, è suo tutto il seme che ogni uomo ha sprecato nella sua vita, per sogni o vizio o adulterio" (P.Levi, 1981).
In altre fonti gli angeli sono chiamati Snwy, Snsnwy, Smnlf; Senoy, Sansenoy, Semangelof: figure simboliche che ebbero un'affermazione anche in epoca bizantina in cui furono trasformate in tre santi: Sines, Sisinnios e Synodoros.
L'antica paura che Lilith, demone notturno, tormentasse il sonno degli uomini e uccidesse i neonati, è confermata anche da una frammentaria versione sumera di un rituale esorcistico, dal quale abbiamo un'ulteriore indicazione sull'origine mesopotamica del mito:
"Sia che si tratti di morte, o di un ladro...
o di uno spettro cattivo...
o di Lilu o Lilitu, o della serva di Lilitu,
che nella casa di (...), figlio di (...) si sono insediati per sopraffarlo o ucciderlo,
e sono legati dietro la casa, mettono in scompiglio il senno della casa,
ne mutano l'intelletto, ne strappano e stringono i reni uno contro l'altro,
Nell'occhio delle persone hanno inaridito le lacrime" (G.R. Castellino, 1977).
Un'altra versione ebraica narra che Lilith si rifugiò sul Mar Rosso insieme a molti demoni lascivi, con cui concepiva più di cento Lilim (vampiri) al giorno. Gli Angeli del Signore, dopo aver invano cercato di convincerla a ritornare da Adamo, vollero ucciderla. Lilith però disse loro: "come potrei morire se Iddio mi ha incaricata di occuparlo di tutti i neonati maschi fino alla circoncisione e delle femmine fino al ventesimo anno di vita? Se mi lasciate in pace però prometto che se vedrò i vostri nomi o le vostre iniziali vicini a un neonato, lo risparmierò".
Nella tradizione popolare si affermò principalmente l'aspetto maligno di questo demone, con toni che si riconnettevano alle lamie e alle streghe classiche. In effetti i Settanta e la Vulgata traducono Lilith con il più classico termine Lamia:
"Et occurente daemonia onocentaursis,
Et pilosus clamabit alter ad alterrum;
ibi enbavit lamia,
et invenit sibi requiem".

Ma al di là delle testimonianze oggettive, secondo alcuni ermetisti Lilith sarebbe individuabile anche in una delle due prostitute che si sottoposero al giudizio di Salomone: "si presentarono al re due prostitute, ch'erano venute da lui. Una delle donne disse: Di grazia, signor mio, questa donna ed io abitavamo la stessa casa. Qui io partorii accanto a lei. Tre giorni dopo di me ecco che questa donna partorì. Noi due stavamo insieme né c'era alcun estraneo nella casa all'infuori di noi due. Ora il figlio di questa donna morì di notte, perchè lei gli si era coricata sopra. Essa allora si alzò nel cuore della notte, levò mio figlio dal mio fianco, mentre la tua schiava dormiva, se lo pose in seno e il suo figlio morto lo collocò sul mio seno" (Il libro dei re, 3, 16-20).
Quindi le due prostitute "per molti cabalisti moderni non sono altri che Lilith e Naamah o Lilith e Agrat, idea che si trova già suggerita nello Zohar e in scritti contemporanei. E' particolarmente interessante il fatto che questi esseri demoniaci o perlomeno uno di essi - almeno Lilith - cedano davanti al sentimento materno attestato dall'episodio in questione. La regina di Saba è stata considerata a lungo una divoratrice di bambini e una strega demoniaca (...) La regina di Saba è in realtà, secondo alcune tradizioni, un ginn, essere in parte umano e in parte demone, che regna su un reame divenuto simbolo di qualsiasi sorta di pericolo" (J. Bril, 1990).
Questa interpretazione del mito ebbe notevole affermazione, diventando un tema ricorrente, che ancora una volta considerava la sfortunata prima moglie di Adamo una creatura malvagia simile alla strega. Nel medioevo si affermarono anche figure chiamate Lilim figlie di Lilith, vampiri ibridi per metà umani e per metà asini, che spaventavano i viandanti e avevano il potere di trasformarsi completamente in animale per commettere liberamente i loro malvagi interventi. Anch'esse, come la madre, erano ritenute demoni notturni che rapivano i bambini, danneggiando le partorienti, succhiavano il sangue ed erano dedite all'antropofagia.
"Si narra la storia del profeta Elia che incontrò sul suo cammino Lilith, diretta alla casa di una giovane partoriente per regalare il suo sonno di morte, impadronendosi del bambino e berne il sangue, aspirarne il midollo dalle ossa e pascersi della sua carne.
Questo tratto specifico - succhiare il midollo - si ritrova presso le strigi romane. Il carattere di strangolatrice di bambini di Lilith è chiaramente attestato in certe parole magiche ebraiche scritte in aramaico (J. Bril, 1990).
L'azione perversa di Lilith riafferma un modello tristemente ricorrente nell'ampia documentazione sulla stregoneria, in cui le accusate risultano frequentemente autrici di misfatti terribili, che hanno come vittime designate neonati e bambini.
Il volo notturno, il rapimento, l'antropofagia, sono fasi simboliche ben precise, che pur rivelando una loro origine archetipica, costituiscono gli elementi di miticizzazione della strega - in tutte le sue molteplici variabili semantiche - presenti in molte culture.
Anche all'origine della credenza nel volo delle streghe vi potrebbero essere riferimenti riconducibili ad epoca classica, in cui le donne potevano trasformarsi di notte in gufi volanti o strigae che mangiavano i bambini.
Come Satana al femminile, Lilith compare nella notte di Valpurga del Faust di Goethe.
Il tema delle streghe in grado di volare è molto spesso presentato nell'iconografia popolare e se pur non è da escludere che alla base di questa credenza vi fosse un'origine allucinatoria delle accusate, oggi si ipotizza anche la possibilità di un rapporto rituale molto preciso tra le presunte donne di Satana.
A diversi livelli si pensava che le donne partecipassero ad una sorta di cavalcata notturna, in compagnia di Diana, con frequenza associata alla Luna e alla morte e spesso identificata con Ecate, la dea dell'universo occulto e della magia.
L'accostamento Hera/Diana, la creazione di Herodiana e la sua ulteriore trasformazione in Erodiade, sono un interessante documento della mutazione etimologica di una figura sostanzialmente caratterizzata da tratti comuni e diventata, dopo la sua demonizzazione in epoca storica, sinonimo di divinità notturna, elemento catalizzatore dei rituali pagani sopravvissuti e sprofondati nel demoniaco.
In effetti già il Tartarotti osservava: "il moderno Congresso notturno delle streghe, altro non è che un riporto della Lilith degli Ebrei, delle Lamie e delle Gellone de' Greci, delle Strigi, Saghe o Volatiche de'Latini, e della brigata notturna, che colla scorta di Diana o d'Erodiade si supponeva una volta per tutta Europa andasse in giro la notte" (Del congresso notturno delle lamie, Rovereto 1749).
Nella sostanza, la tradizione che vuole Lilith lanciata di corsa nella notte profonda, alla ricerca di possibili vittime, rivela chiare connessioni con le varie pratiche diaboliche attribuite alle streghe, specificatamente in quelle sorte intorno al mito del corteo di Diana.
Inoltre, il motivo ricorrente del rapimento di bambini, al fine di nutrirsi del loro sangue, ha fatto di Lilith e delle figure da essa derivate, una sorta di archetipo del vampirismo, ulteriormente demonizzabile in quanto colpevole di uno dei delitti più terribili: l'infanticidio.
Si credeva che, con i corpi delle loro vittime, le streghe preparassero grasso e unguenti per le loro pratiche magiche. Ma i bambini non solo erano rapiti alle legittime madri, o i loro corpi riesumati dai cimiteri, spesso erano gli stessi figli delle streghe a essere oggetto delle orrende pratiche, come si evince da questa testimonianza di Paolo di Chartres: "esse andavano insieme di notte, ciascuna portando un lume. I demoni erano invocati con formule particolari, e apparivano sotto l'aspetto di animali. Dopodiché le luci venivano spente, e seguivbano fornicazione e incesto. I bambini nati a seguito di ciò venivano arsi e le loro ceneri custodite gelosamente come una sacra reliquia. Queste ceneri possedevano un tale diabolico potere che chiunque toccasse anche la più piccola parte di esse era irrevocabilmente legato alla setta".
Il legame di Lilith con la notte ha determinato il collegamento di questo demone dell'oscurità con la simbologia astrale; indicando un misterioso asteroide (la Luna Nera) rotante intorno alla terra con un ciclo di 177 giorni, ma invisibile in quanto vicino al cono d'ombra presente tra la terra e il sole.
Questa connessione è molto antica, pare fosse già nota agli astrologi egizi, che la chiamarono Nephtys. Nel medioevo divenne la Luna infernale e si riteneva che avesse un influsso negativo sugli uomini inducendoli al male, e du anche collegata alla streoneira. Questo asteroide trasmetteva con maggiore vigore le proprie radiazioni sulla terra, le adepte di Satana si sarebbero incontrate per celebrare il sabba.
Mentre "il Lilu babilonese è menzionato come una sorta di demone maschile senza una funzione precisa, Lilith appare come un demone femminile con viso di donna, lunghi capelli e ali. Un uomo che dorme solo in casa può essere afferrato da Lilith, mentre il demone Hormiz od Ormuzd è menzionato come uno dei suoi figli. Non hanno fondamento i commenti più tardi che identificano Lilith con il demone Agrath, figlia di Mahalath, che si aggira di notte con 180.000 angeli perniciosi, tuttavia, un demone femminile che si dice conosciuto con decine di migliaia di nomi e che si aggira nel mondo la notte, visitando le partorienti e cercando di strangolare i neonati, è menzionato nel testamento di Salomone, un'opera greca del III Secolo. Sebbene conservata in una versione cristiana, l'opera è certamente basata sulla magia giudeo-ellenistica. Qui il demone femminile è chiamato Obizoth; e vi si narra che uno dei nomi mistici dell'angelo Raphael iscritto su un amuleto le impedisce di fare del male" (G. Scholem, 1992).

Nascita e morte del vampiro

Il vampiro è un essere intorno al quale esiste una ricca mitologia, in particolare per quanto riguarda il suo operato e i modi per individuarlo e distruggerlo. Si fanno però immediatamente più ambigue da identificare le cause che possono condurre alla sua formazione, in particolare all'interno della tradizione folclorica che ha alimentato il mito del "non-morto".
Andrebbe, in principio, tracciata una nitida dicotomia tra la superstizione pagana sui fantasmi che, come già sottolineato in precedenza, può essere considerata lo zoccolo sul quale si sono formate le varie mitologie sul vampirismo, e le categorie attivate dalla demonizzazione cristiana nei confronti di quelle tradizioni precristiane interpretabili come esperienza magico-occultistica. In realtà questa dicotomia non è facilmente tracciabile, poiché nell'individuare le cause che possono condurre un morto a essera un vampiro si mescolano elementi del folclore ad altri cristiani.
Dalle fonti sistematiche più antiche, medievali, si evince che le cause potevano essere ricercate nella morte violenta o per annegamento; ma anche i nati morti potevano divenire dei piccoli e terribili revanant.
Chi era stato ucciso da ignoti era un potenziale vampiro, destinato a vagare alla ricerca di vendetta; la scia di orrore seminata da questo non-morto poteva coinvolgere i parenti stretti, colpevoli di non essersi impegnati a sufficienza per punire i colpevoli.
Anche chi aveva avuto contatti stretti (in particolare sessuali) con animali, era destinato a trasformarsi in vampiro; però in qualche caso era sufficiente che un animale caratterizzato da un forte simbolismo negativo, gatto o corvo in particolare, si fermasse su una tomba recente per attivare la trasformazione di un normale cadavere in un non morto.
La nascita con la camicia amniotica, o con alcuni denti, oppure nel giorno di Natale, erano segni molto chiari che indicavano la drammatica sorte che sarebbe toccata al neonato quando, un giorno, sarebbe sceso nella tomba.
La presenza di alcune particolarità fisiche, come il labbro leporino, voglie sul corpo, malformazioni e altre particolarità destinate a trasformarsi in segni di alterità, erano le "prove" dell'anormalità di un soggetto e quindi inconfutabili indicatori del suo probabile vampirismo.
La trasgerssione delle leggi degli uomini e di Dio poteva determinare un futuro di vampiro: crimini puniti dalla giustizia laica (furti sacrileghi, omicidio, magia), e altri invece tipici dell'etica cristiana (suicidio), erano considerati indicatori destinati a segnare per sempre il colpevole, confermando così la sua futura trasformazione dopo la morte in revanant.
La conferma giungeva quando si scopriva che il cadavere del presunto vampiro presentava un aspetto non completamente ascrivibile allo status del defunto, il che era "oggettiva" prova della sua appartenenza all'oscuro universo dei "non-morti".Tale situazione indusse molti a chiedersi come discernere, davanti a un cadavere non decomposto, vista la complessità dei disegni divini, tra vampirismo e santità. La Chiesa pose in rilievo che "i corpi incorrotti dei santi potevano essere riconosciuti dall'odore fragrante che emanavano e dalla purezza della loro carnagione, mentre la carne dei dannati diventava nera, gonfia e mefitica. In realtà questa distinzione rimase su basi puramente ipotetiche, poiché quando furono esaminate le salme di noti scomunicati esse non furono trovate né gonfie, né mefitiche e neanche nere, ma invariabilmente putrefatte. Questo dato a sua volta convalidava la nuova spiegazione teologica secondo la quale questi cadaveri erano già dannati all'inferno senza nessuna possibilità di assoluzione per l'anima" (C. Leatherdale, 1989).
Come abbiamo più volte sottolineato, quando si tratta un argomento come il vampiro, tenendo conto delle fonti che ne contrassegnano l'immagine, il riferimento alle tradizioni dell'Europa dell'Est appare scontato, confermato da un vasto background folclorico.
In effetti, la paura del ritorno dei morti e le pratiche attuate per impedire questa incursione sono presenti anche in aree apparentemente insospettabili. Informazioni precise sull'argomento provengono da fonti precise, come i documenti sinodali: autentica memoria di superstizioni bollate dalla Chiesa cattolica come espressioni demoniache.
Relativamente al tema qui affrontato, abbiamo una singolare testimonianza proveniente dal Sinodo di Treviso del 1581 in cui, tra l'altro, si denunciava la tradizione di seppellire proni i cadaveri, per il timore che i defunti potessero uscire dalle tombe e trascinare con loro i parenti. Sempre a Treviso, il parroco aveva il compito di delimitare uno spazio simbolico intorno alla tomba appena scavata, mentre i fedeli recitavano le preghiere ad libitum.
Dalla fonte apprendiamo inoltre che per abitudine i corpi non venivano posti in casse di legno, ma in fosese e poi coperti con un panno; quindi il prete aveva il compito di gettare la prima manciata di terra sul cadavere e fare il segno di croce con la pala o il piccone.
Chi ne aveva l'opportunità poneva un'ostia consacrata nella bocca del defunto, per evitare che il diavolo si impossessasse di quel corpo e lo facesse vagare assetato di vendetta. Questa pratica era fortemente condizionata dalla Chiesa, come lo era quella di porre sotto la testa del defunto un pezzo di terra proveniente dal sagrato di una chiesa.
Un altro sinodo di Treviso, del 1601, condannava la pratica di estrarre la croce dal proprio supporto e porla momentaneamente sopra il cadavere.
Per allontanare il potere nefasto dei vampiri la tradizione popolare proponeva molteplici metodi, alcuni molto fantasiosi e suggestivi, alimentati soprattutto dalla superstizione. Sarà durante le "epidemie di vampirismo" del XVIII secolo che questi metodi acquisteranno sempre maggiore affermazione, diffondendo la loro eco ben oltre i confini dei paesi caratteristici in cui il vampirismo era parte integrante della cultura autoctona.
In genere si pensava che un valido espediente consistesse nel seppellire più profondamente il cadavere, oppure a faccia in giù; inoltre era anche d'uso collocare "barriere" che ostavolavano il ritorno del morto; queste barriere erano costituite da spine posto intorno alla bara; si usava anche scavare una fossa in un'area che fosse isolata, dal centro abitato, da un corso d'acqua.
Un buon sistema era costituito anche dall'uso di aglio: questa pianta, come è noto, possiede numerose proprietà terapeutiche e il suo odore pungente avrebbe la forza di allontanare gli spiriti maligni.
Per arrestare il nefasto potere dei vampiri erano inoltre consigliate anche pratiche connesse al mondo della religione che andavano dalla quotidiana partecipazione alla messa, da parte dei parenti del defunto, all'uso di pratiche apotropaiche in cui croce, acqua benedetta e incenso occupavano un forte ruolo simbolico.
Per verificare se il cadavere fosse un vampiro, il corpo veniva disseppellito di frequente; se il sospetto era già forte al momento della sepoltura, al corpo senza vita venivano spezzate delle ossa, o addirittura si provvedeva a inchiodarlo direttamente nella cassa. Come noto, un espediente molto diffuso consisteva nel trafiggere il cuore del morto con un paletto di legno.
Le numerose pratiche per proteggersi dal ritorno dei morti potrebbero anche essere considerate come un modo per consentire all'anima di realizzare il proprio iter iniziatico e quindi concluderlo senza produrre danni ai vivi, chiudendo così il ciclo esistenziale dell'essere. Ma quando tutto ciò si dimostrava vano, allora entravano in gioco sistemi atti ad eliminare il non morto, perchè quell'anima sofferente e pericolosa fosse definitivamente consegnata alle tenebre attraverso riti purificanti.
La prima operazione consisteva nell'identificazione della tomba del vampiro. Quando mancavano elementi precisi - ad esempio riconoscimento del defunto da parte di testimoni che l'avevano visto aggirarsi di notte nell'abitato - si ricorreva ad alcuni animali domestici che, secondo il folclore romeno, si rifiutavano di passare sulla tomba di un vampiro. Il corpo esumato era quindi distrutto e poi bruciato: solo così quell'essere inquieto sarebbe per sempre rimasto nel mondo dei morti.
Da queste tradizioni abbiamo modo di constatare che il vampiro, pur avendo alcune prerogative del fantasma, non è "un fantasma ma un vero e proprio corpo non decomposto, che si conserva mediante il sangue dei viventi (...) provava sentimenti che erano esattamente l'opposto di quelli terreni per cui si scagliava innanzitutto contro i parenti più prossimi" (C. Corradi Musi, 1995).
Per sopravvivere aveva bisogno di sangue, essenza di vita fisica, ma anche metafisica, poiché "veicolo dell'anima", attraverso il quale l'uomo trasmette il proprio essere: fatto ben noto nella cultura rituale già nell'antichità, molto prima delle conoscenze della genetica moderna.

IL VOLTO OSCURO DELLA PAURA

Il vampirismo presenta molteplici sfaccettature, suggerendo diverse e complesse occasioni di analisi: la chiave psicoanalitica si pone come uno strumento senza dubbio ricco di opportunità per una valutazione di questo mito alquanto articolato.
Il primo aspetto a essere postoin evidenza riguarda la componente sessuale caratterizzante numerose vicende vampiresche, il che ha determinato un'ulteriore problemizzazione dell'effettiva dimensione dei fatti.
Ad esempio, la lettura psicoanalitica del vampirismo tende a evidenziare la matrice sessuale del morso: il lungo canino come fallo, il foro nel corpo delle vittime celato come un peccato, l'atto vampiresco come coito, il morso ripetuto trasforma la vittima in vampiro (procreazione), sono motivi tipici di una tradizione simbolica da tempo dibattuta da chi studia i meccanismi della mente umana.
"Le anime dei morti hanno sete di ogni esuberanza biologica, di ogni eccessoorganico, perchè questo traboccare della vita compensa la povertà della loro sostanza e ci proietta in una impetuosa corrente di virtualità e di germe" (M. Eliade, 1976).
L'insaziabile "sete di vita" del vampiro non fa altro che evidenziare lo stauts di spettro caratteristico di queste creature senza pace, alla ricerca di una possibilità per riacquistare il primitivo stato vivente. Pertanto nella loro condizione, che comunque è accomunabile a quella dello spettro, i vampiri non hanno un'immagine e sono destinati a scomparire prima del sorgere delle luci dell'alba: energia distruttrice per le forze del male.
Secondo Freud i vampiri pongono nitidamente in rilievo il loro simbolismo di morte attraverso la nitida visualizzazione delle pulsioni omicide che li contrassegna; inoltre, nell'ottica psicoanalitica, anche queste figure entrano a far parte di quel complesso meccanismo definito "autorimprovero ossessivo", determinato dalla morte di un parente di cui i vivi si sentono in qualche modo colpevoli.
E continuando a servirci del metro della razionalità, dobbiamo anche constatare che il "successo" della figura del vampiro non è indenne da alcuni elementi simbolici fortemente attivi nell'immaginario collettivo. La morte, il sangue e la tenebra costituiscono una miscela colma di mistero che rappresenta un "polo di attenzione" fin troppo ricorrente e diffuso. Il tutto non può non suscitare in noi una certa inquietudine e nello stesso tempo far riaffiorare alla mente gli emblematici versetti del Vangelo di Giovanni: "gli uomini preferiscono le tenebre alla luce" (3,19).
Verità antica che l'immortalità del mito del vampiro conferma, mantenendo inalterata nel tempo la propria effige di "non morto", ritornato sulla terra per placare l'insaziabile sete di vita.
Abbiamo visto che Sant'Agostino indicava nei demoni incubi (tra i quali andrebbero posti i vampiri) essere mandati al diavolo per tentare uomini e donne: questa visione mitica si basava sull'antica credenza relativa alla possibilità concreta dei rapporti sessuali tra esseri soprannaturali e comuni mortali. Tale concezione era alimentata dall'atavica credenza che vi fosse una vita attiva anche dopo la morte e destinata a realizzarsi a spese dei vivi.
Non è complicato individuare le radici psicologiche di queste idee: il rapporto tra le immagini di libido e di paura generata da esse è abbastanza evidente, secondo una traiettoria che si connette al complesso congiungimento tra Eros e Thànatos. Le visioni erotiche si amalgamano a quelle dell'incubo, in cui il piacere e il terrore si contendono il campo dominato dell'inquietante figura del vampiro.
Sia l'incubo che il vampiro appartengono al dominio della notte, a cui si collegano "l'angoscia, il deperimento, che sono anche la rappresentazione dell'antica tentazione di prefigurarsi l'aldilà della morte. Ma la credenza nei vampiri si fonda sull'antica tentazione dell'uomo di evocare l'aldilà della morte. In un certo senso, il vampiro rappresenta ancora la rivolta di Satana, il suo rifiuto della legge ineluttabile della morte" (M. Meslin, 1989).
Sesso e morte: la libido conduce, secondo l'interpretazione mitica del vampirismo, alla perdita della vita, alla consumazione delle forze interiori e fisiche, quindi porta al totale appiattimento dell'io.
Emblematico è uno dei casi riportati da Dom Calmet nella sua Dissertazione sopra le appraizioni de' spiriti e sopra i vampiri o reddivivi di Ungheria, di Moravia e Slesia (1746): "Giunti sul luogo, si trovò che nello spazio di quindici giorno il vampiro, zio di cinque tra nipoti maschi e femmine, già ne aveva privati della vita tre più uno dei suoi fratelli. Aveva già succhiato due volte la nipote, una bella fanciulla, quando si mise fine alla tragedia. La fanciulla si trovava in un tremendo stato di languore, di debolezza, di sfinimento, tanto violento era il tormento. Erano circa tre anni che il vampiro era sottoterra e si vedeva sulla sua tomba una luce come di lampada, ma meno viva. Si aprì il sepolcro e vi trovammo un uomo integro, all'apparenza più in buona salute di noi presenti (...) Poi ne trapassammo il cuore con una punta di ferro rotonda e aguzza. Ne fuoriuscì materia biancastra e fluida, con del sangue. Dopodiché gli staccammo la testa dal busto con un'ascia simile a quella usata in Inghilterra per le esecuzioni e lo rigettammo nella fossa con molta calce viva per consumarlo più prontamente. E da allora la nipote stette meglio, anche se aveva la macchia bluastra delle persone succhiate, che è un fatto notorio, attestato da documenti autentici fatti leggere a mille e trecento persone, tutte degne di fede".
Si tenga anche conto che esiste una letteratura sulla complicità tra il vampiro e le sue vittime, ritenute tali anche in ragione di aspetti esclusivamente simbolici. Si tratta di una tradizione che assimila il morso al bacio e il sangue all'anima da bere direttamente dalle labbra dell'amante. Da questo punto di vista il vampiro, in particolare quello che scaturisce dalla tradizione letteraria, può essere posto a livello di immaginario come un modello della seduzione. E' indicativo che il Kamasutra, il trattato indiano sull'arte sessuale (500 d.C.), ponga il morso tra le pratiche amatorie; descritto con attenzione per gli aspetti poetici, secondo l'impostazione tipica di questo noto libro. Il segno lasciato dai denti sulla pelle è indicato come "fila di gemme", "corallo e gioielli" è invece il nome del segno prodotto dalla pressione delle labbra, mentre "nuvola infranta" corrisponde a una forma simile alla mezzaluna. Vi è poi tutta una serie di variazioni e di cure per il modo in cui i denti si pongono sulla pelle: ciò fa del morso, secondo l'interpretazione del Kamasutra, un'esperienza erotica raffinata, con ricadute importanti a livello simbolico nell'umana psiche.

Il simbolismo dei denti

Quanto detto fino a questo punto intorno al morso ci induce a una breve riflessione sul ruolo simbolico dei denti, "arma" tipica del vampiro, ma oggetto colmo di rimandi nella cultura, anche al di fuori della sfera del vampirismo.
Evidentemente le chiavi di lettura per cercare di penetrare l'universo simbolico del dente sono numerose e conducono verso interpretazioni diversificate che però, come vedremo, presentano livelli culturali certamente non privi di fascino e ricchi di stimolanti occasioni di approfondimento.
Non siamo in grado di stabilire quale fu all'alba dei tempi l'atteggiamento dell'uomo nei confronti dei denti; però, quando ancora certe parti del corpo erano considerate in relazione con il soprannaturale, certamente vi doveva essere uno strano rapporto con queste armi naturali, che più di ogni altra parte anatomica accomunavano l'essere evoluto dell'animale.
La presenza di collane realizzate con zanne e rinvenute nelle tombe del Paleolitico lascerebbe presupporre l'esistenza di una sorta di sacralizzazione dei denti, il cui forte potere distruttivo, nella coscienza preistorica, era per così dire rimasto all'interno di un incisivo strappato a una vittima feroce.
Osservando gli atteggiamenti rituali che la cultura ha creato intorno ai denti, notiamo sostanzialmente tre espressioni simboliche ben definite:

a) i denti personali venivano considerati provvisti di una loro energia vitale, quasi di immortalità, e di conseguenza non erano dispersi;

b) i denti di altri (uomini o animali) erano usati per il loro contenuto (forza, potere, legame con la divinità), quindi una sorta di naturale evoluzione del punto a);

c) funzione iniziatica.

Il punto a) presenta caratteristiche che sono piuttosto note e hanno mantenuto una loro solidità nel tempo, risultando ancora oggi presenti, se pur con atteggiamenti diversi, nella nostra cultura occidentale. Ci riferiamo a quella sorta di tabù che consiglia di non buttare mai via i denti. In molte culture questa regola ha assunto una valenza quasi religiosa, al punto che denti, unghi e capelli erano sempre conservati in buche o anfratti, per fare in modo che il legittimo possessore, quando fosse morto, potesse recuperarli.
Nell'ampia documentazione raccolta da Frazer troviamo numerose testimonianze relative ai denti: in genere si tratta di credenze sorte sull'atavica paura che esseri negativi e forze malvagie possano colpire la propria vittima agendo su una parte del suo corpo o su una sua effigie.
L'origine è da ricercare nel nucleo della cosiddetta magia simpatica, uno tra gli esempio più tipici posti alla base delle credenze primitive.
"Tra i Murring e altre tribù del nuovo Galles del Sud, il dente estratto era prima custodito da uno dei vecchi e poi passato da un capo all'altro, affinchè aveva fatto il giro della comunità, poi tornava al padre del ragazzo e infine al ragazzo stesso (...) i Basuto nascondono con grande cura i loro denti strappati affinchè non cadano nelle mani di certi esseri nemici che si aggirano tra le tombe e che potrebbero nuocere con malefizi al possessore del dente (...) nel Sussex una cinquantina di anni fa una serva protestava violentemente contro l'uso di gettare via i denti caduti dei bambini, affermando che se fossero stati trovati e rosicchiati da qualche animale il nuovo dente del bambino sarebbe stato assolutamente come i denti dell'animale che aveva morso l'antico" (J.G. Frazer, 1973).
Da queste poche indicazioni fornite dal Frazer si comprende la vastità dell'argomentazione, soprattutto si percepisce quanto siano marcate certe credenze.
Prendiamo, ad esempio, il caso della tradizione insegnata ai bambini di nascondere sotto un bicchiere il dente da latte appena caduto, perchè il topino o il ragnetto, durante la notte, lo preleveranno lasciando al suo posto un piccolo dono.
Al di là del valore ludico rivestito da questa forma popolare di mitologia regalata oggi al solo livello infantile (ma come abbiamo visto con espressioni ben più adulte nelle culture primitive), esiste comunque una memoria rituale più antica, che affonda le proprie radici ancora nella magia.
In molte culture si credeva che la caduta dei denti fosse una forma di punizione divina, inflitta a quanti avevano infranto il tabù che vietava a chi aveva sepolto un morto di toccare il cibo con le mani. Nell'Africa occidentale i denti di un capo morto erano considerati un potente talismano contro le piogge, mentre per alcune popolazioni dell'Oceania i denti degli antenati erano parte dei culti solari.
Anche la crescita di un dente, secondo il punto in cui si formava, era un'occasione per formulare pronostici. Non parliamo poi dei casi di bambini nati con alcuni denti, che come per quelli venuti al mondo con la camicia amniotica e i settimini, erano immediatamenet indicati come creature diverse dalle altre, sotto certi aspetti in rapporto con il soprannaturale. Per quanto riguarda invece la diffusa abitudine di attribuire poteri soprannaturali ai denti di alcune creature, animali in particolare, osserviamo che questa credenza risulta ampiamente presente in numerose culture: ne sono conferma, ad esempio, la nota collana di denti di lupo o di orso, la semina dei denti di drago; nel folclore abbiamo tracce concrete della conservazione di questa tradizione nella farmacopea della medicina empirica.
La polvere di dente di lupo era un ottimo energetico, mentre i fung-lung-scih (bianchi e grossi denti di drago) abilmente trattati dai farmacisti cinesi, secondo alcune ricette millenarie, erano un ottimo afrodisiaco.
Anche a livello di cura del mal di denti erano adottati sistemi empirici, che andavano da strane forme terapeutiche effettuate applicando radici di asparagi sul dente dolente, fino a rituali certamente intrisi di paganesimo, come quello che consigliava di inchiodare un ciuffo di capelli e delle unghie sulla porta di casa di chi era in preda al dolore.
Sul piano iniziatico, i denti erano spesso parte integrante dei riti puberali: fra le tribù dell'Australia era pratica assai comune di strappare uno o più denti incisivi a un ragazzo, in quelle cerimonie di iniziazione a cui ogni membro maschio doveva sottomettersi prima di poter godere tutti i diritti e i privilegi di un uomo adulto.
Con l'avulsione di un dente il giovane poteva risalire l'iter iniziatico acquisendo nuove forse per poter accedere a un livello nuovo: evidentemenet simbolo che il novizio è rinato a una nuova vita, è ritornato (privo di denti) per intraprendere un'altra esistenza.
Nella nostra cultura razionalista i denti hanno perduto il loro significato rituale diretto, e sono considerati canali privilegiati di comunicazione simbolica, in particolare quando riaffiorano nel sogno. Infatti sognare i denti è sempre un cattivo auspicio, e perderli, nel dedalo onirico, corrisponde all'annuncio di morte di un familiare. Secondo la psicanalisi invece questo sogno corrisponde alla paura della castrazione.
Sul piano esoterico "i denti costituiscono le fortificazioni e la difesa dell'uomo interiore, sia nel suo aspetto di energia materiale, sia in quello spirituale. Da cui deriva il simbolismo negativo della caduta dei denti o della loro rottura" (J.E. Cirlot, 1985).
Per il vampiro suggere il sangue della propria vittima è una necessità per continuare a mantenere la sua posizione nell'universo del male. La sua ricerca di eternità si racchiude nel costante tentativo di penetrare con i canini molto sviluppati il collo delle giovani vittime, portatrici dell'Ambrosia in cui è deposta la quintessenza dell'eternità.



LA STIRPE DI DRACULA